A proposito dell’intervento di FRANCESCO CAMPIONE: "Manifesto per l’umanizzazione della medicina".

Tra i documenti presentati alla Tavola Rotonda quello di Campione è forse tra i meno facili da analizzare e condividere e ciò almeno per tre ragioni, a mio parere: a. Si presenta come un Manifesto (una dichiarazione pubblica scritta che offre un programma ideologico, che si pone a sua volta come documento da discutere e/o approvare); b. L’argomentazione assai articolata sull’umanizzazione della medicina, parte dall’assunto di un malato comunque "umiliato ed offeso"; c. La medicina è raffigurata e principalmente assimilata ad una mera "tecnologia" o ad atti prevalentemente "tecnologici". Le questioni che vorrei sollevare, sono quindi le seguenti :

1. Il manifesto da Lei proposto, per quanto estremamente articolato nei suoi punti, mi pare centrare - forse in modo un po’ riduttivo - la questione delle priorità della medicina nei confronti dell’individuo affetto da una "malattia seria", intendendo con questo - come penso sia ovvio - una patologia che mette a rischio la vita. Quali sono secondo Lei le malattie "non serie", perché e quale differente approccio ha la medicina nei confronti di queste patologie "minori"?

2. Lei afferma più volte e sostiene che la malattia "porta offesa alla dignità della persona e umiliazione all’umanità del malato". Se si può essere in linea di massima d’accordo con questa osservazione, soprattutto se la malattia è grave e conduce ad evidenti invalidità, non Le sembra che sia difficile accettarla come generalizzazione od un principio (così come sembra assunto dalla sua puntualizzazione)? Penso a "grandi" e "piccoli" malati , sia nella storia che nella pratica quotidiana, che non hanno vissuto e non vivono questo senso di offesa e umiliazione e che , al contrario, hanno costruito sulla loro malattia esperienze di vita colme di valori.

3. A proposito di valori: non crede che nella Sua argomentazione si possa ravvisare un conflitto difficile da sanare tra valori della persona malata e valori della persona non malata? Intendo dire che se la disumanizzazione della medicina tecnologica (ma solo di questa - io credo che esista e si stia affermando un’altra medicina più completa che accetta la tecnologia alla luce di una consapevolezza umanistico/filosofica) sostiene la condizione di malato offeso ed umiliato e se "il malato è una figura dell’umanità umiliata" e solo questa condizione "può suscitare nel prossimo quell’amore disinteressato che risponde all’appello d’aiuto...", potrebbe sostenersi il paradosso che essere malati (ho avere il valore di malato) è meglio che essere sani (ed avere il valore di essere non malato).

Grazie!
Giorgio Di Mola
 

1. Per "malattia seria" non intendo solo una malattia che metta a rischio la vita ma qualunque malattia, anche oggettivamente lieve, offenda la Persona del malato o umilii la sua Umanità. In altri termini, e da intendersi come "seria" ogni malattia che venga "vissuta" da chi la soffre come limitante per i progetti personali e per la vita interpersonale. D'altronde, se fossimo sicuri, quando ci ammaliamo, che guariremo e non moriremo, cioè che la malattia porrà dei limiti alla nostra vita personale e alla nostra vita sociale per un tempo non si sa quanto lungo ma certamente finito, la malattia ci umilierebbe e ci offenderebbe di meno. La gravità della malattia non e quindi "calcolabile" sulla base di parametri biologici ma deriva dall'incertezza circa le sue conseguenze (quanto durerà e se ci porterà a morte).Senza contare che avendo una vita limitata non ci possiamo permettere di aspettare un tempo illimitato per guarire. Di conseguenza tutti noi andiamo dal medico solo quando abbiamo paura di non guarire o di morire. E sappiamo per esperienza che la paura di non guarire o di morire accompagnano spesso la malattia a prescindere dalla sua oggettiva gravità. Ne deriva che non e affatto riduttivo riferirsi alla Medicina e alle sue priorità riferendosi alla medicina delle malattie serie, nel senso sopra specificato. Sono naturalmente consapevole che esiste una medicina delle malattie minori (quelle che non si accompagnano alla paura di non guarire e di non morire e che non necessariamente sono le malattie oggettivamente meno gravi) ma vorrei far notare come in tutti i tempi e anche nel nostro queste malattie con la "m" minuscola vengono legittimamente affrontate e guarite o gestite non solo dalla Medicina bensì anche dal "fai da te" medico, dalle medicine alternative, dalle medicine estetiche, dalla saggezza popolare, dai guaritori ,dagli psicologi, dai filosofi, etc.

