Che
cos’è il tempo? quanto durerà la mia vita? che valore ha
nella vita l’hic et nunc?, che cosa significa confrontarsi con il senso
del limite e con la consapevolezza della morte? Lavorare in oncologia significa
fare i conti continuamente con questi interrogativi. Nonostante molte patologie
oncologiche siano oggi più curabili e la possibilità di sopravvivenza
decisamente più confortante se paragonata soltanto a 15 anni fa,
il cancro è la malattia che per eccellenza evoca il tema della morte.
Avere questa consapevolezza offre la possibilità di guardare alle
“cose della vita” da un’altra prospettiva. Chi riceve una diagnosi di malattia
oncologica deve, spesso, confrontarsi con questo tema in modo improvviso
e traumatico; chi è a contatto con questi vissuti per ragioni professionali
può farlo in modo più tranquillo ma coinvolgente allo stesso
identico modo.
“E’ importante cogliere l’attimo, il liberarsi dalla zavorra che ognuno porta dentro di sè”, “la vita è un viaggio dove ognuno deve portare a compimento il suo compito”; “impara a capire che cosa è importante per te e fallo”, “se la tua vita durasse soltanto 24 ore che cosa sarebbe importante non tralasciare?”
Molte volte mi sono sentita la maestra che da i compiti. Che dice come si dovrebbe vivere, come ci si dovrebbe comportare, qual è la strada giusta da perseguire. In realtà molte volte mi accorgo che quanto dico ai malati ha valore anche per me. Spesso anch’io ho le stesse difficoltà, le stesse titubanze, mi sento prigioniera delle stesse “trappole” legate alla fretta, alla superficialità, al narcisismo e all’individualismo. Prigioniera dell’Ego allo stesso modo di tantissime persone.
“Cogli l’attimo!”, quante volte io non l’ho colto!!….. “Vivi l’hic et nunc!” quante volte mi sento prigioniera del mio passato!! “Individua che cosa è importante per te e poi cerca di realizzarlo anche a costo di scontrarti con il mondo!” Quante volte sono stata timida rispetto alle mie scelte di vita!!.
Mi accorgo che lavorare con i malati significa anche per me chiedermi continuamente che cosa è importante per i miei affetti, le mie emozioni, la mia serenità e tranquillità. Mi sento in viaggio anch’io e forse poter lavorare con persone che si confrontano con la sacralità del vivere mi mette a contatto con la ricerca di senso del “mio vivere”.
Il cancro appartiene alla sacralità della vita e della morte. Così scrive Sandro Bartoccioni, un cardiochirurgo ammalatosi di tumore allo stomaco, che racconta la sua storia nel libro Dall’altra parte. E’ un libro intenso e commovente che consiglio a tutti di leggere. Tre medici, specialisti in discipline mediche differenti, raccontano la loro malattia. Un cardiochirurgo fa i conti con il suo tumore allo stomaco, un eminente oncologo con il suo severo ictus, un docente universitario, specialista in scienze chirurgiche toraciche e vascolari, con il suo melanoma.
Questo libro ha anche un altro pregio, raccontando di medici illustri fa da cassa di risonanza a quanto vivono il milione e trecentomila persone che in questo momento sono in cura e/o in follow-up per patologia oncologica. Inoltre dando la parola a un medico, che ha segnato la storia dell’oncologia medica mondiale, sulle implicazioni del suo ictus si offre l’opportunità di capire come il cancro, certe volte, non è la patologia peggiore. “I malati di cancro possono godere di molti giorni di normalità- scrive G. Bonadonna- io se potessi, prosegue, cancellerei quasi tutti i giorni della mia vita da quel 25 ottobre 1995, giorno in cui mi è venuto l’ictus”
Le riflessioni fatte nei gruppi con i malati oncologici mi hanno fatta crescere sia umanamente che professionalmente. Qualche volta ho cercato anch’io di applicare i consigli “della psicologa” ed ho fatto delle scelte. Una di queste ha riguardato il mio incontro con una creatura speciale.
