A proposito dell'intervento di Raffaele Prodomo: "Dove va la medicina?: una ricerca internazionale"

Nel suo articolo, Prodomo definisce saggia la filosofia, cui si ispira il documento dell'Hasting Center, che punta a un deciso ridimensionamento delle eccessive ambizioni ipertecnologiche degli ultimi decenni. Personalmente concordo, ma per porre limiti, o ancor più per stabilire divieti, occorrono buone ragioni ampiamente condivise. Per esempio, perché la morte va combattuta solo se prematura? Perché l'allungamento dell'aspettativa di vita non si deve considerare un obiettivo medico appropriato, ammesso che vi siano i mezzi per ottenerlo? E' solo una questione di costi, come appare nell'enunciazione del Rapporto, o vi sono motivi più sostanziali per rinunciarvi?

Roberto Satolli
 
 

Il merito fondamentale del documento sugli scopi della medicina credo sia quello di aver focalizzato l’attenzione sul pluralismo intrinseco alla medicina contemporanea. In altri termini, ci troviamo in quelle "circostanze di giustizia" che Rawls, citando Hume, pone come pre-requisiti per la discussione pubblica sull’equa distribuzione delle risorse. Secondo Rawls-Hume, la giustizia si può esercitare solo in condizioni di scarsità moderata, in quanto se un bene è, alternativamente, troppo scarso per essere diviso o troppo abbondante da soddisfare ogni possibile richiesta, allora non ci sono problemi di una sua equa distribuzione. Il bene assistenza medica, visti i costi relativamente bassi che richiedeva fino al secolo scorso, poteva essere distribuito a tutti, almeno potenzialmente (c’erano, ovviamente discriminazioni sociali nell’accesso alle cure mediche e differenze tra ricchi e poveri, ma erano problemi di altra natura rispetto a quello ora considerato). Il progresso tecnologico del novecento, soprattutto nella sua seconda metà, è stato portatore, invece, insieme a una grande rivoluzione terapeutica anche di una vera e propria esplosione dei costi.

Che fare di fronte alla richiesta di sempre maggiori risorse finanziarie da destinare alla salute? Gli studiosi riuniti dall’Hastings Center ritengono che non sia un problema solo di razionalizzazione e di efficienza in termini economici, ma si tratti di un genuino problema etico. In quanto ad essere in discussione non sono i mezzi migliori per raggiungere uno scopo certo ma è lo scopo stesso dell’impresa medica a essere incerto o, quantomeno, da ridefinire e concordare pubblicamente. Ritengo che in questo ci sia una importante novità che cambia la concezione stessa della medicina. Nella visione positivistica la medicina come scienza non aveva il problema di definire gli scopi della sua applicazione concreta, aveva solo il problema di trovare mezzi efficaci per combattere le malattie. Oggi, in seguito al fenomeno della crescita tumultuosa delle potenzialità terapeutiche, è emerso il problema di una pluralità di direzioni applicative dell’armamentario diagnostico-terapeutico disponibile e questo ha sconvolto la cornice epistemologica fornita alla medicina dal positivismo. I conflitti futuri nell’ambito biomedico saranno sempre più legati alla richiesta di beni e servizi diversi qualitativamente, ossia non si litigherà per avere una fetta più o meno grande di un’unica torta a disposizione, ma si chiederanno torte diverse tra loro con sapori particolari e più sofisticati.

Posta in questo contesto la questione del ridimensionamento dell’eccessiva ambizione tecnologica, che Satolli afferma di condividere, non è una forma di luddismo applicato alla medicina o un nostalgico richiamo a forme di terapia "naturale" a sfondo più o meno mistico. Non è nemmeno, almeno a mio modo di vedere, esclusivamente una questione di costi economici. Anche se le considerazioni economiche sono indubbiamente all’origine storica del problema, quest’ultimo non è circoscritto alla sfera economica ma invade la sfera delle decisioni etiche, soprattutto quella delle decisioni pubbliche piuttosto che quella dell’etica individuale e privata. In questo senso intendevo riconoscere una saggezza di ispirazione al documento dell’Hastings Center, nel senso che il documento impone il problema globale di una riconsiderazione della medicina nel suo complesso, ponendolo come centrale per la futura riflessione bioetica. I limiti alla sfera di competenze mediche e agli scopi che la medicina legittimamente può proporsi a Satolli sembrano problematici nella loro giustificazione, ed io condivido questa considerazione. L’eventuale decisione pubblica di scegliere questa o quella direzione di sviluppo per la medicina del terzo millennio è ancora prematura e richiede, per essere presa, una discussione più ampia e approfondita. Né, credo, sarà una discussione indolore, in quanto sarà necessario attrezzarsi a tollerare una buona dose di pluralismo socialmente compatibile. Il documento in questione ha avuto il grande pregio di averla almeno iniziata.

Raffaele Prodomo

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