A trentun anni dalla malattia


In questa sacra giornata palpitano più vivi i ricordi della giovinezza, la tristezza di quelle notti, quando la tempesta dei dolori in un letto di sudore confermava una presunta diagnosi di “tumore”, il 7 marzo 1967. 
Gli occhi si velarono, si inumidirono, dalle labbra contorte non uscirono parole, gli angoli di esse tremavano nel tentativo di trattenere il pianto, i singhiozzi, la spensieratezza e l’incoscienza giovanile di colpo lasciarono posto allo sconforto ed ai dubbi, erano finiti i bei giorni sereni. Talora la verità è dura, spietata, gli occhi vedono ciò che accade, il candore dell’anima, il bianco del reparto ospedaliero non cambia il nero stato d’animo. E’ il guado verso una riva ostile e sconosciuta. 
Tutti si stringono compatti attorno a te, con zelo e generosità si applicano e si prodigano. Per anni a ciascuno è assegnato un compito suo caratteristico: io, il paziente, i genitori, i medici, tutto è a disposizione e concorre anche per la via di un aiuto divino ad un rientro nelle molteplici manifestazioni della vita.
Sono trascorsi trenta anni, mi sono stati donati anni nei quali mi sono abituato a vedere le vie della Provvidenza che sempre conducono al bene dell’individuo ed a constatare la latitanza dello Stato, del diritto nelle istituzioni preposte all’assistenza sociale, alla solidarietà, alla tutela della salute. 
Che ne è dell’esempio, dell’insegnamento, unica via sicura per salire verso i valori della Patria, lasciatomi da papà, ex combattente nel Corpo di liberazione italiano, ex autiere, convinto difensore della democrazia e della libertà? Papà da anni non è più tra noi. 
In un mondo di falsi invalidi, di giovani che buttano via la propria salute con abitudini di vita sbagliate, ho dovuto e devo faticosamente vivere con le briciole della salute, ho dovuto elemosinare un lavoro, ho dovuto nascondere, farmi ridurre l’invalidità per poter essere collocato nel mondo del lavoro, ho dovuto subire l’affronto di categorie di lavoratori più giovani di me ed in salute già in pensionamento. Nei giorni no, nei momenti no, mi chiedo: per quanto ancora dovrò subire prima che venga la sera del grande giorno?
Anche se sempre più disfatto nel fisico e più stanco in testa, non mi arrenderò. Sono un lungovivente oncologico che ancora ha speranza, se non in quella terrena, certamente in quella celeste.

Adriano

da: “Angolo news”, n. 7, giugno 1998.

Questo racconto è stato raccolto da: ANGOLO - Associazione Nazionale Guariti O Lungoviventi Oncologici

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