Nell’aprile del 2000
avevo terminato la conduzione di un gruppo particolare. Non so per quale
strana combinazione, i partecipanti erano quasi tutti in fase avanzata
di malattia. E’ stato un gruppo molto impegnativo e intenso. Uno dei malati,
un avvocato che lavorava presso una grande impresa editoriale italiana,
aveva anche già fatto testamento. Era consapevole della serietà
della sua condizione clinica e parlava in modo molto tranquillo della possibilità
che la sua vita potesse concludersi nell’arco di qualche mese. Aveva lasciato
disposizioni precise di tipo testamentario sia alla moglie che ai figli.
All’interno del gruppo, dopo le difficoltà iniziali risultò
tutto sommato facile riflettere sulla vita e sulla morte. Parlare del senso
del proprio agire, dei progetti realizzati e di ciò che si avrebbe
voluto realizzare. Si parlò di desideri, rimpianti, obiettivi a
breve scadenza, delusioni, risentimento e rancore. Si parlò del
tempo, di quanto può essere breve e della necessità di non
aspettare più un ipotetico domani per realizzare ciò che
si desidera.
Mi venne in mente una
citazione di un libro che avevo appena letto dove riportava questa riflessione:
“trova il tempo per
lavorare, è il prezzo del successo
trova il tempo per
riflettere, è la fonte della forza
trova il tempo per
giocare, è il segreto della giovinezza
trova il tempo per
leggere, è la base del sapere
trova il tempo per
essere gentile, è la strada della felicità
trova il tempo per
sognare, è il sentiero che porta alle stelle
trova il tempo per
amare, è la vera gioia di vivere
trova il tempo per
aiutare gli altri, è la magia che combatte la solitudine
trova il tempo per
essere contento, è la musica dell’anima”.
Mi sentivo molto orgogliosa di questa citazione. Nel dirla al gruppo mi sentivo saggia e pensavo di aver fatto una bella figura. Sicuramente i malati erano rimasti colpiti da tutto ciò. Dentro di me sapevo che stavo soltanto recitando un “ruolo”. Il mio rapporto col tempo è difficile come per tutti. Quotidianamente anch’io faccio i conti con i desideri, i rimpianti, le delusioni, le difficoltà, le insicurezze. Il lavoro da psicologo porta, certe volte, ad assumere il ruolo “del saggio” ma può essere soltanto “un gioco delle parti”.
In ogni caso l’esperienza con quel gruppo di malati che rifletteva sulla fine della vita mi aiutò a prendere una decisione che ancora oggi, a distanza di 6 anni, sono molto felice di aver preso. Da anni desideravo un cane e continuavo a posticipare questa decisione: “Adesso non posso”, “quando lavorerò di meno”, “quando la mia vita sarà più stabile”, “sono troppo spesso in viaggio, come faccio?”, ”è troppo impegnativo”.
Inoltre,
in casa è presente già un gatto. Come si integreranno? Potranno
convivere tranquillamente? Mi tornò alla mente il detto popolare
"sono come cane e gatto" per esprimere il massimo della litigiosità
e cntrapposizione che, a volte, è presente tra gli esseri umani.
In poche parole i dubbi erano tanti.
Non avevo mai avuto un cane tutto mio. Mio padre ne aveva uno, piccolo e nero. Si chiamava “muschittu”, che significa moscerino. Era un uomo che amava tantissimo gli animali, una volta lo vidi mentre prendeva dalla sua bisaccia il panno che avvolgeva il pane e il formaggio, il pranzo che si portava in campagna. Si mise a scuotere il tovagliolo vicino a un formicaio. Briciole di cibo che andavano a nutrire piccole creature che il più delle volte vengono sterminate con il baygon. Mia madre mi riferì un giorno che per tanto tempo aveva desiderato un animale ben preciso: un cavallo. Questo desiderio di mio padre si era intrecciato con un grave evento che sconvolse l’Europa nei primi decenni del secolo scorso.
L’estate del 1936 fu un momento particolare per la Spagna. Nel febbraio di quello stesso anno le elezioni portarono al potere il governo del Fronte Popolare appoggiato dai partiti della sinistra. Il 17 luglio ci fu un colpo di stato. Le truppe guidate dal generale Francisco Franco non riconobbero il governo eletto dal Parlamento e cercano di guadagnare rapidamente il controllo di Madrid e di altre importanti città come Siviglia, Pamplona, Cordoba e Saragozza. A questi fatti seguì una guerra civile che fece più di un milione di morti.
