Condivido i concetti da lei espressi ma vorrei farle la seguente domanda: come comportarsi in tutti quei casi in cui il medico, resosi conto che il "disturbo" del paziente è molto probabilmente di natura psicosomatica, ventila tale possibilità al paziente stesso e questi oppone un netto rifiuto ad accettare questa realtà chiedendo la "diagnosi" di una malattia ben precisa e pretendendo di fatto che gli venga "curata l’anima attraverso il corpo"?
Fausto Roila
Un aspetto del problema che lei pone è quello della comunicazione: se il messaggio che il dottore sta cercando di mandare non è recepito, non è perché il paziente non vuole capirlo, ma perché il mandante, in questo caso il dottore, non ha saputo comunicare efficacemente (come ci insegna Watzlawick nel suo libro "La pragmatica della comunicazione umana". Astrolabio Ubaldini Editore). Il problema è quindi nelle capacità comunicative del medico.
Saper comunicare comporta il saper entrare in rapporto con il paziente e da questo spazio saper allargare e modificare la percezione che il paziente ha di sé e del suo corpo. Questa capacità di entrare nella "mappa del mondo della persona" sottintende una certa preparazione il che significa una capacità di ascolto, di osservazione, di empatia ed una visione olistica dell'individuo; tutte competenze e qualità che si possono sviluppare.
Tutto questo fa parte di un processo di formazione sia professionale che personale. Ma che fare nell'immediato? Per un paziente che pretende di curarsi l'anima attraverso il corpo si può seguire la via tradizionale per dimostrare che non ci sono cause fisiologiche e poi forse dar più spazio per presentare una visione diversa del sintomo. Può anche essere utile la consulenza con un/una psicologa.
Lida Perry