A proposito dell'intervento di Paolo Vineis: "Gli scopi della medicina"

Concordo con Vineis (e con Callahan) sul fatto che la medicalizzazione tecnologica crea false speranze. In realtà non ha come scopo la salute, ma la malattia: di questa si nutre, e spontaneamente tende a scovare (o creare) "malati" e a mantenerli tali, per continuare a offrire loro i propri prodotti. Mi chiedo perciò se, per equilibrare questa forte spinta, basti la lettura antropologica di due narrazioni (quella del medico e quella del paziente) che in realtà tendono sempre più a convergere e a coincidere con la narrazione del mercato, grazie all'azione omologatrice dei mezzi di comunicazione.

Roberto Satolli
 
 

La tua osservazione è del tutto pertinente. E' vero: la riflessione su "dove sta andando la medicina" deve uscire dal circolo vizioso che tende a instaurarsi tra medico e paziente, coinvolgendo innanzitutto i sani e tutti coloro che dalle "false speranze" possono trarre i maggiori danni (es. portatori di alterazioni genetiche). Nello stesso tempo, se i giovani medici ricevessero una minima formazione antropologica, pur con i suoi limiti, quanto potrebbe migliorare il rapporto con i pazienti in una società multietnica! E' vero che modello del medico e modello del paziente tendono a convergere, ma permangono significative differenze (specie in una società multietnica) che bisognerebbe evitare di appiattire ulteriormente. Soprattutto, sarebbe bene che i medici cominciassero a capire che la salute è anche un problema di cultura, e non solo di fisiopatologia.

Paolo Vineis

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