Avevo incontrato Natale Marcallini durante uno degli incontri preparatori
all’uscita in barca a vela. Barba e capelli lunghi raccolti in un codino.
Uno sguardo aperto, sincero, con una leggera nota malinconica. Lo immaginai
che conduceva la sua barca tra lo sciabordio delle onde e lo stridere dei
gabbiani. Ha un modo di fare che trasmette fiducia.” E’ sicuramente lo
skipper che fa per noi per molti malati questa è la prima esperienza
in assoluto su una barca a vela ed è fondamentale trasmettere una
sensazione di sicurezza”- pensai.
Durante uno degli ultimi incontri di gruppo con i malati una paziente mi aveva detto: sono molto contenta di venire a fare questa esperienza perchè so che siamo affidati a gente sicura. Dopo la malattia ho sviluppato un timore nei confronti di molte cose, anche le più banali. Tutte le novità mi creano ansia. Avevo colto questo messaggio come un attestato di stima ma anche come una richiesta.
Di lui sapevo che aveva due grandi passioni: la montagna e il mare. ”Sì, la mia vita è stata fortemente condizionata da queste due grandi passioni – mi aveva raccontato durante uno dei suoi rari soggiorni a Milano. A 18 anni lavoravo in una grande azienda. Facevo il disegnatore, era un lavoro che mi piaceva. Di giorno lavoravo e la sera studiavo. L’ho fatto per alcuni anni. Tuttavia c’era qualche cosa che mi pesava. Ero condizionato dal cartellino, tutti i giorni la stessa cosa. Se mi svegliavo con la voglia di andare a fare un giro in moto oppure di andare in montagna non potevo farlo. Il lavoro da dipendente mi obbligava a rispettare determinate regole e sentivo sempre di più il peso di tutto questo.
Amavo la montagna e andavo spesso a sciare con gli amici. Quando nel 1981 mi sono licenziato e ho iniziato a lavorare per la nazionale di sci mi sono sentito un ragazzo molto felice. Pagavano molto poco ma facevo un lavoro eccitante ed entusiasmante. Ho passato anni a mangiare “pane e cipolla” ma con la consapevolezza che facevo ciò che mi piaceva. Vivevo alla giornata. Preparavo gli sci per la squadra giovanile di discesa libera. Era con noi anche Deborah Compagnoni. Era molto giovane ma si vedeva lontano un miglio che aveva la stoffa della campionessa. L’ultima mia uscita ufficiale con la squadra risale ai campionati mondiali del 1996. Dopo ho smesso di lavorare con loro ed ho aperto, con un amico, un piccolo negozio. Nel nostro laboratorio venivano ancora gli atleti della nazionale e mi piaceva questa collaborazione con loro”.
“Come e quando hai scoperto l’amore per il mare e la barca a vela“, gli chiedo mentre penso a quelle rare volte che con insuccesso, ho tentato di imparare a sciare.
”Era un amore contemporaneo alla montagna, però lo coltivavo poco. Tutti i miei amici andavano in montagna e anche per me era lo sport prevalente. Quasi casualmente mi sono ritrovato a frequentare una ragazza di Ferrara e la sua famiglia. Gente molto semplice, il padre faceva il ragioniere. Si stavano costruendo la barca con le loro mani. Una bellissima barca in legno.
Da un punto di vista nautico sono cresciuto con loro. Lavoravo ancora con la nazionale di sci, avevo molto tempo libero e appena potevo raggiungevo questi amici di Ferrara. Mi appassionava ciò che stavano facendo. Pian piano abbiamo finito di costruire la barca, l’abbiamo messa in mare. Ho iniziato a fare il marinaio e a conoscere il mare, il vento, le correnti e anche a risolvere eventuali problemi che si creavano in barca. In poche parole ho imparato a governare una barca a vela. In tutti i sensi.
I miei amici si erano
incuriositi di questa mia passione e hanno iniziato a chiedermi di portarli
in giro. Non avevo ancora la patente nautica e pertanto non potevo portare
una barca nei porti italiani, questo era però possibile in Francia.
E’ stato proprio in Francia che ho iniziato a noleggiare la barca a vela
e andare a spasso con gli amici. Andavamo nelle Calanche, vicino a Marsiglia.
Ci sono delle meravigliose rocce a picco sul mare. Potevamo arrampicare
con il paesaggio marino alle nostre spalle. Era veramente uno spettacolo
bellissimo. In questo modo univamo l’amore per il mare con la montagna.