Il generale Franco ottenne l’appoggio sia di Hitler che di Mussolini che inviò 50.000 “volontari” tra soldati e aviatori. Tra i cosiddetti “volontari” c’era anche mio padre che allora aveva 25 anni. Non sono mai riuscita a immaginarlo mentre imbraccia un fucile e spara. Era un uomo talmente mite, timido, silenzioso e pensarlo in tenuta da militare ancora oggi, mi risulta veramente difficile.
Un giorno mia madre parlandomi di quel “soggiorno militare ” in Spagna mi disse che, al suo ritorno, si era sempre rifiutato di raccontare alcunché. Tornò da quella esperienza ancora più chiuso e taciturno. Una volta rientrato in paese ritirò i soldi che Mussolini aveva stanziato per tutti quelli che avevano accettato di partire in guerra e con grande sconcerto di mia madre disse che voleva comparsi un cavallo.
Immagino lo sguardo allibito di mia madre, donna molto più concreta e pragmatica di lui. Quasi subito dopo il matrimonio iniziarono a sfornare un figlio dopo l’altro e lei, caratterialmente, molto più previdente e realistica di lui pensò che era un po’ impazzito. Non avevamo neanche una stalla dove farlo stare e poi, credo, che avesse pensato che era semplicemente un’altra bocca da sfamare. Un’altra creatura da accudire. Pare che tra di loro ci fu un’accesa discussione e del cavallo non se ne fece nulla.
Dopo l’esperienza della guerra mio padre continuò a fare il lavoro di prima: coltivare la terra. Forse l’idea di raggiungere la sua vigna e l’orto a cavallo gli restituiva quel senso di dignità e libertà che la guerra gli aveva derubato. Mi piace pensare che il desiderio di una lunga cavalcata nel vento potesse mitigare l’orrore per la guerra.
“Muschittu” e mio padre
uscivano al mattino presto e rientravano la sera tardi ancora insieme.
La cuccia del cane era nel recinto delle galline. Coabitavano tutte insieme,
9 galline e un cane. Nessuno si stupiva di questa coabitazione, anzi noi
bambini, con grande divertimento degli adulti, eravamo convinti che anche
il cane facesse le uova.
Il piccolo muschittu
morì di vecchiaia.
La particolarità del gruppo condotto nell’aprile del 2000 ebbe la forza di “fermare la mia azione”. ”Se vuoi un cane, prendilo”, dissi a me stessa, “in qualche modo ti organizzerai”. Proprio il giorno dopo questa riflessione in una delle bacheche dell’Istituto, dove di solito si trovano comunicazioni di compravendita di oggetti vari, vidi una fotografia che ritraeva 7 cuccioli messi in una cesta: ”Cercano famiglia”, diceva l’annuncio che accompagnava la fotografia.
Due giorni dopo spingevo il cancello di un cortile di una cascina nei dintorni di Milano. Il cortile era molto grande e in mezzo una costruzione in mattoni rossi di due piani. Cercavo il campanello dell’abitazione e in quel momento mi accorsi che un piccolo cagnetto correva verso di me velocissimo e tutto festante. Lo presi in braccio e quasi subito dopo comparve la madre: un cane di razza boxer. Mi guardava senza manifestare aggressività, sembrava soltanto in allerta.
”E’ stata fecondata
da un cane randagio- mi disse la padrona - e non riusciamo a venderli.
Per questa ragione li diamo via. Se non trovano famiglia siamo costretti
a sopprimerli. Sette cuccioli per noi sono troppi”.
I sette cuccioli sembravano
tutti uguali, assomigliavano alla madre e si rincorrevano l’un l’altro
nel grande cortile. Guardarli era uno spettacolo veramente divertente.
“Prenda questo - proseguì-
la signora, indicandomi la piccola creatura che teneva in braccio – è
una femmina, è la più dolce e affettuosa”.
Per terrà c’era il piccolo cagnetto, anch’esso una femmina, che mi era corso incontro appena avevo varcato il cancello. Mi guardava festante. Due occhi tondi, grandi, neri e luminosi circondati da un alone ancora più scuro. Sembrava truccata. Le orecchie lunghe e morbide. Pesava, credo, poco più di due chili. Le avevano tagliato il codino, come si usa fare con i cani di razza boxer. Lo muoveva a un ritmo incredibile e mi fissava intensamente ansimando.
