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Il rapporto dello Hastings Center a cura di Daniel Callahan, presenta e spiega alcuni argomenti importanti ed interessanti sulle varie problematiche e punti di debolezza della medicina moderna, ed inoltre pone dei quesiti che hanno sollecitato delle mie riflessioni che desidero condividere in questo mio intervento.
Nella sezione del documento in cui si definiscono gli scopi della medicina, si discute uno dei doveri più antichi del medico, ossia l'alleviamento del dolore e della sofferenza, e come questi obbiettivi nella medicina moderna non siano raggiunti in maniera soddisfacente.
Desidero soffermarmi sull'aspetto della sofferenza come "tensione psicologica e stato di oppressione causato dalla paura......". Alcune letture fatte recentemente, hanno sollecitato delle considerazioni che forse possono aggiungere una dimensione nuova alla discussione in corso su queste tematiche.
Thomas Moore, nel suo libro "Care of the Soul", sostiene che la grande malattia del secolo, che comprende tutti i problemi ed il disagio sia psicologico che fisico del genere umano, è "la perdita dell'anima".
E' difficile definire cos'è l'anima specialmente intellettualmente. In questo contesto, intuitivamente sappiamo che l'anima ha a che vedere con la profondità, la sincerità l'immaginazione che è connessa al nostro essere e alla nostra vita nei suoi più piccoli particolari. Si manifesta in tutte quelle esperienze che rimangono nella nostra memoria e toccano il nostro cuore.
Moore la definisce come "quella capacità di portare l'immaginazione in quegli aspetti della nostra mente e del nostro corpo che ne sono privi e che quindi si manifestano e si esprimono, per cogliere la nostra attenzione, in forma sintomatica". Infatti quando l'anima è disattesa non sparisce, ma appare attraverso i sintomi.
Il corpo umano è una infinita fonte di immaginazione, un campo in cui l'immaginario spazia e si abbandona. L'arte ha cercato di comunicare in modi diversi il potere espressivo del corpo: la medicina moderna non sembra avere interesse in questa dimensione espressiva ma è intenzionata a sradicare tutte le anomalie, prima di aver avuto l'opportunità di leggerne il significato. Ha trasformato il corpo in qualcosa di astratto, come la chimica, l'anatomia, diagrammi strutturali.
Lo scopo della "cura" e quindi l'alleviamento della sofferenza potrebbe diventare quello di far ritornare l'immaginazione alle cose che sono diventate solo fisiche. Forse siamo l'unica cultura che considera il corpo con tale povertà di immaginazione.
Nel 16° secolo Paracelsus (1493-1541) un medico che ha influenzato il suo tempo sia per i suoi esperimenti innovativi sia per aver portato nella sua pratica la tradizione filosofica, alchemica e astrologica del passato, consigliava ai suoi medici "a parlare di ciò che è invisibile" .
Naturalmente quello che è visibile deve appartenere alle sue conoscenze e competenze, e lui dovrebbe riconoscere la malattia dai sintomi, ma questo lo può fare chiunque non sia medico. Per Paracelsus, questo non lo fa medico. Egli lo diventa solo quando sa quello che non ha nome, invisibile non materiale, che però ha i suoi effetti. I medici di Paracelsus metterebbero in conto fattori invisibili che operano nelle malattie: le emozioni, i pensieri, la storia personale, i rapporti, le paure, i desideri e cosi via...
Thorwald Dethlefsen nel suo libro "Malattia e Destino" asserisce che il corpo è l'espressione e la realizzazione della coscienza e quindi anche di tutti i processi e i mutamenti che avvengono nella coscienza, in questo contesto coscienza e anima sono sinonimi. Egli afferma che se le varie funzioni del corpo interagiscono in un certo modo si crea un modello che noi sentiamo armonico e che chiamiamo "salute". Se una funzione esce dalla sua strada crea della disarmonia che noi chiamiamo "malattia" In questa ottica non esistono distinzioni tra malattie mentali e fisiche, "Il corpo materiale" aggiunge" è il palcoscenico sul quale si esprimono le immagini della coscienza. Quindi se una persona nella sua coscienza viene a mancare di equilibrio questa situazione si rende visibile e sperimentabile nel corpo. Quindi è fuorviante affermare che il corpo è malato - solo l'uomo può essere ammalato - e questo male si rivela nel sintomo."