2. Quindi non è vero che la malattia offende la dignità della persona e\o umilia l'umanità del malato soprattutto, come dice Di Mola," se la malattia è grave e conduce ad evidenti invalidità", perché non è la gravità oggettiva della malattia che bisogna prendere in considerazione bensì la sua gravità "vissuta". Altrimenti, Persona e Umanità vengono scotomizzate proprio perché attraverso l'atto di oggettivazione della malattia si assume una prospettiva dalla quale non si può scorgere ciò che la malattia è per il singolo e ciò che è per le relazioni interpersonali.
Certo il singolo e la Società possono condividere e far propria l'oggettivazione della malattia, cosa che spiega come mai sia vero, come osserva Di Mola, che si incontrino nella pratica - grandi e piccoli malati che non hanno vissuto la malattia come un'offesa o come un'umiliazione - Se ci convinciamo d'esser macchine (macchine biologiche raffinate e mentalmente evolute il cui scopo sia conseguire il benessere attraverso l'adattamento nell'ambiente) e che i nostri rapporti interpersonali sono rapporti tra macchine, potremo riuscire ammalandoci a portare il nostro corpo-macchina dal medico come portiamo la nostra auto dal meccanico e aspettare pazientemente che ci dica se il guasto può esser aggiustato e se conviene farlo.
Purtroppo o per fortuna la consapevolezza di avere un solo corpo-macchina a disposizione per tutta la vita fa si che quasi nessun malato per quanto ben ammaestrato ad essere un "cliente" oggettivo riesca a portare dal medico la sua macchina senza trepidazione per la sua sorte e per la sorte della sua vita personale e di relazione.
Quanto poi a coloro, citati da Di Mola, che - hanno costruito sulla loro malattia esperienze colme di valori - non credo proprio che si possa trattare di chi concepisce la sua vita come mera vita biologica. Costoro sono piuttosto i migliori clienti della medicina tecnologica, cioè coloro che la spingono sempre più avanti nella "logica della Protesi", logica che porta non tanto verso esperienze colme di valori bensì verso il desiderio di avere un trapianto o di essere clonati. Le esperienze di malattia colme di valori sono piuttosto quelle delle Persone che lungi dal non aver sentito l'offesa e l'umiliazione della malattia, le hanno" superate" riacquistando dignità come persone e come uomini attraverso l'aiuto e l'amore disinteressato degli altri e in primo luogo di una Medicina che, vincendo la sua onnipotenza, riesce a personalizzare e a umanizzare i suoi atti tecnici.

3. Arriviamo così a quello che Di Mola qualifica come un paradosso: - se il malato è una "figura dell'umanità umiliata" e solo questa condizione può suscitare nel prossimo quell'amore disinteressato che risponde all'appello di aiuto, si potrebbe sostenere che essere malati è meglio che essere sani -. La risposta è semplice: essere malati è eticamente meglio che esser sani, e in ciò non c'è niente di paradossale.
Chi e umiliato ed offeso perché malato, infatti, ha un valore morale superiore a chi non lo è (cosa che lo fa più degno di aiuto di fronte a chi non soffre nella sua dignità) proprio perché la malattia lo umilia e lo offende. Tanto più degno di aiuto è o dovrebbe esser agli occhi del medico o di chiunque si ponga o abbia accettato di porsi in una relazione di aiuto.
Al medico e alla medicina sembra paradossale sostenere che esser malato è meglio che esser sano perché il sano è portatore del valore della salute che essi positivamente perseguono. Ma porre in primo piano di fronte al malato il valore della salute come valore massimo vuol dire esser "costretti" a guarire completamente e in fretta, come dicendogli che egli non ha valore finché non riacquista il valore della salute. Ma il malato ha valore come persona e come uomo e finché si lotta per aiutarlo a riacquistare il valore della salute sono la sua persona e la sua umanità offese e umiliate che gli danno valore!
E' il medico che dimentica di esser faccia a faccia col malato che può sostenere la superiorità morale del sano sul malato. Nel faccia a faccia è chi è offeso e umiliato che "ordina" a chi lo vuole aiutare di aiutarlo e che giudica, in ultima istanza, se l'aiuto è stato un aiuto o meno. Non per niente aiutare un altro significa sempre mettersi al suo servizio disinteressatamente, cioè con l'unico intento di aiutarlo che è proprio l'inferiorità della bisognosità a dettare trasformandosi cosi in superiorità morale.
La Medicina, pretendendo di sapere attraverso i suoi saperi e le sue tecniche qual'è l'aiuto giusto per il malato, tende cosi a tenerlo in uno stato di inferiorità morale, l'inferiorità del malato rispetto al valore massimo della salute. Anche il malato tende a ritenere massimo il valore della salute, ma solo una Medicina onnipotente può limitarsi a ristabilire il valore della salute. Una Medicina consapevole dei suoi limiti tenderà a personalizzare e ad umanizzare il suo intervento tecnico comunicando cosi al malato che finché non guarisce è lui a guidare sul piano etico il rapporto col suo medico!

Francesco Campione

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