Mi affidai all’istinto di un piccolo cane meticcio e dopo un quarto d’ora stavamo tornando a casa. La mamma del cucciolo ci aveva seguito fino al cancello e quando salimmo in macchina aveva infilato la sua testa tra le sbarre del cancello, ci aveva seguite con lo sguardo fino a quando non eravamo scomparse dalla sua visuale.
Il piccolo cagnetto aveva fatto tutto il viaggio di ritorno verso Milano lamentandosi e credo, piangendo. Non sapevo cosa fare. Non avevo portato nessuna gabbia, non pensavo che avrei preso un cane quel pomeriggio stesso, la misi sul sedile a fianco del guidatore ma lei non ne voleva sapere di stare sola e si accoccolò sulle mie ginocchia. Avevamo fatto il viaggio di ritorno in città fissi nella corsia più a destra e andando pianissimo.
Decisi che si sarebbe chiamata Gioia. La gioia di un incontro, della realizzazione di un’idea pensata a lungo, la gioia dell’ascolto, la gioia del trovare le parole per raccontare la vita alla luce della morte, la gioia anche del vivere che avevo sentito in un gruppo di malati oncologici in fase avanzata di malattia. Era il messaggio più forte che quell’esperienza mi aveva lasciato.
I miei primi giorni di convivenza con Gioia furono un disastro. Faceva la pipì dappertutto, non voleva mai stare da sola, non potevo chiudere nessuna porta perché si lamentava subito, smetteva di piangere soltanto quando mi vedeva. La signora del piano di sotto protestava vigorosamente, quella del mio stesso pianerottolo, che disdegna amabilmente gli animali, protestava per ogni impronta che c’era sull’ascensore, anche se Gioia non c’entrava nulla. In poche parole il mio stress stava diventando ingestibile. Avevo passato tre notti a non dormire. Continuava a piangere, non sapeva stare da sola. Le avevo preparato la cuccia prima in cucina, poi in bagno, poi nello studio, poi in corridoio. Finché stavo vicino a lei si addormentava, anche profondamente. Bastava però che mi allontanassi e iniziava a piangere.
A nulla era servito avvolgere in un panno la sveglia e mettergliela nella cuccia. ”Se sentono il ritmo della sveglia si tranquillizzano perché ricorda il cuore della madre”, così mi consigliò di fare un’amica per diminuire l’agitazione del mio cagnetto. Ero disperata e ormai decisa a riconsegnarla alla padrona precedente. Le telefonai e lei mi disse di aspettare qualche giorno per trovare un’altra soluzione. Non so se la signora, esperta molto più di me di cani, disse quella frase a proposito. Fatto sta che non mi richiamò.
Io e Gioia abbiamo imparato a conoscerci, a convivere e oggi sono contenta di tutto questo. A distanza di 6 anni da quei giorni il mio rapporto con Gioia è tra le esperienze più belle e divertenti della mia vita.
Durante i colloqui con i malati mi sono accorta spesso del ruolo fondamentale che gli animali hanno avuto nell’aiutare a vivere un’esperienza così difficile e complessa come quella delle terapie oncologiche.
”Durante la chemioterapia il mio cane non mi ha lasciata un’attimo. Quando esausta mi sdraiavo a letto per riprendere un po’ di forze si sdraiava anche lui al mio fianco. Mi fissava in modo intenso e sembrava dirmi “io sono qui con te”. Se mi alzavo per andare in bagno a vomitare mi accompagnava e poi tornava a letto con me. Neanche i miei familiari mi sono stati così vicini”.
“In molti momenti non sopportavo la vicinanza di nessun essere umano. Soltanto le feste del mio cane erano un momento di conforto”.
“il mio gatto si accoccola così vicino e fa le fusa, sembra che capisca molto bene che cosa sto provando”.
“rientravo a casa dagli esami medici e mi accorgevo che mio figlio non aveva il coraggio di chiedermi nulla, faceva l’indifferente. Soltanto il mio cane mi accoglieva festante”.
Queste affermazioni mi sono state riportate frequentemente dai malati, sia uomini che donne. Recentemente ho letto dell’iniziativa di un reparto di oncologia medica di un ospedale in Emilia Romagna dove hanno deciso di far circolare nei reparti due cani addestrati. Apprezzo il coraggio del Direttore di quel reparto e credo che abbia preso un provvedimento veramente utile.