Soprattutto durante l’estate avevo molto tempo libero e capitava già
che qualcuno mi chiedesse di portare la barca a vela di proprietà
da un porto all’altro. Giravo soprattutto nel Mediterraneo: Grecia, Croazia,
Francia, Spagna e diversi porti italiani. Ogni tanto con Maurizio, che
aveva già la patente nautica dal 1989, ci davamo appuntamento in
qualche parte del Mediterraneo.
Mentre
ascolto Natale, mi immagino gli incontri con Maurizio in qualche porto
del Mediterraneo e mi tornano alla mente i versi di una canzone di Eugenio
Bennato, tratto da un CD dedicato proprio al Mediterraneo e ai popoli che
lo abitano. Il disco è un inno alla conoscenza, alle lingue, al
mare e alla musica. Ci sono strofe cantate in italiano, napoletano, francese
e arabo. E’ veramente un inno al viaggio, nel senso più ampio del
termine. Credo che sia il sogno di molte persone incontrare altri naviganti
nei porti sparsi qui e là del nostro mare.
Tuttavia, al di là di questo sogno, voglio con Natale approfondire un’altro aspetto legato a quella giornata. Quando siamo arrivati a Portovenere tu eri già lì, che cosa hai fatto mentre aspettavi un gruppo così particolare: malati oncologici e operatori sanitari che per la maggioranza non avevano mai messo piede su una barca a vela?
“Avevo armato la barca già dal giorno prima e aspettavo l’arrivo del gruppo. Con Maurizio ne avevamo parlato tante volte di questa iniziativa ed ero contento di ciò che avremmo fatto. Eravamo anche fortunati. Il cielo era limpido, c’era soltanto qualche nuvola. La temperatura piacevole e mi sembrava un’ottima giornata per uscire in mare. Già dal giorno prima avevo armato la Mandragola ed era tutto a posto.
Ero andato al bar da Mario a bere un caffè, comprai il giornale ma non riuscivo a concentrarmi sulla lettura. Guardavo il porticciolo, tutte le barche messe una vicino all’altra, alla bellezza del paesaggio davanti a me. Pensavo a voi che eravate in viaggio, a che cosa vi avrei detto della barca e in generale al tema della malattia.
Non riesco a figurami la malattia oncologica, tuttavia penso a delle persone che non sono fortunate come me. Posso avere la bolletta da pagare, essere “spiantato” ma credo che godere di buona salute sia la cosa più importante. Anche quando a Maurizio avevano diagnosticato il linfoma mi veniva difficile capire che cosa provava. Avevamo 25 anni, nel pieno della nostra giovinezza. Era un po’ come se qualcuno dicesse: ”prepara le valigie, tra un po’ devi partire ed è un viaggio senza ritorno”. Credo però che soltanto lui sapeva veramente che cosa voleva dire avere un tumore. Potevo ascoltarlo e in maniera leggera anche scherzarci su, sdrammatizzare. Salvo poi rendermi conto che non c’era nulla da sdrammatizzare. Un giorno mi ha detto che non voleva più continuare a fare la chemioterapia. Mi aveva detto: ”Non voglio più farla, questa terapia è pesantissima se continuo sento che morirò per davvero”.
Ero sconcertato, non capivo perché dicesse così. Io ho fiducia nei medici e quando mi dicono “devi prendere questo perché ti fa bene o perché è necessario”, non metto in discussione nulla. Tutto questo modo di pensare veniva messo fortemente in discussione da un mio amico che pur di fronte a indicazioni mediche precise voleva fare diversamente. Con Maurizio ho capito che le situazioni associate alla salute o alla malattia possono essere così complicate che ci si può anche rifiutare di fare una terapia.
Ho una mente meccanica, se si frattura un osso penso che sia ben chiaro che cosa è necessario fare. Quando però si parla di una malattia complessa come il tumore credo che sia tutto molto più complicato. Ci possono essere molte soluzioni, forse, a noi ancora sconosciute. Di certo sono convinto che non bisogna arrendersi mai. Nel mondo della navigazione, da questo punto di vista ci sono esempi molto belli. Penso a Francis Chichester che ha fatto il giro del mondo in una piccola barca a vela nei tempi più brevi mai realizzati, 9 mesi. Dopo la diagnosi di un tumore al polmone ha continuato a navigare, non si è arreso mai ed ha fatto delle cose molto belle. Possiamo trarre forza per risalire il baratro da molte cose.
