Note sul documento del Hastings Center e sui contributi alla Tavola Rotonda Virtuale
Roberto Mazza
Ufficio Relazioni con il Pubblico
Progetto Ulisse
Istituto Nazionale Tumori
Via Venezian 1
20133 Milano
E-mail.: urp@istitutotumori.mi.it
Accolgo con piacere l'invito a partecipare al dibattito sul documento del Hastings Center. Lo trovo molto interessante anche se sicuramente difficile da condurre per via dell'ampiezza dei temi trattati.
Lavoro da tempo in oncologia e da alcuni anni su iniziative di informazione e supporto con i pazienti: da questo punto di vista ho trovato particolarmente utile l'intervento di Santosuosso: l'irruzione della soggettività di chi chiede alla medicina un servizio/intervento cambia radicalmente anche il senso delle domande sul ruolo della medicina.
Vorrei ribaltare l'attenzione che in questi anni ho posto alla relazione con il paziente per partire invece dalla routine ospedaliera fatta spesso da ammalati che chiedono a volte un semplice intervento su di un problema specifico. Una relazione molto strumentale, a volte scomoda perché ci fa avvertire una possibile banalizzazione del nostro lavoro, era una missione incaricata direttamente dagli dei che oggi pare farsi sempre più contigua all'intervento in autostrada di "depannage" di un auto. Non sempre è così, ma se la riflessione parte da questo nostro specifico, in cui i pazienti non ci chiedono più di "salvarli", "guarirli", ma risposte adeguate (per quanto possibile) al loro problema, assistenza, sollievo e una relazione che in ogni suo aspetto sia definibile come corretta e umana. Il Grande Medico viene ricercato una o due volte nella vita, di fronte ad una diagnosi critica, vicino a una morte inaccettabile. Normalmente, voliamo basso, o come diceva un'amica, meglio che medici e infermieri si tengano alla larga dalle ferite profonde che alcune malattie generano nello spirito dei pazienti. Queste non le sappiamo curare, a volte i tentativi di aiutare feriscono ancora di più.
Pensare quindi agli scopi della medicina, mi pare oggi più che mai difficile. Un pensiero che sappia governare la relazione tra chi ha un bisogno che inquadra nell'orizzonte della salute e le miriadi di risposte che in quest'ambito può trovare. Non esiste la possibilità di ricondurre ad una stessa etica professionale il medico citato da Gottlieb che amputa una mano per obbedire alla sharia, ma è pure difficile giudicare chi fa un intervento di chirurgia estetica (non ricostruttiva!) con motivazioni quasi esclusivamente psicologiche o il parto cesareo attuato soprattutto per schivare problemi medico legali oppure perché più funzionale all'organizzazione del lavoro ospedaliera.
La complessità delle situazioni che si riconoscono sotto il nome "medicina" forse sconsiglia un nuovo tentativo di far leva su una presunta "intrinseca" etica professionale delle corporazioni sanitarie: le regole a cui deve sottostare ogni intervento nel campo della salute devono, forse fortunatamente, essere normate a livello di società piuttosto che dalle organizzazioni professionali di chi nella salute ci lavora e trova il suo sostentamento. Senza per questo creare nuovi caste (i bioetici?) che indichino cosa è giusto e cosa è sbagliato e senza concentrarsi solo sui problemi di "frontiera" nascondendo quel quotidiano che nei sistemi sanitari sta sempre più sfuggendo ad ogni tentativo di governare o almeno di indirizzare (illuminanti i contributi citati a questo riguardo dall'intervento di Mori). Soprattutto la gestione delle risorse destinate alla salute mi pare il tema fondamentale (e non solo in medicina!) spesso "coperto" nei grandi dibattiti, come se fosse ancora possibile scordare che il non governo delle risorse sta portando a terribili situazioni (vedi gli interventi di Masera e Vineis) di disuguaglianze e di morti evitabili. Per restare nel campo dei tumori , nei 7 paesi più industrializzati l'incidenza del ca mammario è di 290.000 nuovi casi, nel resto dei paesi ci saranno altri 710.000 casi. Le risorse per la cura si spenderanno per l'80% nei paesi ricchi e solo il 20% per le restanti 710.000 donne. (Veronesi, comunicazione in seminario INT del Marzo 1999). Difficile pensare a interventi capaci di mutare radicalmente queste situazioni, ma non è etico dimenticare regolarmente questi dati quando si parla di "vita" o di "salute". Credo sia necessario stringere il campo su questa idea di sanità pubblica, cioè di chiarire quali sono i servizi sanitari che le società intendono considerare come parte del vivere civile e come tali a disposizione di tutti gli individui.
A questo punto vedo tre ipotesi di lavoro: