Casalone sottolinea un'importante anomalia della medicina rispetto a tutte le altre scienze: è un corpo di conoscenze dotato di intenzionalità: la cura dell'altro. Senza un "pregiudizio" di natura morale (il valore assoluto dell'individuo umano), sembra addirittura impossibile definire l'oggetto di studio della medicina: le malattie. Da un punto di vista strettamente scientifico questa caratteristica potrebbe essere considerata un "vizio d'origine"? (domanda volutamente paradossale e provocatoria).
L'analisi approfondita dell'intenzionalità medica può consentire di chiarire la direzione interna e i valori di fondo cui la medicina deve aggrapparsi per non divenire preda degli abusi?
Roberto Satolli
Effettivamente la domanda rivoltami da Satolli sta al centro della mia comunicazione e per questo lo ringrazio. Desidero qui fare una breve replica, esponendo alcuni punti che secondo me sono rilevanti per sviluppare il problema: si tratta più di piste di ricerca che di risposte.
Medicina e cultura
Secondo una prospettiva storica, possiamo ricordare
che tra visione religiosa del mondo e quel segmento del sistema culturale
che è la medicina sono sempre intercorsi rapporti di stretta vicinanza.
La spiegazione riduttiva, che spesso si sente enunciare, non regge. Essa
vorrebbe rendere ragione delle indicazioni rituali-religiose come legittimazioni
sociali di norme igieniche e dietetiche. Ma sembra proprio che sia vero
il contrario: le pratiche di cura e le teorie ordinate alla salute del
corpo non sono antecedenti o indipendenti, ma successive alle componenti
della cultura che interpretano la globalità dell'esistenza: ritenere
che sia le une sia le altre "abbiano avuto origine autonoma e si siano
valse della religione e della sua strutturazione in sistema per mantenersi
in vita equivale a sostenere che un sapere specialistico sia nato ancor
prima che prendesse forma, in quella peculiare modalità delle civiltà
più antiche che è la teologia, il sistema generale di sapere".
Infatti, è piuttosto il sistema teologico a essere causa dello specialismo
medico che non viceversa.
Qui si raggiunge la stessa posizione dell’antropologa Mary Douglas circa il rapporto tra puro e impuro, che è un altro luogo di contiguità tra sistema medico e sistema religioso. L'autrice mostra come le nostre norme igieniche siano espressione di sistemi simbolici che vi si esprimono e le governano. Ciò è del resto valido per tutte la culture: le prescrizioni alimentari presenti nell’Antico Testamento, e in particolare nel libro del Levitico, possiedono una valenza liturgica non riducibile a preoccupazioni igieniche. Il tentativo di interpretare misure rituali religiose come motivate da istanze igieniche inverte i fattori in gioco: ne modifica la punteggiatura, sotto la spinta di un positivismo riduttivo o "materialismo medico". Questo stravolgimento è una vera e propria "fallacia dell'intenzione": "Si tratta di un ribaltamento dell'intenzionalità reale dell'universo normativo. Quest'ultimo, infatti, si struttura a partire dalla sistemazione di contenuti che affondano le loro radici in credenze religiose od esoteriche". Anche in contesti laicizzati "la stessa laicizzazione della normativa è, soprattutto, una trasformazione che, in quanto tale, lascia intravedere la remota intenzionalità, della quale è, per l'appunto, trasformazione. Storicamente, infatti, la forma più antica di sapere costituito è un sistema teologico. I concetti, in cui il sistema stesso è strutturato, investono tutto il vissuto di una comunità e, in primissima istanza, l'alternativa morte-vita, dunque la possibilità stessa di un'arte della guarigione e di una dottrina di governo ottimale del corpo".
Ecco allora il terreno profondo in cui si radica l’intenzionalità medica. Senza questa consapevolezza ogni nostro discorso rischia di essere fragile, perché astratto e privo del suo reale spessore. La pratica medica è organicamente connessa, nel modo appena descritto, all’intero sistema della cultura e in larga parte ne dipende. Nelle nostre società si è però frantumato l’orizzonte monolitico delle società premoderne. Non a caso si parla di società multiculturali. Certo, la componente scientifico-tecnologica è parte rilevante della nostra cultura occidentale. E anche il conoscere scietifico-tecnologico ha una propria caratteristica intenzionalità. Ecco allora che si tratta di esaminare come queste molteplici intenzionalità possano essere sempre più correttamente articolate.