Mentre vi aspettavo ho pensato che avrei potuto spiegarvi qualche cosa della barca a vela; spiegare cosa sono le cime, il fiocco, la randa, il boma, oppure cosa significa cazzare la vela, orzare, andare di bolina ecc. Ho pensato però che vi avrei annoiato dopo appena qualche minuto. Alla fine ho detto a me stesso che la cosa migliore era godersi questa giornata, sperimentare soltanto che cosa significa andare su una barca a vela. Spegnere il motore e non sentire più il rollio del motore, tirare su le vele. Guardare e ascoltare le vele che sbattono e poi la barca che si inclina, arriva il vento e si sente soltanto il rumore del mare e della barca che scivola tra le onde.
Durante
l’uscita in mare mi sono accorto che molte persone sono rimaste affascinate
da queste manovre. Vedevo qualche faccia preoccupata, ma avevo l’impressione
che per lo più fossero tutti eccitati e contenti. Andare in mare
è affascinante perché bisogna imparare a utilizzare le risorse
della natura e i suoi elementi. Non si può usare la barca come se
fosse casa propria. Bisogna imparare a non “fare pattume”, a utilizzare
l’acqua dolce con parsimonia e senza sprecarla, dimenticarsi dello scottex
e di tutto ciò che è usa e getta.
Mette a contatto in modo molto forte anche con i propri limiti, le paure e le risorse individuali. Sono affascinato dai navigatori del passato. Quelli che sono andati in America navigando solo con la forza del vento. Parlavo recentemente con un amico che è stato nello stretto di Magellano e ci siamo ritrovati a riflettere su queste grandi avventure, quando l’unico modo per spostarsi tra l’Atlantico e il Pacifico era passare in questo stretto. Ferdinando Magellano, Francis Drake, Charles Darwin, ma anche i cercatori durante la corsa dell’oro della California nel 1849 usarono questa rotta. E’ una rotta molto difficile. Mi immagino questi navigatori tra le centinaia di canali e canaletti che ci sono in questa parte del pianeta. Per loro era veramente andare alla scoperta dell’ignoto.
Il tema delle risorse della natura e quelle individuali di cui parla Natale, mi richiamano alla mente che anche tutto il “Progetto Ulisse” ha come tema centrale proprio questa parola. L’iniziativa è basata proprio sul potenziamento delle risorse. Con i malati durante questa iniziativa facciamo quello che gli anglosassoni chiamano empowerment: trasferire potere, potenziare. In poche parole non lasciare i malati in balia di qualche cosa che conoscono poco. Per tale ragione organizziamo le conferenze e nello stesso tempo aiutiamo i malati a scoprire (o ri-scoprire) dentro di loro le risorse soggettive e nello stesso tempo a utilizzare quelle che arrivano dal mondo della psicologia e della psicoterapia.
Che impressione ti ha fatto il gruppo? - gli chiedo mentre il nostro colloquio volge al termine.
Ho visto tante persone. So che nel gruppo c’erano malati, accompagnatori e personale sanitario, ma a parte te e Roberto, che vi conoscevo già, non sono riuscito a capire chi era malato. Ho visto una signora con un foulard in testa ed ho pensato che stesse facendo la chemioterapia. Rideva e scherzava ma quel foulard mi riportava al tema della terapia oncologica. Se l’avessi incontrata su un’altra barca avrei pensato che si stava soltanto godendo la giornata. C’era una signora di Napoli, molto simpatica, seduta sulla poltrona. Abbiamo chiacchierato su Napoli. Io ho un caro amico di Sorrento. Mi ha parlato del mare e di quanto, vivendo a Milano, le mancasse. Il golfo di La Spezia non è bello come il porto di Napoli ma anche qui ci sono attrattive: il castello di Lerici e tutto il paese che a vederlo dal mare è molto carino. Mi hanno intenerito tantissimo le bambine e poi stavo molto attento a che qualcuno/a non stesse male.
In generale li ho visti tutti molto allegri e goderecci. Appena saliti in barca non sapevano dove mettersi, mi hanno fatto tanta tenerezza. Le bambine sono scese giù, hanno visitato la barca. Vedevo le loro facce stupite. Penso che sarà un’esperienza che, nella loro vita, ricorderanno a lungo. Quando siete andati via mi hanno ringraziato e salutato calorosamente. Anche per me è stata un’esperienza molto bella e significativa.
Porto in giro molta gente e spesso mi sento dire: ”Ah…..non c’è vento……allora attacchiamo il motore”. ”E' finita l’acqua per fare la doccia…….e adesso come faccio?”. ”Ah….questa sera ci fermiamo qui…..ma dov’è la discoteca?”. Il 90% delle persone sono così. Ci devo lavorare ma non mi piacciono. Non sanno apprezzare la bellezza del mare e del vento. Non riescono a staccare dalle comodità quotidiane, non mollano gli ormeggi. Queste persone mi sono sembrate invece tutte più disponibili a vivere.