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dei Volontari |
| Testi
selezionati dal Volume:
Claude Fusco Karmann, Laura Aguzzoli, Elena Ilaria Malvezzi (Ed.) Testimonianze di Volontari. Lega Italiana per la Lotta Contro i Tumori - Sezione Milanese, 1998. Una copia del Volume può essere richiesta scrivendo a: Lega Italiana per la Lotta Contro i Tumori - Sezione Milanese, Via Venezian 1, 20133 Milano; oppure telefonando al 02/266.34.81 E-mail: info@legatumori.mi.it |
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Le testimonianze raccolte in questo volume sono "storie vere", vissute in prima persona da alcuni degli 800 volontari della Sezione Milanese della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. Sono "storie di ordinaria sofferenza", la sofferenza fisica, psicologica, morale, che sempre si accompagna ad una malattia grave. L’io narrante di queste storie è il volontario, che tuttavia resta nell’ombra, quasi mai si pone in primo piano. Al termine della lettura rimane impresso nella nostra mente "l’altro", colui al quale il volontario offre il proprio sostegno, è lui il vero protagonista. Ne emerge comunque un’immagine nitida del volontario: non un supereroe, ma uno di noi, con le sue debolezze, le sue gioie, le sue ansie, i suoi errori, le sue gratificazioni, le sue difficoltà. La parola
"testimonianze" ha qui un duplice significato: il volontario è testimone,
in quanto partecipe degli eventi, e racconta le sue esperienze; ma il volontario
è anche testimone di un modo di interpretare la vita: ci dimostra
che è possibile portare avanti un grande impegno di solidarietà
nella quotidianità e nella normalità di una vita "qualsiasi".
Prof.
Gianni Ravasi
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Volontari “allievi”
Il percorso
formativo dei volontari della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori
è molto articolato: l’aspirante volontario si sottopone ad una procedura
di selezione che prevede un test psicoattitudinale ed un colloquio con
uno psicologo; il candidato ritenuto idoneo frequenta poi il Corso di Formazione
che dura circa due mesi, con incontri bisettimanali; l’attività
di volontariato inizia con un periodo di tirocinio accanto ad un volontario
“guida”.
La formazione
prosegue costantemente attraverso i gruppi di supervisione condotti dal
coordinatore e da uno psicologo.
FRANCESCA “Quel giorno in Metropolitana”
Quel giorno
avevo deciso di prendere la metropolitana. Era estate, giugno o luglio,
non ricordo bene, e faceva caldo.
Non avevo
nessuna voglia di guidare nel traffico di Milano. Ero stanca, stanca di
lavorare troppo, stanca di lavorare solamente, stanca di sprecare tutte
le mie energie in qualcosa in cui fondamentalmente non credevo.
Stavo uscendo,
in quel momento della mia vita, dal lungo e penoso tunnel della depressione
che mi aveva impedito, per 10 lunghi anni, di esprimere i miei veri sentimenti,
la mia vitalità, i miei talenti e le mie vocazioni. Ma soprattutto,
di amare! E di vedere finalmente gli altri.
Non stavo
facendo tutto da sola: avevo ritrovato la fede in Dio, riscoperto l’amore
di un Padre fedele e paziente, che mi aveva aspettato per tanto tempo e
al quale ora finalmente stavo dando l’opportunità di prendersi cura
di me.
Da ragazzina
uno dei miei sogni era diventare psichiatra. La mia lettura preferita (avevo
12 o 13 anni) era “Psicopatologia della vita quotidiana” di Freud: parlare
e scoprire qualcosa di sé e degli altri era il mio passatempo preferito
e chissà, il vedere il disagio nel prossimo era forse, intuitivamente,
un modo per sopportare il mio, in quel momento in cui i miei genitori si
stavano separando.
Non sono mai
diventata una psichiatra, ma in qualche modo, e non a caso, la mia depressione,
la psicoterapia durata anni, gli studi e le letture mi hanno obbligato
a conoscere profondamente la malattia, il male di vivere, l’ansia e la
paura, il senso di inutilità, la voglia di farla finita, che accomunano
i malati senza speranza.
Quando ne
sono uscita vittoriosa, e alla grande, un anno fa, ho pensato che io potessi
essere in qualche modo testimone di questa vittoria. E portatrice di speranza.
Molti sintomi fisici avevano accompagnato la mia depressione: insieme alla
cefalea soffrivo ormai di contratture muscolari in seguito alle tensioni
che non riuscivo a scaricare.
Nedo, il mio
fisioterapista, era veramente eccezionale. Mi capiva, mi coccolava, sapeva
individuare i miei punti critici e con mani esperte e sapienti riusciva
a sbloccarmi ed alleviarmi il dolore, quasi sempre provocando anche un
fiume di lacrime liberatorie.
Vado ancora
da Nedo quando ho bisogno, ma il più delle volte è Adriana,
sua moglie, a farmi il massaggio: Nedo convive da quasi 4 anni con un tumore
al pancreas. E’ un lottatore, non molla, ogni tanto entra in ospedale per
cure specifiche ma appena sta meglio è in studio. Non si lamenta
mai, è sempre pronto ad ascoltarti e il suo sorriso e la sua saggezza
sono resi ancora più preziosi da un dolore e una sofferenza vissuti
in maniera superlativamente dignitosa.
Quel giorno
allora, a quella fermata della metropolitana, non mi è stato difficile
capire che quel cartellone della Lega per la Lotta contro i Tumori era
lì per me.
Era l’opportunità
di dare un senso compiuto a tante cose successe nella mia vita, quelle
raccontate ma tante altre ancora, poteva essere questo uno dei canali giusti
per regalare quell’amore ritrovato dentro di me e che ha valore solo se
donato agli altri.
Ho risposto
quindi con entusiasmo alla “chiamata”, ho superato il test attitudinale
e non potete capire come mi sia sentita quando ho avuto la conferma ufficiale
da parte della psicologa: ero idonea per il servizio di volontariato! E
mai avrei potuto immaginare una migliore formazione possibile di quella
che ci sta fornendo l’équipe di medici, psicologi e responsabili
della Lega!
Ogni lezione
è una finestra sulla vita, quella che si impara guardando in faccia
la sofferenza e la morte; è una miniera di conoscenza e soprattutto
un esempio di umiltà e di dono gratuito di sé da parte di
tutti gli insegnanti.
Ritengo quindi
questo momento formativo un grande privilegio, così come ritengo
grande privilegio il poter servire chi soffre in una struttura di inestimabile
valore scientifico ma soprattutto umano e morale come quello della Lega
Tumori.
MARZIA “Una cosa da fare prima della fine del mondo”
Quando la signora
Fusco ha chiesto di mettere su carta le nostre emozioni e le nostre aspettative
per il futuro di volontario, la tentazione di scrivere è stata forte,
pur non avendo alcun precedente da “scrittore”, a parte il diario della
mia adolescenza.
Stiamo ora
facendo i primi passi in questo Corso di Formazione che trovo, al di là
della sua funzione ufficiale, un momento importante a livello di crescita
personale. Gli argomenti che si toccano sono così vasti e poliedrici
e portano ognuno di noi a confrontarsi con ciò che sentiamo dentro
e sull’atteggiamento che abbiamo verso ogni aspetto della vita.
Credo che
sarebbe di aiuto un poco a tutti, non solo a chi come noi si troverà
ad affrontare la realtà delle varie situazioni sin qui prospettateci
in modo teorico.
Nel mio caso
poi questo momento è importante perché è, in un certo
senso, il raggiungimento di qualcosa desiderato da molto tempo, così
quando ho saputo di aver superato la selezione, mi è sembrato di
ritornare ai tempi della scuola: non so... è stato l’arrivo ad un
traguardo ambito.
Avevo dentro
di me questo desiderio di voler fare qualche cosa per i malati di tumore,
forse perché mi sono chiesta molte volte cosa avrei sentito se mai
questa malattia mi avesse colpito, se all’improvviso avessi dovuto combattere
una battaglia così importante, se mai avessi dovuto pensare in maniera
tanto palpabile all’idea di terminare la mia vita sapendo quasi sicuramente
quando... al pensiero di dover lasciare il mio bimbo solo .... e rinunciare
all’affetto delle persone che amo.
Ma proprio
in questi giorni, leggendo “La morte amica” ho forse scoperto un altro
motivo, un altro impulso. L’autrice in un passo scrive “... conosco invece
il peso ed il dolore di una scomparsa quando non ci si è potuti
dire addio. Tutto quello che avrei voluto dire a mio padre e che non ho
avuto il tempo di dirgli: le parole, i gesti d’amore e di gratitudine.
Quella morte che non ho potuto accompagnare ha certamente avuto un grande
peso sulla mia scelta, qualche anno dopo, di consacrarmi all’assistenza
delle persone in fin di vita...”
Un poco anche
nel mio caso probabilmente è così.
Nel 1989 Giuseppe
ci ha lasciati. Mio fratello se n’è andato in pochi minuti lasciandomi
con tante cose non dette, tanti progetti non conclusi, tanti sentimenti
tenuti dentro perché li consideravo scontati o perché credevo
di avere davanti tanto tempo per poterli esternare. E così la perdita
delle persone amate pesa, oltre che per la loro assenza, soprattutto per
ciò che tra loro e noi non è stato detto.
Avevo parlato
spesso con Giuseppe di questo mio progetto di volontariato, e lui lo condivideva
in pieno, cercava anche di dare una risposta ai miei dubbi sul dover sacrificare
il tempo che dedicavo alle persone amate per darlo al volontariato. Ridendo
mettevamo questo obiettivo nella lista delle cose da fare “prima della
fine del mondo” ... e il mondo non è finito, ma lui non c’è
più ed io sono qui finalmente per portare a termine il mio progetto.
Adesso tocca
a me. I dubbi ed i timori sono tanti, ma mi dicono che questa è
una reazione normale ed in verità non mi spaventa. So che non sarò
sola, che avrò costantemente il supporto del gruppo, e questo è
un motivo di serenità.
REGINA “Ho imparato a non avere più paura della morte”
Ho conosciuto
per la prima volta i volontari della Lega Tumori a casa mia.
Era il febbraio
1996 e mia madre era appena tornata a casa dall’ultimo ricovero: era piena
di dolorosissime metastasi ossee e di fratture e non avrebbe mai potuto
alzarsi dal letto.
Non mi ricordo
più come, ho scoperto che nella mia USSL era operativo l’ambulatorio
di Cure Palliative dell’Ospedale Buzzi. In un batter d’occhio ci siamo
ritrovati a casa il medico, l’infermiera e due volontarie della Lega: Rosanna
e Loredana. Eravamo molto colpiti dall’efficienza dell’équipe e
dalla competenza nel prescrivere tabelle calibratissime di farmaci contro
il dolore da somministrare a tutte le ore e aspettavamo con ansia l’arrivo
pomeridiano delle volontarie. Rosanna, in particolare, era vicina a mia
madre per età, esperienze di vita e valori, ed io cercavo di lasciarle
sole perché si potessero confidare con maggiore intimità.
Aspettavo le volontarie anche per me stessa: per essere confortata, coccolata,
e per poter allontanarmi da casa un paio di ore senza angosce.
Mia madre
è morta a maggio e quel momento “tragico”, che io avevo aspettato
terrorizzata, senza sapere esattamente come si sarebbe svolto, si è
rivelato un’esperienza emozionante e soprattutto bella. Sì, bella,
perché ho scoperto che la morte non è una cosa da film horror
quando i dolori possono essere alleviati (in parte o completamente), quando
la mamma ti dice “fai sempre la brava e ricordati di me”, e quando si può
morire nel proprio letto circondati dalle persone che si amano. L’équipe
ci ha fatto conoscere come la morte possa essere un avvenimento pieno di
valore e dignità, ed io ho guadagnato una zia, e cioè la
mitica Rosanna.
Nella vita
non si sa mai quali esperienze ci possono aspettare.
Nemmeno un
mese dopo la morte di mia madre, dopo un check-up ospedaliero, mi sento
dire da un gentilissimo medico che mio padre non solo ha un cancro in fase
avanzata, ma che qualunque terapia sarebbe inutile. Shock, panico, telefono
subito a Rosanna! Nella disperazione più totale, io e mia sorella
decidiamo che anche il papà ha diritto ad avere una morte dignitosa
e ricca di significato come quella della mamma.
Riusciamo
a partire per quella che sappiamo essere l’ultima vacanza insieme, con
lui che si consuma a vista d’occhio. Tornati a Milano ricontatto l’équipe
di Cure Palliative, ma la situazione è diversa perché la
sensibilità d’animo di mio padre e la recentissima perdita della
donna della sua vita ci convincono a non dirgli quali sono le sue condizioni.
Mio padre
ha capito di essere gravemente malato, ma non ci fa molte domande: la sua
grande fede lo porta ad accettare gli insegnamenti divini attraverso la
malattia e quindi mostra una grande capacità di sopportazione. L’équipe
riesce a seguirlo solo per pochi giorni prima della sua morte, ma l’unica
visita del volontario Piergiorgio è memorabile.
Papà
è a letto e Piergiorgio gli fa la barba piegato in due con manovre
da sofisticato istituto di bellezza (anche i panni caldi!!) e con un amore
che trabocca da ogni suo gesto.
Mio padre
muore dopo aver ricevuto le visite del suo amico fraterno e delle sue sorelle
che hanno preso aerei e treni per essergli vicini. Siamo tutti intorno
a lui ed io gli stringo la mano mentre dal coma scivola via nell’ultimo
respiro: anche mio padre ha avuto la fortuna di “morire bene”.
Da tutto questo
ho imparato a non avere più paura della morte, perché assistere
a questo evento è profondamente emozionante: credo sia come il momento
della nascita di un bambino.
