Emilio
Verso la stomia:
dolori e speranze
Emilio,
sempre gioviale e comunicativo, ha adesso 63 anni; venne operato per un
carcinoma alla vescica tredici anni fa e da allora porta una urostomia.
"Non ci sono arrivato all’improvviso, ma piano piano: un avvicinamento
durato dieci anni. Per dieci anni ho sperato di poter evitare l’urostomia
e le sue conseguenze, ma alla fine...". Inizia così il racconto
di Emilio sulla sua esperienza.
Si accorse
nel 1977, all’età di trentanove anni, di avere del sangue nell’urina,
fece degli esami all’Ospedale San Carlo di Milano, gli consigliarono poi
un ricovero nel reparto Cesarina Riva del Policlinico di Milano e lì
gli diagnosticarono la presenza di un carcinoma ad uno stadio iniziale.
Non
visse quella diagnosi in modo drammatico. Gli asportarono il carcinoma
con una specie di pinza introdotta attraverso il tubo della cistoscopia.
Sapeva che avrebbe dovuto sottoporsi a controlli periodici, ma sperava
di poter evitare altri interventi. Ma nel primo controllo, tre mesi dopo,
i medici ritrovarono un polipino nella stesso punto dal quale era stato
tolto il precedente e si pensò ad una imperfetta asportazione. Venne
ripetuta l’operazione, ma per dieci anni, ogni tre o sei mesi, fu costretto
a farsi togliere i polipini che gli ricrescevano e a sottoporsi anche più
frequentemente alle dolorosissime cistoscopie.
Non
le faceva sotto anestesia perché restare in ospedale avrebbe causato
dei problemi in casa: anche sua moglie lavorava e la bambina era ancora
piccola. Si faceva ricoverare solo quando doveva farsi togliere qualche
polipo, "accontentandosi" di avere allontanato l’urostomia.
Aveva
sentito nominare dai medici questo termine "urostomia", ma ne aveva saputo
qualcosa di più di più da altri pazienti che gli capitava
di incontrare ripetutamente durante i suoi ricoveri. Non era molto, ma
era sufficiente per rendersi conto che fosse una cosa da evitare o da allontanare
il più a lungo possibile nel tempo.
E fece
veramente di tutto per allontanare quell’operazione che, quando la provò,
si rivelò, nelle sue conseguenze, molto peggio di come se l’era
immaginata.
Non
dedica molte altre parole Emilio a quei dieci anni che precedettero l’urostomia,
ma aggiunge che viveva sempre con il timore di vedere sangue nelle urine;
dei dolori che si sentono durante una cistoscopia, mi dice semplicemente
che erano forti. Io, che ne feci una più di venti anni fa, me la
ricordo come il male fisico più forte sentito nella mia vita e non
faccio fatica a immaginare cosa si può provare a farne decine.
Il fisico
di Emilio, infatti, nonostante la sua volontà, negli ultimi anni
non riusciva più a tollerare la prova delle cistoscopie a mente
serena, perché dopo ognuna gli venivano dei colpi di febbre che
duravano un paio di giorni e che andavano oltre i 40.
Emilio
ne parla, comunque, come di esperienza conclusa, lontana e che non lo coinvolge
più, a differenza di quando parlerà dell’urostomia che racconterà
lentamente e con il tono grave di chi rivive una sofferenza.
Mi chiedo,
adesso che scrivo, se il diverso stato d’animo di Emilio non sia dovuto
alla caratteristica dei dolori fisici che, per quanto forti e temuti, quando
sono passati non riescono più a darci gli stessi tormenti, nonostante
gli sforzi per ritornarvi con la memoria. Non cosi per le sofferenze interiori
che, pur vissute molti anni prima, si riaffacciano prepotenti appena torniamo
a ricordarle. Forse è per questo che nelle nostre vite risentiamo
molto più a lungo dei patimenti morali.