Il sintomo può diventare un compagno, un maestro che può aiutarci a capire quello che manca per superare la malattia e per prendere maggior consapevolezza della nostra evoluzione personale. Questo presuppone che noi comprendiamo il linguaggio dei sintomi, il compito e l'obbiettivo della nuova medicina potrebbe essere quello di imparare nuovamente questo linguaggio, che è sempre esistito, ma va riscoperto. Un linguaggio come dice Dethlefsen "psicosomatico" il che significa conoscere i rapporti che esistono tra corpo e psiche/anima. Osservare attentamente il sintomo vuol dire prima di tutto ascoltare e vedere cosa rivela nella sofferenza.
Per poter entrare in questa concezione olistica, su cui altre medicine antiche si basano, la medicina moderna ha bisogno di elaborare una filosofia su le cui basi agire. Fino ad ora, sembra che l'unico orientamento sia stato quello della funzionalità ed efficacia, ora messe in discussione, per questi valori si sono sacrificati i contenuti umani.
Può essere il momento di rivedere la formazione universitaria, introdurre contenuti umanistici, valorizzare la dimensione umana del rapporto tra paziente e medico e incoraggiarlo a vedere la persona in tutta la sua interezza, ad imparare il linguaggio dei sintomi cosi da poter aiutare il paziente a guardare dentro di sé e a comunicare con essi e a capirne il messaggio.
La guarigione è sempre legata ad una dilatazione di coscienza, ad una maturazione, ad un contatto più ravvicinato con la nostra anima.
La cura dell'anima attraverso i sintomi richiede un linguaggio diverso e, come l'alchimia, è un'arte e può esprimersi solo metaforicamente. Per essere guidati ci si può rivolgere a quei ricercatori dell'anima come per esempio i dottori del Rinascimento, i poeti del Romanticismo e tutti quelli che rispettano il mistero della vita e resistono la secolarizzazione dell'esperienza.
Ci vuole una visione molto ampia per sapere che una parte del cielo ed un pezzo di terra sono ambedue alloggiati nel cuore di ogni individuo e che se vogliamo curare il cuore dobbiamo conoscere il cielo e la terra, cosi come l'anatomia ...
E questo è il consiglio di Paracelsus: " Se il medico capisce esattamente le cose, se egli le vede e riconosce tutte le malattie nel macrocosmo al di fuori dell'individuo, e se ha un'idea chiara dell'uomo e della sua totale natura, allora e solo allora è un medico. Allora può avvicinarsi alla sua parte interna: può esaminare le sue urine, prendergli il polso e capire dove tutte queste cose si collocano. Questo non sarebbe possibile senza una profonda conoscenza dell'uomo esterno, che non è altro che il cielo e la terra"
Come si può veramente assistere una persona?
Forse è quella di ascoltare con rispetto la sua sofferenza, non
offrirle l'illusione di una vita senza problemi, ma nella paura e nella
rabbia che sono sollecitate dal dolore non perdere di vista la loro anima.
Bibliografia
1. Dethlefsen Thorwald, Dahlke Rüdig’er : Malattia
e Destino. Roma: Ed. Mediterranee, 1998.
2. Moore Thomas: Care of the Soul. New York: Harper
Perennial, 1992.
3. Paracelsus: Selected Writings, ed. Iolande Jacobi,
trans. Norbert Guterman, Bollingen Siries XXVIII (Princeton, N.J.: Princeton
University Press, 1979), p. 63-64.