La malattia
porta con sé una grandissima ricchezza se si riesce a viverla in
famiglia come un momento di crescita e di unione, e qui devo ringraziare
l’équipe di Cure Palliative che oltre a contribuire ad alleviare
le sofferenze del malato, ci ha permesso di vivere intensamente e con estrema
dignità dei momenti che avrebbero potuto rivelarsi molti più
drammatici. Non ci siamo sentiti soli perché quando tante persone
sono sparite di fronte al tabù della morte, i volontari hanno continuato
a sostenerci sia moralmente che fattivamente.
La perdita
dei genitori è straziante e lascia un enorme vuoto, ma è
comunque bello pensare di aver fatto qualcosa di concreto e significativo
per accompagnarli verso una morte piena di calore umano.
Oggi ho quasi
26 anni e sto frequentando il Corso di Formazione per Volontari della Lega
Tumori. Ho imparato così tanto dalla mia esperienza personale che
voglio poter condividere questi insegnamenti con altri malati ed altre
famiglie, voglio poter comunicare il grandissimo valore della speranza
che passa anche attraverso la malattia e la morte, e voglio farlo con una
preparazione seria.
È difficile,
ma sto cercando di seguire il corso senza pensare troppo a come si sono
svolti i fatti nella mia famiglia, perché anche se la mia vicenda
è la molla che mi ha spinta a propormi come volontaria, penso sia
opportuno un approccio più distaccato ed imparziale: io so cosa
si prova, ma so anche che ogni famiglia ed ogni malato sono unici e devono
essere rispettati per quello che sono.
Ad ogni lezione
incontro sempre qualche persona nuova ed inevitabilmente finisco per ascoltare
i loro dubbi e le loro paure (anch’io ne ho molti) che scaturiscono man
mano che i relatori introducono nuovi temi. Sono certa però che
quando saremo a contatto diretto con i malati, tutto sembrerà più
facile e basteranno gesti piccoli e quotidiani per comunicare l’amore ed
il rispetto che ci animano.
Mi aspetto
molto dalla mia futura opera come volontaria: credo che donare amore e
attenzione in modo gratuito sia una delle più grandi fonti di ricchezza
a cui possiamo attingere e quando, dopo il colloquio individuale con la
psicologa, sono stata informata della mia idoneità, saltavo dalla
felicità come se avessi vinto alla lotteria...
Sono convinta
della validità del volontariato inserito in strutture ben organizzate
e della supervisione, e la mia convinzione deriva dall’avere sperimentato
l’opera dell’équipe dalla parte della famiglia del malato. Sono
inoltre sicura che la collaborazione con altri volontari e lo scambio di
idee e di esperienze costituiranno momenti di crescita e di condivisione
di valori che in una grande città sono rari e preziosi.
Volontari “maestri” Lezioni ai Corsi
La Scuola
di Formazione del Volontariato in Oncologia della Lega Italiana per la
Lotta contro i Tumori organizza, oltre ai Corsi di Formazione per i volontari,
anche i Corsi per Formatori di Volontariato rivolti ad altre associazioni,
per mettere a loro disposizione l’esperienza acquisita in tanti anni di
formazione e gestione del volontariato.
In varie
occasioni i volontari intervengono ai Corsi in qualità di relatori.
CARLO “L’auto come lettino da analista”
Buona sera,
il mio nome è Carlo, ho 66 anni, una moglie, due figli, tre nipoti.
Faccio parte della Lega da quattro anni e mi occupo di “trasporti”, cioè
di accompagnare i malati da casa, o da dove risiedono, all’ospedale presso
il quale devono fare una terapia o una visita o un’indagine diagnostica.
Mi è
stato chiesto di raccontarvi quali sono state le motivazioni che mi hanno
spinto ad entrare tra i volontari della Lega e di dirvi della mia esperienza.
Ho saputo
della ricerca di volontari da parte della Lega tramite i dépliant
illustrativi che venivano allora depositati presso le banche: in quel foglio
si accennava al volontariato per il trasporto dei malati ed io, che sono
nato con la vocazione dei trasporti, ho risposto a quell’invito.
Dico di avere
la vocazione al trasporto perchè il primo “trasporto” l’ho fatto
a 14 anni, nel 1944, spingendo per pochi chilometri e con qualche interesse
una ragazza, malata di cuore, in bicicletta nelle strade della campagna
pavese: ora nell’ambito della Lega sono arrivato in questi quattro anni
a più di 40.000 chilometri.
Per quanto
riguarda le motivazioni, sarebbe molto più breve dire che non ci
sono motivazioni per “non” fare il volontario: le motivazioni sono infinite.
Nel mio caso, oltre alla ragione di fondo della solidarietà, e cioè
di portare un po' di aiuto a persone che sono letteralmente immerse nelle
tribolazioni e che subiscono gravi mutilazioni, vi devo confessare un certo
interesse personale.
Mi spiego.
Per più di 30 anni ho fatto il chimico in uno stabilimento ed essendo
stato costretto ad interrompere questa attività, in verità
bellissima, ho temuto di essere soffocato dai problemi dei nipoti che sono
carini ma ancora piccoli, non guardano lontano e mi costringono alla loro
dimensione.
Per quanto
riguarda la mia preferenza per i trasporti, a parte la mia vocazione di
cui ho già detto, riconosco:
1. una mia
incapacità ed imbarazzo a portare conforto con le parole
2. una incapacità
ad occuparmi di promozione
3. un mio
desiderio di stare lontano da eventuali tensioni con il personale della
struttura ospedaliera
4. essere
al riparo da critiche tipo: se la struttura si trova la pappa pronta, non
risolverà mai i propri problemi.
Con la mia
attività spero di non dare fastidio ad alcuno e mi sembra che il
mio operato sia un’attività tipica del volontariato.
Mi sembra
anche che l’interno di un veicolo automobilistico sia un luogo adattissimo
alla confidenza, come una sorta di “lettino da analista”: non si è
disturbati da nessuno, né dagli infermieri, né dalle visite
dei parenti, né dal malato del letto accanto. Il malato si affida
a te e nessuno ti rompe per ricordarti che questo o quello non è
di competenza del volontario, in altre parole il volontario dei trasporti
gode di una particolare libertà che è gratificante.
Probabilmente
ho finito per fare senza volerlo una promozione a favore del volontariato
“trasporti”: in verità non so cosa succeda nel mondo dell’assistenza
domiciliare ed i volontari dell’assistenza mi vorranno scusare.
Ora forse
dovrei riferire di qualche episodio particolare.
Quanto sto
per raccontare probabilmente interesserà poco i lettori in quanto
non riguarda i rapporti tra le persone, ma è una mia situazione
personale.
Nel maggio
del 1995, era un sabato, sono stato al Niguarda per avere notizie di una
nostra giovane assistita, originaria della provincia di Nuoro. Nella notte
la ragazza era morta. Ora era nella camera mortuaria. Condotto dalle lamentazioni
della mamma, che l’aveva assistita giorno e notte per settimane, sono entrato
nella camera di Tiziana.
Lo squallore
agghiacciante del vano, l’illuminazione del solo viso, le scarpe da tennis
della ragazza, il lamento accorato della mamma, facevano sì che
il dolore trasudasse da quelle pareti e mi sentivo immerso nell’atmosfera
di una tragedia greca.
