Maurizio
mi aveva parlato di ciò che stavate organizzando e ci tenevo tanto
ad essere li con voi. Ho preso una giornata di ferie. Nel suo rapporto
con la malattia, l’esperienza del mare lo ha aiutato tantissimo. Credo
che sia partito da questa consapevolezza e voleva che anche altri malati
avessero la stessa opportunità. Amo il mare e amo lavorare in sanità.
Il mio rapporto con la barca è nato alcuni anni fa, vivevo un periodo difficile da un punto di vista affettivo. Dovevo elaborare una separazione e andare in barca a vela è stata una risorsa. L’esperienza mi era piaciuta tanto e così appena possibile sono ritornata anche partecipando ad alcune regate.
Lavoro come fisioterapista in un centro per anziani. Lo faccio da circa 11 anni. Inizialmente volevo diventare medico. Ero anche iscritta all’università, ma gli impegni familiari e soprattutto le mie due maternità hanno cambiato il mio percorso professionale. Ho proseguito con gli studi da fisioterapista, mi sembrava una buona continuità rispetto ai miei interessi e alla consapevolezza che con due figli, proseguire con la facoltà di medicina e chirurgia sarebbe stato veramente difficile.
Essere stata con voi durante quella giornata è stato piacevole, interessante e, per me anche fonte di grandi riflessioni. All’inizio, quando ci siamo ritrovati davanti all’Istituto Tumori, mi guardavo attorno, ma confesso che non riuscivo a capire chi fosse malato e chi no. Tuttavia ero consapevole che non avrei incontrato malati in fase critica di malattia.
Si percepiva un’aria di eccitazione in tutti, anche se un po’ trattenuta. Durante la giornata ho visto che le interazioni tra tutto il gruppo diventavano sempre più facili e immediate. Li ho visti disponibili, con una grande voglia di fare e di sperimentarsi. Chiacchieravano amabilmente tra di loro e avevo l’impressione che riuscissero a godersi tutti i momenti.
Guardando tutto il gruppo dei malati e pensando a me stessa o ai cosiddetti “sani”, mi sono chiesta chi è “veramente malato”. Ho visto una disponibilità, un desiderio di esserci, di vivere e di relazionarsi che frequentemente non ritrovo più in me ma anche in altre persone. Ho visto una vitalità e una voglia di fare per certi aspetti invidiabile. Diamo molte cose per scontate e non riusciamo più a fermarci e gioire delle piccole cose.
Subito dopo il passo della Cisa, eravamo in coda. E’ stata piuttosto lunga e stressante. Mi sono accorta che io sbuffavo e continuavo a lamentarmi mentre vedevo che tutto il gruppo era “serafico” e riusciva a godersi anche la coda.
Mi ha fatto riflettere tutto ciò. La malattia sicuramente modifica radicalmente la “chiave di lettura” della propria vita. Mi accorgo però che nei confronti della vita e delle relazioni umane, chi ha vissuto una malattia ha una saggezza in più. Anche l’approccio con la barca mi è parso molto positivo. Ho visto alcune persone un po’ impaurite. Ho sentito che qualche persona diceva: ”io non ci salgo”, poi invece si sono “lanciate”. E’ stato divertente e piacevole tutto ciò. Per questioni di spazio non sono salita in barca e confesso che mi è dispiaciuto tanto. Avrei voluto vedere le loro espressioni, sentire le domande. In poche parole mi sarei voluta “godere” tutto il gruppo. E’ stata un’esperienza vissuta in modo goliardico e spero che ce ne siano altre.
Ci sono analogie tra il “viaggio nella malattia” e il reale “viaggio in mare”. Andare in barca, timonare, confrontarsi con la sfida, con qualche cosa di più grande di noi, acquisire sicurezza in una situazione che può essere fonte di ansia sono situazioni che hanno in sé un potenziale terapeutico.
Riuscire
a guardare, a confrontarsi con qualche cosa di più grande di te,
che fa paura. Viaggiare nella malattia e in mare può essere un’esperienza
interessante per chi si confronta con malattie complesse e lunghe come
le malattie oncologiche.
E’ stato bello vedere che si poteva stare insieme al di là dei ruoli. Credo che in tutto questo ci sia l’attenzione alla relazione professionale. Sono dell’opinione che sottovalutare il potere terapeutico di una buona relazione sanitaria sia un errore non tanto da un punto di vista etico ma soprattutto scientifico. Non si possono valutare gli effetti di alcuni farmaci, di interventi chirurgici o di altri interventi terapeutici se non si tengono in dovuto conto gli aspetti interpersonali connessi a tali situazioni. Tutto questo non significa che mi metto allo stesso piano del malato. Non voglio perdere il mio ruolo di terapeuta e di “chi ne sa di più” (sul piano della riabilitazione, ovviamente).
Come operatori sanitari non credo che possiamo prescindere dallo stabilire delle relazioni “da persona a persona”. Mi rapporto ai malati in quanto esseri umani. Con gli anziani questo è un problema piuttosto spinoso. Per molte colleghe lavorare nel settore geriatrico è frustrante. Forse perché in questa società curare i vecchi è considerato un lavoro che da poca autorevolezza. Certe volte guardo questi anziani così malconci, in alcuni casi non ci sono più figli, la famiglia è assente. Mi fanno una grande tenerezza. Passano un’infinità di tempo da soli.
Recentemente ho portato i vecchietti fuori dalla casa di riposo. Alcuni camminano da soli, altri hanno bisogno di aiuto. A gruppi di 6/8 persone li abbiamo portati al parco e al palazzo Borromeo. Abbiamo fatto una sosta in pasticceria ed erano eccitati e felici. Abbiamo chiesto ai gestori se potevamo portarli, sono stati molto disponibili. Era divertente vedere queste persone, che non uscivano dal reparto da tanto tempo – alcuni anche da 5 anni - seduti ai tavolini, serviti dal cameriere e con un bel servizio di bicchieri. Dopo un po’ abbiamo dovuto abbassare il target delle consumazioni perché non ce la facevamo economicamente.
Volevo fare con loro
una cosa normale, che fanno tutti: andare a prendere un caffè. Sono
situazioni come quella della barca a vela dove si può dire ”sei
normale, sei come me”. Con questo non voglio negare che siano malati o
che non siano più vecchi, è soltanto che possiamo intendere
la cura in maniera differente.
Se uscite qualche altra
volta in barca, se volete ci sono anch’io.