Medicina ed etica
L’intenzionalità della medicina consiste
nel prendersi cura del corpo che noi siamo attraverso il corpo che noi
abbiamo. Qui troviamo un criterio guida per il suo corretto sviluppo. La
medicina è quindi una forma qualificata del prendersi cura, in quanto
implica conoscenze specialistiche e si svolge nel quadro di una relazione
interpersonale. Questa situazione può essere definita (provocatoriamente)
un "vizio di origine" solo se si ha in mente come unico modello di scienza
quello derivato dalle scienze naturali (le quali peraltro sono anch’esse
sostenute da una loro intenzionalità propria). Se invece si considerano
scienze, pur con diversi criteri di scientificità, anche le scienze
umane o del senso, ecco che il vizio di origine si dissolve. Rimane però
la domanda circa il valore assoluto dell’individuo come "pregiudizio morale".
Dobbiamo allora brevemente spiegarci sullo statuto dell’etica (che qui
consideriamo come sinonimo di "morale").
Un problema si situa sul piano etico quando entra nel raggio della consapevolezza, della libertà e della responsabilità personale. Queste tre facoltà o dimensioni si danno nell’unità della vita interiore della persona. È in fondo questa unità che si intende quando si parla di coscienza etica. L’etica riguarda l’onestà di un soggetto nel suo decidere in modo consapevole, libero e responsabile rispetto a determinate possibilità di beni e di mali, di valori e di disvalori, che possono essere promossi o trascurati nella sua scelta. L’esperienza che abbiamo dei valori (o dei disvalori) riguarda quanto giova (o non giova) a qualcuno, gli permette (o non) di vivere, gli consente (o non) di esercitare un diritto. Questo qualcuno possiamo essere noi stessi. Ma per il fatto medesimo che sperimentiamo come validi per noi questi riferimenti, ecco che ciò implica reciprocamente che essi sono buoni anche per gli altri. La dimensione etica riguarda la attuazione o la negazione di questi beni nella misura in cui ciò dipende da noi. In altri termini non è l’importanza del valore in gioco — per es. la vita o la salute — che fa sì che parli di etica: se la morte è causata da un cataclisma naturale, nessuno dirà che si tratta di un problema etico. Invece, qualora tale morte sia decisa e causata da un omicida o avvenuta per trascuratezza, si proverà indignazione e sdegno morale in senso stretto. In questo secondo caso infatti il male in questione non è propriamente l’interrompersi di una vita umana, ma la volontà di morte di chi ha agito (od omesso di agire) con intenzione distruttiva. Quindi si prende in considerazione la scomparsa della vittima, non nella sua materialità esteriore, ma nella prospettiva della cattiveria dell’uccisore, della sua volontà di morte. Di questa morte egli viene allora ritenuto responsabile.
In ultima istanza la responsabilità di ciascuno trova il suo momento originario nella relazione con l’altro uomo. È quando mi si pone la domanda di quale sia il modo concreto di promuovere il valore che l’altro ha o è, che la mia libertà è sollecitata a farsi responsabilità. "La qualità umana del vivere personale è segnata positivamente o negativamente in base al reale accogliere l’altro nel suo valore di persona. Qualità umana della relazione all’altro è quella che fa vivere l’altro, che cerca e attua il suo bene. Rispetto a tutto ciò che è bene per qualcuno, cioè rispetto a tutto ciò che possiamo chiamare valore umano, si gioca il valore morale del soggetto: egli è moralmente buono se accoglie e promuove quei valori, in quanto gli è concretamente possibile; egli è moralmente cattivo se li nega o li contrasta per una sua decisione arbitraria".
Ecco quindi che la relazione medico-paziente non è basata su un "pregiudizio", ma è piuttosto uno dei luoghi in cui può essere colta e percepita l’intima natura dell’esperienza etica, in quanto si manifesta nella relazione interpersonale. In altre parole qui non si tratta di concepire la morale come una staccionata esterna che ponga dei limiti all’attività medica. Questo modo di vedere le cose non basta per indicare il senso dell’agire, che invece è appunto connesso all’intenzionalità. Non è sufficiente impostare il problema a partire da un conflitto di interessi dei diversi soggetti coinvolti nella situazione: il medico, l’amministratore, il paziente, i cittadini, ecc. Qui si tratta di fare appello alla coscienza dei soggetti coinvolti nella ricerca di quel bene che li motiva e che è parte costitutiva della pratica clinica: la cura della persona malata. Il paziente chiede aiuto al medico per risolvere i suoi problemi di salute e si fida di lui. Il medico attinge dalla propria conoscenza e dalla propria esperienza i modi per far fronte a tali problemi, assumendo la responsabilità di assistere il paziente. Così potremo mettere sempre meglio a fuoco non solo gli abusi da evitare, ma anche il meglio che intendiamo perseguire.
Carlo Casalone