Se dovesse
esserci una data che segna l’ingresso per l’uomo nella maturità,
io posso dire di essere maturato quel 10 maggio.
Parlando di
cose più allegre, una cosa che non avevo messo nel mio bilancio
di previsione è stato l’incontro con gli amici che fanno parte del
mio gruppo: sono decisamente ottimi.
Altra cosa
piacevole e non prevista è costituita dalla gratitudine che molto
spesso ci viene espressa, come nel caso della giovane signora che ha voluto
inviare alla Lega questa lettera:
“ Carissimi,
ringrazio tutti voi per il grande aiuto che mi date nella cura della mia
malattia. Non trovo parole per esprimere tutta la mia gratitudine e tutta
la mia ammirazione per il lavoro meraviglioso che offrite per aiutare chi
soffre. Vorrei segnalare in particolar modo gli ‘accompagnatori’, persone
preparate e sensibili che mi sono state di grande aiuto sia materiale che
morale. La cosa che più mi ha colpito è che tutto questo
lavoro viene fatto senza clamori, in silenzio. In una società in
cui tutto viene gridato e reclamizzato, voi fate qualcosa di molto più
grande delle tante notizie che trovano spazio nelle prime pagine dei giornali
e nelle televisioni. Con infinita riconoscenza. Anna Pia.”
GIORGIO “Inizia il viaggio”
E’ a mio giudizio
il momento più difficile, per un nuovo volontario, l’inizio del
‘saper fare’.
Non dimentichiamoci
che la maggior parte dei nuovi volontari viene alla Lega Tumori pensando
ad un futuro volontariato da farsi in una forma “soft”, possibilmente accanto
ai bambini. Invece questo nostro validissimo Corso di Formazione li mette,
nel volgere di poche lezioni, di fronte a quello che sarà la base
del loro futuro operare: la malattia, il cancro, la morte.
Uscito dal
Corso di Formazione il nuovo volontario si pone tante domande, ha molte
incertezze ed inizia il viaggio che lo porterà ad operare accanto
ai pazienti. A questo punto è importantissimo, direi vitale per
il cammino futuro, che l’inizio gli sia facilitato da volontari già
inseriti, che gli siano psicologicamente accanto con molta disponibilità
e che non si limitino ad accompagnarlo su e giù per i 9 piani dell’ospedale
mostrandogli le varie patologie ospitate, ma che lo avvicinino ad esse
dolcemente, spiegandogliele e cercando di fargliele accettare, specialmente
per quanto riguarda quelle che visivamente possono avere su di lui un effetto
traumatizzante.
Quando è
possibile, si cerca di farlo accompagnare da volontari diversi, allo scopo
di fargli cogliere le varie e diverse forme che ogni volontario ha di porgersi
al paziente. Questo per fargli capire che, piano piano, usando la propria
sensibilità, riuscirà ad inserirsi anche lui ed a guadagnarsi
la stima e la simpatia dei pazienti, dei suoi ‘colleghi’ e del personale
curante.
“Una troupe per un pubblico speciale”
Questo aspetto particolare del volontariato, a differenza di altre forme di vicinanza al malato (empatia, comunicazione a due, comunicazione non verbale), ha lo scopo preciso di distrarre e di divertire, ed è stato da me interpretato come un modo diretto per incontrare il paziente in momenti diversi della sua malattia: momenti in cui desidera dimenticarla, anche per poche ore, passando una serata con amici volontari disponibili a questa sua evasione.
Sono gli stessi
volontari che durante la giornata sono accanto a lui nei vari reparti,
pronti ad aiutarlo nei momenti della sua degenza ospedaliera e che, forti
del rapporto di simpatia e di amicizia instauratosi tra di loro, sono pronti
la sera a tramutarsi in attori, cantanti, ballerini, volendo offrire al
malato questa loro versatilità per fargli trascorrere alcune ore
liete facendogli dimenticare i suoi problemi quotidiani. Alla fine della
serata il risultato è sicuro: una maggiore serenità, una
notte tranquilla e, il giorno dopo, qualche amico in più con cui
passare il tempo in ospedale.
Trenta volontari
che fanno gli attori, i tecnici del suono e delle luci; 90 costumi, molti
dei quali confezionati dai volontari stessi; un cartellone comprendente
5 spettacoli diversi; uno spettacolo che al momento ha cadenza quindicinale
e che dovrebbe diventare settimanale. Tutto questo si aggiunge a varie
feste cui partecipano complessi di musica leggera, concerti corali, serate
con bande musicali, durante alcuni dei quali i pazienti vengono coinvolti
con giochi a premi, balli e canti.
Non è
facile riuscire a mantenere nel tempo un impegno del genere. Tutti naturalmente
hanno, oltre al tempo dedicato al volontariato, una loro vita personale,
e bisogna pensare che prove e recite vanno ad aggiungersi alle ore passate
in corsia accanto ai malati. Nonostante ciò l’entusiasmo è
grande, la “troupe” si sente gratificata dalle risate del suo pubblico
così speciale e questo l’aiuta a non mollare quando la tentazione
è forte.
Volontari Ospedalieri
Svolgono la propria attività presso i reparti e gli ambulatori dell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano e presso reparti e ambulatori oncologici di altri ospedali di Milano e provincia. Offrono a migliaia di malati ogni anno, la possibilità di affrontare con maggiore coraggio e serenità questa difficile fase della loro vita.
ANNA “Il silenzio”
Sono molto
restia e reticente nell'accingermi a raccontare un'esperienza che, come
poche altre, fa parte della nostra vita interiore e che per un certo periodo
ci ha coinvolto e ci ha uniti a situazioni dolorose e complesse, ma che
è e rimane dentro noi come qualcosa di indelebile e di inspiegabilmente
esclusivo. In questo sta la bellezza e la tenerezza dell'aver vissuto comunicando
attraverso il nostro spirito, che trascende noi stessi e la nostra umana
natura.
Mi riesce
difficile, se non impossibile, quindi, trasfondere su pagine scritte la
profondità e l'unicità di un'esperienza fatta prima di tutto
di SILENZIO.
Sì,
di silenzio, perchè vi sto "parlando" del mio amico Giulio che non
può più parlare: ha subito, prima che io lo conoscessi,
l'asportazione della lingua e di tutto l'apparato rinofaringeo (si dice
così?) a causa di un tumore terribile e devastante.
Un uomo "splendido"
con un'anima "splendida" che ha trascorso la sua vita, paradossalmente,
parlando e comunicando in molte lingue e con molte nazioni. Un uomo che
a causa della sua vita e delle sue scelte è rimasto "solo" e la
cui massima aspirazione è ora quella di possedere un cane opportunamente
addestrato per "comunicare" attraverso di lui.