L’operazione
L’ormai
"abituale" ritmo di cistoscopie, con frequente estirpazione di polipi dalla
vescica, ebbe termine nel 1987 all’Ospedale di Rho dove era seguito dal
1981, quando seppe che un urologo, il dottor M., vi era diventato primario.
Al Policlinico,
in quella fine degli anni settanta e primi anni ottanta, i tempi per le
attese dei ricoveri erano talvolta troppo lunghi e così Emilio fu
ben contento di farsi seguire in una struttura più piccola e funzionale
e che gli dava le stesse garanzie.
Nell’autunno
del 1987 - dicevamo - il dottor M. informò Emilio che il suo esame
istologico era peggiorato e che i polipi nella vescica erano sempre più
numerosi. Avrebbero potuto continuare ancora per un certo periodo come
prima, ma ormai gli esami, tra i quali le cistoscopie, avrebbero dovuto
essere più ravvicinati: una volta al mese. Ma il dottor M., considerando
l’intera situazione, disse anche un "converrebbe" passare all’asportazione
della vescica.
Anche
Emilio considerò l’intera situazione e chiese al dottor M. : "Dottore,
io mi fido di lei. Se lei avesse davanti a sé un suo familiare,
cosa gli direbbe?". "Lo farei operare subito." fu la risposta ed Emilio
si fermò in ospedale.
In realtà
l’esame istologico di Emilio era peggiorato già da un anno, anche
se lui non lo sapeva; ne era stata messa al corrente sua moglie e insieme,
lei ed il primario, avevano deciso di continuare fin quando sarebbe stato
possibile, senza correre più rischi del dovuto.
Il peso
maggiore fu quello di sapere che dopo l’operazione ci sarebbe stata, inevitabilmente,
una perdita della capacità sessuale. E poi aveva sentito parlare
di ancora altri disagi che avrebbe dovuto vivere. Non era l’operazione
in sé che gli faceva paura, ma come avrebbe dovuto vivere dopo.
Il futuro che aveva davanti era carico di incognite ed era comprensibilmente
agitato.
Quella
notte non riusciva a prendere sonno e allora gli fecero l’iniezione di
un sedativo. Quando finalmente si addormentò, Emilio fece un sogno
che ebbe un grande effetto su lui, almeno per tutto il periodo in cui rimase
in ospedale.
Il sogno
"Sembrava
una realtà e non un sogno", spiega Emilio. Lui ha sempre avuto paura
della montagna e si è sempre tenuto alla larga dai burroni, ma si
ritrovò aggrappato ad una parete di roccia: se guardava in alto
non ne vedeva la cima, se guardava in basso vedeva il baratro.
Nonostante
ciò, si dava coraggio e con le mani, che ha sempre avuto forti,
cercava di salire aggrappandosi alle sporgenze della roccia. Ma a un certo
punto sentì che le forze si stavano esaurendo e non vedeva più
appigli sulla parete.
"Sembrava
proprio la realtà", mi dice ancora una volta.
Quando
la situazione si stava facendo critica, Emilio si accorse della presenza
di un palo infilato nella roccia. Provò ad abbracciarlo e sentì
che le sue mani si toccavano. Allora riprese fiducia confidando nella forza
delle sue mani. Avrebbe potuto restare aggrappato al palo per ore e qualcuno
si sarebbe accorto di lui. Incuriosito volle anche provare a salire sul
palo per "esplorarlo" e a quel punto si accorse che il palo non era un
semplice palo, bensì un crocefisso e si svegliò.
Quel
sogno gli lasciò una tranquillità d’animo che gli durò
per tutto il periodo in cui rimase in ospedale. Affrontò così
l’operazione, il risveglio, e le "manipolazioni" che gli vennero fatte
con le varie placche e sacche.
L’urostomia: gli
anni del rifiuto e delle sofferenze interiori
Per
chiunque subisca un’operazione che gli cambi il corpo, il ritorno a casa,
dopo le prime ore di gioia, significa il rientro in un ambiente di persone
sane e normali, mentre noi non siamo affatto in grado di gestirci come
persone normali. E questo è sempre uno dei momenti più difficili
per gli stomizzati: un momento che può durare settimane, mesi, anche
anni. Anche per Emilio fu così.
