Gli Scopi della Medicina e gli scopi del medico



Federico Bozzetti
Responsabile dell’Unità Operativa della Divisione di
Chirurgia dell’Apparato Digerente A (Chirurgia Gastroenterica)
Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori
via Venezian, 1 – 20133 Milano
 

COMMENTO GENERALE

Dalla lettura del documento "Gli Scopi della Medicina" curato dal Dr. Callahan dell’Hastings Center di New York si ottiene una duplice impressione. Da un lato, lo sforzo della presentazione organica di una problematica assai complessa in tutte le sue molteplici sfaccettature, dall’altro la difficoltà a raccordare questa "summa" con gli scopi/doveri impliciti nell’attività quotidiana del medico.

Ciò che mi domando è se sia vantaggioso, ai fini della discussione, mettere sullo stesso piano i problemi emergenti del futuro, prossimo e meno prossimo, e quelli pressanti dell’oggi, o se così facendo non si rischi di perdere l’interlocutore o di avere davanti interlocutori sempre diversi.

Per me, medico pratico, abituato a confrontarsi con problemi che sono enormi per il paziente che ho dinanzi, ma che pur tuttavia mai assumono una dimensione sociale è forse più facile partire dall’individuo singolo, dai suoi valori e dai suoi bisogni per riconoscere regole e priorità e non da considerazioni generali da applicarsi poi ai singoli individui.

LA MEDICINA: UNA DIMENSIONE AD UN TEMPO SOCIALE ED ESISTENZIALE

Mi si può obiettare che è estremamente riduttivo focalizzarsi sul caso "particulare" senza far riferimento alla problematica in toto. Mi sembra allora, innanzitutto, che la difficoltà a rispondere propriamente alla domanda sugli scopi della medicina dipende dal fatto che questo quesito inevitabilmente coinvolge l’individuo nella sua interezza e affronta, se pur indirettamente, problematiche esistenziali fondamentali quali: il senso della vita, della morte, della malattia e quindi del dolore.

Per quanto esaustivo possa esser il rapporto della Hastings Center, purtuttavia, viene proporzionalmente data troppa enfasi agli aspetti socioeconomici, rispetto a quelli culturali individuali.

Con un esempio, che può sembrar banale: "si muore perché ci si ammala" o, ad un certo punto della vita "ci si ammala perché si deve morire?" E ancora, "qual è il senso della morte?". La morte è il nulla come hanno sostenuto con forza stupefacente e cupa Heidegger in Germania e Sartre in Francia e rende assurdo il piacere ed anche la libertà e può esser solo evitata il più possibile e poi subita?

O la morte è "cambiare di corpo come l’attore cambia di abito?" – così almeno dice Plotino – e "morire è diventare" come dice Goethe riprendendo il vecchio adagio latino: "vita mutatur non tollitur". Alla morte allora si può diventare consenzienti.

Quale che sia la nostra posizione dinanzi alla morte, questa giace nell’abisso più profondo del nostro io e mal si presta a categorizzazioni su base sociologica. È vero che le risorse economiche sono limitate, ma queste dovrebbero esser vincolanti solo dopo che un’opportuna allocazione dei fondi è stata stabilita sulla base di una scala di valori universali o quanto meno democraticamente riconosciuti.

Quanto può guadagnare la Sanità per esempio da una riduzione della spesa per gli armamenti o dall’abolizione del fumo di sigaretta?

LA MEDICINA DELL’ INDIVIDUO

È quindi più facile per me chirurgo, cioè medico pratico, rispondere alla domanda qual è lo scopo del medico più che della medicina in senso astratto. Giustamente due capitoli di cui condivido a pieno il contenuto sono dedicati allo "Alleviamento del dolore e delle sofferenze causate dalla patologia" ed alla "Assistenza e terapia dei malati ed assistenza di quelli che non possono più essere guariti". Tutti i medici si riconoscono in questi obiettivi anche se è vero che dovrebbe essere sempre più il paziente nel suo complesso psicosomatico e sociale oggetto di cura e assistenza, e non solo l’organo malato. Questo comporterebbe anche quel rispetto profondo per il malato e per la sua autonomia che consente di volta in volta, e da caso a caso, di rivelare una prognosi infausta a chi la richiede o di occultarla nell’alone della speranza per chi soprattutto la teme.

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