Ma non è
stato sempre così, anzi: Giulio, che ora ha poco più di 40
anni, ha avuto una vita intensa, libera e coinvolgente fino a rimanerne
travolto lui stesso, come spesso succede alle persone intelligenti, sensibili,
creative e inevitabilmente un po' incoscienti e ansiose di vivere pienamente,
bruciando tutte le tappe, non solo del successo, della famiglia e dei sentimenti,
ma anche quelle che sembrano più inaccessibili, proibite e trasgressive:
la vita è anche questo, la vita è soprattutto questo, ma
...
Un uomo solo,
un uomo che si trova di fronte ad una tappa che somiglia più ad
un calvario che ad una meta da conquistare, un uomo che ha lottato sì,
ma per il successo, il benessere, la considerazione ed il prestigio che
suscitano invidia nel prossimo; ma quelle erano bazzecole e adesso, solo
adesso, si rende conto di cosa vuol dire lottare: non chiede nessun aiuto,
ma i suoi occhi rivelano il suo stato d'animo, la sua disperazione profonda,
la sua consapevolezza ed il suo bisogno di intenso amore.
Gli interventi
di chirurgia plastica, dopo le amputazioni subite, si susseguono l'uno
dopo l'altro, quasi sempre senza successo, quasi sempre con pochissime
speranze e con progressi lentissimi, seguiti da regressi repentini.
Io e Giulio
"parliamo", "parliamo" della sua vita personale: gli occhi si inumidiscono,
mi rivela di avere una figlia, Donata, ora adolescente, che non vede dall'età
di 3 anni e della quale non sa nulla, non avendo voluto interferire nella
sua vita dopo il divorzio dalla moglie.
I rapporti
con la ex moglie, risposatasi e con un figlio avuto dal suo secondo marito,
sono inesistenti e le rare occasioni d'incontro sono state tutte all'insegna
del rancore e dell'aggressività repressa e manifestata, a seconda
delle circostanze.
La ex moglie
è a conoscenza, tramite una sorella, di quanto è accaduto
a Giulio, ma non ne fa menzione con nessuno e tanto meno con la figlia,
che crede che il padre sia morto da parecchi anni.
A seguito
di un ennesimo intervento vengo a conoscenza che le condizioni di Giulio
sono molto gravi: gli chiedo se desidera vedere sua figlia. Mi fa sapere
che a distanza di pochi giorni Donata compirà 18 anni e che le ha
scritto una lettera che vorrebbe le venisse consegnata. I suoi occhi chiari
sono pieni di lacrime: sono disperata anch'io.
Mi faccio
dare le coordinate che mi consentono di rintracciare la nuova famiglia
di Donata: provo più volte a telefonare nel tentativo di trovare
Donata, ma invano.
Una volta
mi risponde il patrigno al quale mi presento come volontaria della Lega:
mi risponde con molta correttezza e mi fornisce gli orari nei quali ritiene
io possa trovare in casa la figliastra. Ma con Donata non mi riesce di
comunicare: mi risponde la moglie adducendo mille scuse e fornendomi una
miriade di spiegazioni sul deprecabile comportamento di Giulio e sui motivi
che l'hanno indotta a far credere alla figlia l'inesistenza del padre.
Le rispondo che non è certamente a me, un'estranea, che deve dare
spiegazioni e tanto meno giustificarsi; la prego di riflettere sulle conseguenze
future allorchè‚ la giovane ragazza, già provata, verrà
a conoscenza, a posteriori, di quanto è stato tramato e deciso alle
sue spalle. La metto di fronte alle sue enormi responsabilità, soprattutto
ora che la figlia è adulta e in grado di fare scelte consapevoli
e prendere proprie decisioni.
Riesco finalmente
a parlare con Donata e le chiedo un colloquio personale. Abita fuori Milano.
Mi prega di darle modo di riflettere. Non la richiamo e lascio a lei ogni
iniziativa.
Nonostante
gli ostacoli frapposti dalla madre, che mi ritelefona e mi accusa di interferire
nella vita della sua famiglia e continua ad accusare Giulio di essere l'unico
artefice di tutta la sua sventura, Donata mi richiama e decide di incontrare
il padre per mio tramite.
Poichè
temo un'emozione troppo forte per un fisico estremamente provato come quello
di Giulio, gli preannuncio la visita di Donata: il suo sguardo si illumina
di gioia e di gratitudine, ma subito dopo è sconvolto dalla preoccupazione
e dal pensiero di non poter comunicare con questa figlia per dirle tutto
quello che desidera e che non ha mai saputo o voluto dirle quando nulla
o quasi glielo avrebbe impedito, se non una stupida, squallida, inutile
reticenza.
La situazione
è drammatica e disperata, ma di una grandezza ed umanità
incommensurabili.
Sono
stravolta, ma certa di agire bene.
Attendo
Donata al treno, aspettandomi di vederla arrivare sola, come d'accordo,
invece arriva con la madre ed il patrigno. Vengo subito assalita dalla
madre, la quale sostiene che per l'equilibrio di "sua" figlia non permetterà
che questo incontro avvenga senza la sua presenza.
Donata non
proferisce parola, è completamente in balia della madre.
Mi impongo,
dicendo che mi rifiuto di accettare una condizione del genere e rinuncio
ad accompagnare Donata dal padre. La donna, dopo un lungo colloquio con
me, desiste dal proposito di essere presente all'incontro.
Siamo ora
io e Donata già all'interno dell'Istituto Tumori, la accompagno
nella camera di suo padre e ... scompaio dalla loro vita.
Volontari in hospice
Sono presenti
presso gli hospice del Pio Albergo Trivulzio e della Casa di Cura Capitanio.
L’hospice è una struttura di ricovero concepita per offrire ai malati
in fase avanzata di malattia che non possono essere assistiti a domicilio
non solo cure adeguate, ma un’assistenza globale in un ambiente che ricrei
il più possibile l’atmosfera della propria casa.
ADRIANA “Il signor Carlo - l’uomo dal fiore in bocca”
Quando è
arrivato in reparto, mi sono ricordata di colpo di una osservazione di
Rossella di tanti anni fa.
In quegli
anni, una nota casa produttrice di dentifrici chiudeva il suo spot pubblicitario
con il ritornello “...ti spunta un fiore in bocca....!”; e lei, indignata
e anche un po’ disgustata per quella che considerava ignoranza degli ideatori
di quel motivetto, ricordava che “il fiore in bocca” apparteneva in realtà
ad un malato di tumore, protagonista di una novella di Pirandello, ed era
questo fiore “un tubero violaceo... con un nome dolcissimo... più
dolce di una caramella....Epitelioma si chiama... La Morte, capisce, è’
passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca e m’ha detto: Tientelo caro:
ripasserò fra otto o dieci mesi!”
Rossella è
morta di tumore qualche tempo fa e l’arrivo in reparto del Signor Carlo
me l’ha fatta appunto ricordare.
Il Signor
Carlo tuttavia ha in comune con “L’uomo dal fiore in bocca” soltanto il
“fiore”.
E’ un uomo
intorno ai 60 anni, con la parte inferiore della faccia distrutta dalla
malattia. Non può parlare e comunica solo scrivendo su un suo quadernetto.
