Dell’intervento di Bozzetti, mi ha colpito - lo dico senza alcuna vena polemica, né tantomeno ironica - la estrema capacità sintetica, che dà qualità non solo alla forma (ovviamente), ma soprattutto ai contenuti. Bozzetti mette in particolare evidenza la necessità di considerare l’individuo nella sua complessità di persona umana, a costo di distrarlo dalla sua "dimensione sociale". Tra l’altro, lo spunto per i quesiti che vorrei sollevare mi viene facilitato dalle numerose domande e dai problemi che indica lo stesso Autore:
1. Le domande che si pone sulla morte non possono evidentemente avere una risposta soddisfacente, ma la Sua personale posizione (proprio perché medico "pratico") può essere particolarmente interessante, se non illuminante. Per esempio potrebbe rispondere alla domanda (da Lei stesso posta): "si muore perché ci si ammala o ci si ammala perché si deve morire"?
2. La Sua analisi su problemi individuali e problemi sociali, giunge alla conclusione che la "categorizzazioni su base sociologica" di questi problemi - in particolare la nostra posizione davanti alla morte - è discutibile. Mi sembra che la Sua osservazione sia sostenuta, da una precedente dichiarazione, quando afferma: "...i problemi che sono enormi per il paziente che ho dinanzi, ma che pur tuttavia mai assumono una dimensione sociale..". Potrebbe chiarire in modo più ampio questo concetto?
3. A proposito di allocazione e scarsità di risorse, Lei afferma che "...le risorse economiche sono limitate, ma queste dovrebbero essere vincolanti solo dopo che un’opportuna allocazione dei fondi è stata stabilita sulla base di una scala di valori universali o quanto meno democraticamente riconosciuti". La teoria del valore, l’etica ad alla quale può ispirarsi, mi trovano particolarmente sensibile e d’accordo, ma il problema è identificare i valori. Vorrebbe elencare o descrivere (l’ideale sarebbe "gerarchicizzare") quelli che Lei ritiene siano i valori più importanti ?
Grazie!
Giorgio Di Mola
Sono lusingato dalle domande che mi rivolge il Dr. Di Mola in merito al mio intervento su "Gli Scopi della Medicina e gli Scopi del Medico". Sono anche consapevole che la mia consuetudine, per esigenze professionali e per rendere più incisivi i messaggi, alla sinteticità e a contrarre i concetti e ad estremizzarli, talvolta, in problematiche ampie come questa, va a scapito della chiarezza.
Il Dr. Di Mola ha colto bene i punti salienti del mio pensiero che cercherò di chiarire a partire dalla terza domanda che, in qualche misura riassume anche le precedenti.
1. Parlare dello scopo della medicina, dello scopo del medico, significa parlare di sanità ® salute ® benessere ® felicità e del rapporto dell’uomo con il suo simile e/o con l’Altro. È naturale quindi, come chiede il Dr. Di Mola, che si debba far capo, in qualche modo, ad una teoria di valori. Che cosa conta e come ogni uomo è in qualche modo vincolato a questo qualcosa che conta? Penso che le due posizioni estreme con cui l’uomo si pone oggi dinanzi a ciò che lo circonda siano comprese tra chi sceglie il Mistero (es. Guitton) e chi sceglie l’Assurdo e il Nulla (per es. Sartre, per es. Severino).
È tuttavia all’interno di queste posizioni che va cercato quell’humus profondo che tutti o i più ritengono valido e che si traduce in altruismo, sincerità, giustizia, tolleranza, solidarietà, perdono, che consiste nel non usare mai l’altro come strumento, nel rispettare in ogni caso e sempre la sua inviolabilità, nel considerare sempre ogni persona come realtà indisponibile e intangibile.
Penso che queste norme possano essere ampiamente condivise in ogni società realmente civile, anche se può essere discutibile fino a che punto esse possano esser sostenute se non si richiamano a principi metafisici o ad un Dio personale.
È impossibile, a parer mio, gerarchizzare questi valori, come Di Mola (e tutti noi) vorremmo. Questi valori che ho citato dovrebbero però esser ispiratori e condizionatori potenti delle nostre scelte, sia quelle individuali cioè dinanzi ad un malato (reale o potenziale) sia quelle sociali che ne conseguono. È quindi sulla base del rispetto di questi valori, riconosciuti come tali nel rapporto individuale, che si devono modellare le istanze e le problematiche sociali.
È tristemente curioso però che l’accettazione e la pratica di questi valori si concentri molto di più in associazioni laiche o religiose, di volontariato, o nelle missioni o in iniziative individuali o di piccoli gruppi e non a livello politico o di chi detiene il potere centrale nelle istituzioni di assistenza e di cura.
2. Si muore perché ci si ammala o ci si ammala perché si deve morire?
Parto dalla constatazione che tutti gli esseri viventi muoiono, e che l’uomo, come è stato detto, si distingue forse da tutti gli esseri viventi perché sa di dover morire.
Anche dinanzi alla morte vi sono posizioni estreme: il trapasso finale può esser motivo di lode a Dio per S. Francesco che parla di "sora nostra morte corporale" o può essere solo semplice apoptosi e polverizzazione. Comunque, non si può non riconoscere che la morte faccia parte della vita: la sua venuta può esser talvolta procrastinata ma mai totalmente elusa. Da queste premesse, le conseguenze per la medicina e per il medico sono innumerevoli:
Ecco che se anche la medicina segue questa logica di mercato essa tradisce le esigenze reali del paziente che nella medicina continua a vedere sì un aiuto altamente tecnico e sofisticato e insostituibile, ma il tutto in una dimensione di comprensione e condivisione umana.
Federico Bozzetti