Ha una espressione dolce, bonaria, ancora capace di ironia. Sembra un uomo
comunque in pace con se stesso, tanto quanto il suo omonimo pirandelliano
era posseduto dalla rabbia per la sua sorte.
Vive circondato
dall’affetto della sua famiglia, ed in particolare della moglie che lo
assiste giorno e notte; l’impressione è che egli si senta ancora
parte della sua famiglia nonostante la sua terminalità e che, insieme
alla sua famiglia, si sia costruito una “tana” accogliente nella quale
aspettare con dignità la morte. Il suo omonimo invece rifugge dalla
famiglia che gli ricorda ossessivamente la sua malattia ed è avido
di entrare, anche solo con gli occhi, nella vita di estranei “intorno ai
quali la mia immaginazione può lavorare liberamente... vedo la casa
di questo e di quello... ci vivo...”
Nei primi
tempi del suo ricovero, il Signor Carlo chiedeva spesso uno specchio; lo
teneva in mano a lungo, osservando con attenzione quanto era visibile della
sua malattia e, qualche volta, voleva del burro di cacao per ammorbidire
la pelle intorno alla zona della bocca. Poi restituiva lo specchio e chiudeva
gli occhi per un poco... ma solo per poco... li riapriva e faceva segno
di volere il suo quadernetto per mezzo del quale riprendeva contatto con
la realtà più immediata, con il giornale, con la musica jazz
del suo registratore....
Ora che è
alla fine, riprende coscienza solo per qualche attimo nella giornata e
stringe sempre più debolmente nella sua mano la mano di chi l’assiste.
Le infermiere
hanno protetto il suo “fiore” con una medicazione gentile: sul suo viso
smagrito e illividito dalla morte ormai prossima, quella fasciatura morbida
e bianca vista di profilo sembra appartenere a un cucciolo o ad un bimbo
che abbia per chissà quale ragione litigato con la vita.
L’ho rivisto
sul suo letto di morte, il viso sereno e bonario, le narici appena dilatate,
quasi a voler trattenere l’ultimo respiro. Ed in questa volontà
di vita, nonostante tutto, si è ricongiunto al suo omonimo pirandelliano
che raccomanda al suo interlocutore, tornando a casa, di “raccogliere un
cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno,
tanti giorni ancora io vivrò’... Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando...”
* * *
“Occhi aperti per sempre”
E’ un uomo
dall’aspetto giovanile, malgrado la malattia, i capelli scuri, gli occhi
di un azzurro chiarissimo.
Fa fatica
a restare sdraiato, ma non è in grado di alzarsi neppure con l’aiuto
di una carrozzella. Così è spesso seduto sul bordo del letto,
le gambe penzoloni, il respiro affannoso nonostante le cannule dell’ossigeno,
l’aria sofferente. Quando entro nella sua camera, mi fa cenno di sedere
sul bordo del letto accanto a lui, mi prende la mano e se ne sta in silenzio,
pago della vicinanza di qualcuno.
Il suo viso
è assorto, quasi senza espressione, e gli occhi si intravedono attraverso
le palpebre semiabbassate. L’ho sempre visto così, quasi volesse
tenere dentro di sè e solo per sè la pena dei sentimenti
e delle emozioni che certamente lo stanno accompagnando negli ultimi tempi.
La moglie,
anch’essa ancora giovane, e la figlia ventenne vengono spesso a trovarlo,
ma non si fermano molto. La moglie conosce la terminalità della
sua malattia e ne è terrorizzata, sia per la malattia in sè
che per il pensiero della morte ormai vicina, alla quale non si sente preparata.
Pochi giorni
prima della sua morte mi disse qualcosa di lui, del suo lavoro, del manifestarsi
quasi improvviso della malattia.
Andai a trovarlo
sul suo letto di morte e all’ingresso incontrai la moglie: non era andata
a vederlo e non lo voleva vedere. Mi disse che ne aveva paura e preferiva
ricordarlo da vivo.
Entrai dunque
da sola nella stanzetta in cui riposava e subito pensai alle paure della
moglie. Era stato accuratamente sbarbato e vestito, ma la bocca e
gli occhi in particolare erano rimasti semiaperti, così come li
avevo sempre visti: occhi di un azzurro chiarissimo, con l’espressione
assorta e pensosa, che guardavano il visitatore con la stessa serietà
e dignità silenziosa che avevano in vita.
Più
tardi chiesi come mai accadesse talvolta che non si chiudessero gli occhi
ai morti né si pensasse di assicurare la chiusura della bocca. Qualcuno
mi disse che la legge lo vieta.
Ma la pietà
umana non può interpretare “la legge” in modo più flessibile?
o ne è incapace?
* * *
“Adesso sto bene e sono contenta”
Era una signora
ancora giovane, piuttosto robusta, con una massa di capelli grigi, ricci
e forti nonostante la chemioterapia.
Quando è
arrivata in reparto non riusciva a fare nessun movimento e passava le giornate
immobile, guardando la televisione.
Pian piano
ha riacquistato un po’ di forza e questo le ha permesso di muoversi nel
letto ma anche di stare seduta in carrozzella per breve tempo.
Così
ha cominciato a muoversi sia in reparto che all’interno dell’Istituto,
quasi sempre accompagnata dal marito. Anche il figlio era sempre presente
e spesso pranzava con lei, approfittando delle vacanze estive che gli permettevano
di essere più libero dagli impegni scolastici.
Il marito,
forse incoraggiato dai visibili miglioramenti, non accettava di parlare
della sua terminalità e si infastidiva se era la moglie stessa a
parlare della sua malattia. La spronava, anzi, a muoversi e quasi la accusava
di pigrizia quando lei non se la sentiva di essere messa in carrozzina.
I medici decisero
che poteva tornare a casa dove sarebbe stata comunque seguita dalla équipe
di Cure Domiciliari.
Quando in
reparto era sola, e questo accadeva in genere nella prima parte della mattinata,
le piaceva parlare di sé, della sua casa e di come il marito stava
modificando la loro stanza da letto per far posto agli arredi indispensabili
al suo stato.
Un giorno
chiacchierammo più a lungo e lei mi confidò di essere contenta
del suo stato attuale: la malattia sembrava essersi fermata, non aveva
dolori, stava per tornare a casa dove avrebbe comunque potuto muoversi
anche se con l’aiuto della carrozzina. Ricordo con precisione il senso
delle sue parole: “adesso sto bene e sono contenta, ma so che cosa mi aspetta
e so che questa è solo una tregua e mi devo preparare. Verranno
tempi brutti. Ne ho esperienza diretta. In famiglia, due parenti stretti
sono morti di cancro di recente e sono consapevole di quanto hanno sofferto”.
Alcuni mesi
dopo è arrivata in reparto la telefonata del marito: voleva avvertire
che la moglie era morta.
Non disse
altro.
*
* *
“La signora Albina ....è la Tittì come una passerotta...”
E’ una vecchia
signora immobilizzata nel suo letto e con il corpo che si sta sempre più
riempiendo di piaghe.
E’ molto dolce
e gentile e si affanna a dire “grazie...grazie” ogni volta che ci si accosta
a lei. Non comunica quasi in altro modo. Dice solo qualche altra parola
che ha sentito e che ripete con voce stentorea come ad esempio “FETTE BISCOTTATE...
FETTE BISCOTTATE...”oppure “GRAZIE DEI FIORI... GRAZIE DEI FIORI”. Parole
che a me comunicano un forte senso di disagio, per come vengono pronunciate.
Mi piace ricordare
la tenerezza che mi ispira quando al mattino la imbocco: sembra una passerotta
che sporge il capino e apre il becco per prendere il cibo dalla mamma,
e nel fare ciò solleva con vigore quasi incredibile il capo dal
cuscino ad ogni cucchiaiata.
“...E’ la
Tittì come una passerotta, ma non ha penne per il suo vestire...”
scriveva il Carducci. Anche la signora Albina non ha penne per il suo vestire;
le fanno indossare la camicia dell’ospedale perchè questo consente
di accudire più gentilmente il suo vecchio corpo piagato.
Ora non riesce
più nemmeno a sollevare il capo per mangiare e non dice più
“grazie”.
L’assiste
la figlia, sempre più magra e depressa. L’altro giorno è
riuscita a monopolizzare il cappellano in un corridoio, obbligandolo ad
ascoltare il suo soliloquio “E’ giusto mantenere in vita una persona così
sofferente? perchè Dio lo permette?”
Volontari domiciliari
I volontari a domicilio
offrono il proprio sostegno al malato e alla sua famiglia nella loro casa.
I volontari affiancano sia malati in fase riabilitativa che malati in fase
avanzata, per i quali agiscono nell’ambito di Unità di Cure Palliative
Domiciliari. Si tratta di équipes multidisciplinari composte da
medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e volontari.
ELIANA “Una prelibatezza per Elisa”
Ho 76 anni,
sono sposata ed ho un figlio che mi ha dato 2 nipoti di 19 e 22 anni.
Perché
sono entrata nella Lega? La spinta iniziale fu che avendo il mio unico
figlio medico all’Istituto dei Tumori di Milano e recandomi spesso presso
questo ospedale per far visita a parenti, amici e conoscenti, leggevo nei
visi di queste persone lo smarrimento, talvolta la disperazione.
Gente che
veniva da lontano per assistere i propri cari: spesso mi sentivo rivolgere
la domanda ‘dove andare a dormire ma spendere poco’. Aprivano piccoli cartocci
con pezzetti di pane e odore di companatico. Seppi allora, eravamo nel
1974, che esisteva una Lega per la Lotta contro i Tumori all’interno dell’Istituto
e nella Lega, un Comitato di Assistenza la cui Presidente era la signora
Luisa Einaudi, donna che dire eccezionale è assai riduttivo. Iniziò
così il mio apporto a questa istituzione che, senza togliere niente
alle altre, nel suo campo è tra le più importanti. La nostra
Lega provvede in maniera encomiabile e “completamente gratuita” a tutti
i fabbisogni di questa gente che spesso oltre a essere colpita nel fisico
vive in stato di indigenza economica con pensioni irrisorie.
Ho assistito
in tutti questi lunghi anni più di 500 persone e ho toccato con
mano che il dolore e le terapie sono una costante per tutti, ma le reazioni
sono molto diverse. Chi ha fede, chi impreca, chi ha perduto tutte le speranze,
chi si aggrappa ancora a tutto.
Non ho mai
assistito bambini: perché? un po’ per vigliaccheria, poiché
un senso di scoramento mi attanaglia quando li vedo così colpiti
e l’altra ragione è perché - meno male - il bambino è
più accudito.
Le mamme lasciano
persino il lavoro, ci sono i nonni, gli zii, non sono mai soli. Gli adulti
sono più emarginati. Oggi i giovani chelavorano tornano a casa la
sera ed hanno mille problemi da risolvere; la persona malata - è
comprensibile - è un peso gravoso in più da sostenere. Si
muore sì di malattia, ma soprattutto di solitudine, sopra ogni altra
cosa della solitudine di affetto.
Il mio compito
io lo svolgo così: una telefonata per dire “oggi arrivo e ci facciamo
un po’ di compagnia”. So dalle famiglie che qualcuno vuol mettersi il vestito
buono o che la vestaglia sia ben stirata. Entro nelle loro case sempre
con il sorriso sulle labbra e corro ad abbracciarli e baciarli. Temono
spesso di essere tenuti a distanza a causa della loro malattia. Li ascolto,
li incoraggio, chiedo dei loro bisogni più urgenti e poi indirizzo
il discorso in altra direzione.
Prendiamo
insieme un caffè e guai se non accetto i pomodorini freschi del
loro orticello, un vasetto di miele comprato al mercato di Toceno.
Toceno è
una località montana dove sorge la nostra casa di soggiorno estivo
dove ospitiamo i malati per una vacanza, e ovunque io vada ho sempre un
pensiero per loro.
Quanti ricordi
tristi e dolorosi ma anche quanti aneddoti teneri. Uno per tutti. Una mia
assistita di quasi ottant’anni, sola al mondo, aveva la compagnia di un
gattino che, essendo lei colpita da ben due tumori, tra un ricovero e l’altro
era costretta ad affidare alla benevolenza dei vicini, i quali però
a un certo punto si sono stancati e lei è stata costretta a darlo
via. Il suo dolore è stato pari alla sentenza dei suoi mali.
Eravamo vicini
al Natale e oltre al sussidio mensile della Lega, personalmente, ed anche
con l’aiuto di mio figlio, le diedi un piccolo contributo perché
le festività fossero meno tristi. Volevo che la mia Elisa non si
facesse mancare qualche prelibatezza.
Al mio nuovo
incontro le chiesi come avesse usufruito del mio omaggio. La vidi confusa
e in difficoltà: mi pregò di non rimproverarla, andò
nella sua camera e tornò con la foto del suo gattino in una cornice
d’argento!
Non so se
riesco sempre nel mio intento, so per certo che loro mi hanno insegnato
tante cose.
Volontari Prevenzione
Collaborano alla gestione ed all’accoglienza delle persone che si sottopongono a visite preventive di diagnosi precoce presso gli Spazi Prevenzione della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori.
MARIAGRAZIA “Non so e non devo sapere”
L’utente che
si avvicina ad uno spazio prevenzione è vario e variabile, è
educato e aggressivo, è irritabile ed irritante, è insofferente
e paziente, è diffidente, esigente e disponibile; è, soprattutto,
timoroso. Per i comportamenti umani che vengono a determinarsi a partire
da questa variegata gamma di atteggiamenti ritengo che le prerogative di
una assistente volontaria, nell’impatto con l’utenza, debbano essere improntate
all’educazione, alla cortesia, alla sensibilità, all’intuito, all’attenzione
e alla fermezza.
Su questi
principi ho cercato e cerco costantemente - e faticosamente - di fondare
la mia attività di volontaria.
L’educazione
riguarda direttamente il modo di rapportarsi con le persone. Tale approccio
non dovrebbe mai essere di supponenza e di distacco.
La cortesia
si manifesta nell’ascoltare, nel capire e nell’indirizzare.
La sensibilità
ha varie forme ed occasioni di espressione. Consiste soprattutto nel saper
cogliere eventuali stati d’ansia e paura, cercando con modi gentili e comprensivi
di allentare la tensione, rassicurando, tranquillizzando. Dando - nei limiti
del possibile - alcune certezze; infondendo, comunque, speranza e serenità.
Questo punto è particolarmente importante anche perché paura
e ansia, se non controllate, potrebbero influenzare negativamente le altre
persone in attesa.
Avere intuito
significa, per me e in questo caso, saper individuare immediatamente la
persona timida, debole e smarrita, che non sa come chiedere né a
chi, bisognosa di supporto, che attende silenziosa e paziente il turno
di visita; distinguendola da chi invece è esigente, nervoso e insofferente,
che, in diversi modi cerca di prevaricare con atteggiamenti arroganti e
prepotenti, al limite della provocazione personale.
L’attenzione
consiste nell’osservare il muoversi delle persone in un ambiente sconosciuto,
nel vegliare sulle loro esigenze e nel convogliarle nel posto giusto e
nel momento giusto evitando sovrapposizioni e attese ingiustificate.
Infine la
fermezza. Trovandomi a gestire tante persone, diverse le une dalle altre,
che aspettano di essere chiamate, che si osservano e osservano, che si
parlano e parlano, che tutto sommato “fanno forza” fra di loro, mi pare
opportuno dimostrare - ferma restando la cortesia - anche una certa sicurezza;
almeno quella necessaria a mantenere una regola e un ordine che consenta
anche di esprimere quella immagine di serietà e di correttezza che
deve caratterizzare una struttura di questo tipo.
Confesso di
non sapere se il mio comportamento risponde esattamente a questi principi
che, come ho detto, dovrebbe caratterizzare l’azione di una “buona” volontaria.
So per certo che l’importante è riuscire a dare di me sempre qualche
cosa in più e in meglio, in modo particolare quando ci si confronta
con persone spesso in condizioni di fragilità emotiva e che cercano,
in varie forme, un sostegno anche morale.
La prevenzione
dà la possibilità, nella gran parte dei casi, di allontanare
dubbi e paure; e allora si sorride e ci si scherza sopra.
Quando però
arrivano risultati negativi allora il dramma si incunea in noi, ci avvolge
e ci ammutolisce. In quei momenti vorrei tanto riuscire ad essere d’aiuto
anche solo con lo sguardo, anche solo per un momento.
Io sono una
volontaria: non so e non devo sapere. Certo è che quegli occhi che
ti cercano scavando nei tuoi movimenti e nelle tue parole, scovando chissà
quali verità, ti spronano a un atteggiamento che dovrebbe essere
il più sereno e il più tranquillizzante possibile.
A volte riesci.
A volte no.
Volontari Promozione
Si occupano attivamente di diffondere l’immagine della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, collaborando alla gestione delle iniziative ed al reperimento dei fondi necessari per la messa in atto dei servizi dell’associazione.
GIANNA “Non mi conosceva Mustafà”
La mia testimonianza
di volontaria non racconta dell’incontro con una persona, ma con un progetto.
Il tutto nasce - come avviene nel caso di molti volontari - da una morte,
per tumore naturalmente, di una persona che mi è cara. Una morte
prematura, accompagnata da tanta sofferenza, che desta in me un senso di
ribellione ed il desiderio di “fare qualcosa” contro questa malattia tremenda.
La solita
amica di un’amica mi suggerisce di rivolgermi alla Lega Italiana per la
Lotta contro i Tumori, di cui ho vagamente già sentito parlare.
Mi ci avvicino
con un certo timore, non sono certa di essere pronta ad affiancare un malato,
forse a vederlo morire, senza disperarmi e piangere insieme a lui. Scopro
tuttavia che è possibile collaborare, come volontaria, per l’organizzazione
e la gestione dei servizi, e mi piace questa opportunità di “procedere
per gradi”, riservandomi successivamente un impegno più coinvolgente.
Parte così
il mio incontro con il progetto che la Lega Italiana per la Lotta contro
i Tumori ha messo in atto per combattere la malattia, un progetto di cui
capisco a poco a poco l’importanza e la necessità, nel quale aggiungo
ogni volta un nuovo tassello, sentendomi sempre più parte attiva
nel perseguire un obiettivo che condivido pienamente.
Sono passati
13 anni da quell’incontro, e sono ancora qui. Sono in buona compagnia,
perché sono centinaia i volontari che - come me - offrono la propria
disponibilità in ambiti diversi dall’assistenza. Il nostro è
un volontariato davvero anonimo: i veri destinatari del nostro impegno,
tutti coloro che a vario titolo entrano nel pianeta tumore, non solo non
ci conoscono, ma nemmeno sanno della nostra esistenza. Noi invece spesso
conosciamo le loro storie, i loro drammi, i loro problemi e ci diamo da
fare per aiutarli.
Non mi conosceva
Mustafà, per il quale ho scritto una lettera strappalacrime ad una
linea aerea, sperando di ottenere un biglietto gratuito affinché
potesse tornare a morire nel suo Pakistan. Il biglietto è stato
regalato, Mustafà è partito felice per il suo ultimo viaggio,
senza sapere niente di me, che sapevo invece tanto di lui. E’ chiaro che
a convincere il direttore della compagnia aerea a farci omaggio del biglietto
è stata la drammaticità della situazione, e non certo le
mie parole; però, qualcuno quella lettera doveva scriverla, ed io
ero lì per farlo.
Le malate
ricoverate in Istituto che trascorrono qualche ora di relativo relax ricamando
non conoscono Maria, che pure dedica tante ore ad inventare per loro nuovi
ricami, a preparare canovacci e fili. E quanti litri di benzina per i nostri
pullmini che trasportano i malati, quante visite negli spazi prevenzione,
quanti sussidi per chi è malato di tumore e non ha di che vivere,
quanti giochi per i bambini ricoverati, si devono ai volontari che vendono
i biglietti delle lotterie, che preparano i cesti natalizi, che imbustano,
registrano, organizzano, archiviano, traducono, ecc. ecc.?
Noi non riceviamo
dai malati strette di mano, sguardi, sorrisi. Facciamo però parte
di un grande progetto, e sentiamo “nostro” ogni progresso, ogni problema
risolto, ogni piccolo passo avanti, ogni sofferenza risparmiata, ogni vita
salvata.
Sono passati
13 anni, e sono ancora qui; non come “seconda scelta”, non per timore.
Ho cercato di valutarmi obiettivamente, e sono giunta alla conclusione
che posso essere più utile facendo ciò che so fare meglio.
E mi ripeto talvolta una frase che ho sentito tanto tempo fa, e che mi
è sempre piaciuta: “E’ molto importante piantare un albero, anche
e soprattutto se farà ombra a qualcuno che non conoscerai mai”.