Certamente
l’aspetto più duro da accettare fu quello della perdita completa
della virilità, e non solo in parte come dicevano i medici e le
voci che giravano tra gli altri pazienti conosciuti negli anni precedenti
nei reparti di urologia. Del resto, è difficile potere avere informazioni
veritiere e attendibili su questo argomento, perché, lui stesso
per primo, non nascose mai a nessuno tra i suoi amici e parenti che portava
il sacchetto per raccogliere le urine, negò sempre e con chiunque
di avere subito una diminuzione sessuale e si fece promettere da sua moglie
che anche lei avrebbe fatto altrettanto.
Questo
aspetto colpisce tutti gli uomini che ne sono coinvolti. E’ una grossa
perdita a quasi tutte le età. Lui frequenta la sezione dell’Associazione
Italiana Stomizzati di Rho, conosce tanti urostomizzati ed è al
corrente di tante esperienze. Un settantenne, ad esempio, con una moglie
più giovane di lui di quasi venti anni, preferì evitare l’operazione
andando così incontro ad una morte ravvicinata, che puntualmente
si verificò, piuttosto che perdere la sua capacità sessuale.
La moglie
di Emilio cercava di non fargli pesare questa carenza, ma l’impotenza è
una incapacità che, anche se accettata dalla moglie o dalla partner,
non ci fa comunque sentire all’altezza; se poi non si ha la moglie o la
partner, è ancora peggio perché fa sentire esclusi da ogni
relazione che possa approfondirsi sentimentalmente.
Già
questa è una ragione sufficiente a renderci cupi nei nostri confronti
e nei confronti dell’ambiente in cui viviamo, se poi aggiungiamo che, usando
le parole di Emilio, "il sacchetto era brutto: brutto da vedere e brutto
da portare", ci si rende conto dello stato d’animo vissuto per mesi da
Emilio.
Anche
per lui i primi tempi furono molto duri. Ogni tanto gli capitava di bagnarsi
e se era fuori e con altre persone era una cosa avvilente. Aveva poi un
completo rifiuto del sacchetto: quando si lavava evitava di guardarlo e
per oltre un anno non se lo cambiò mai, ma se lo fece sempre sostituire
da sua moglie. Fu solo dopo una "ramanzina" dell’enterostomista dell’Ospedale
di Rho, che incominciò a maneggiare placche e sacchetti.
Mi spiega
che aveva cambiato il carattere: aveva sempre in mente ciò che gli
era capitato e come era diventato. Non sopportava le chiacchiere futili
che esageravano un piccolo disguido o un contrattempo perché li
confrontava alla sua situazione. Bastava niente per innervosirlo. "Ero
troppo concentrato su di me. - mi dice - Stavo bene solo in compagnia di
mia moglie e di mia figlia, ma mi rendo conto che anche con loro ero diventato
irascibile e cattivo. Certe volte mi dicevo e lo dicevo anche a mia moglie:
"Ma guarda come sono conciato, porca miseria. Ma è possibile?".
Il fisico
si riprendeva, ma il morale no; rifiutava ciò che si vedeva intorno
e ciò che aveva su di sé.
La ripresa
Il primo
piccolo miglioramento Emilio lo ebbe ritornando al lavoro. Vi ritornò
abbastanza presto, dopo neanche sei mesi dal ricovero, seguendo il consiglio
dell’oncologo: uscire di casa, vedere persone non avrebbe che potuto giovargli.
E così fu.
La prima
settimana di lavoro fu molto faticosa, ma gli faceva bene vedere gli amici
dell’Alfa Romeo che lo aiutavano se c’era qualche sforzo da fare e, inoltre,
tenere la mente occupata sui compiti da svolgere e non sui tristi pensieri
di quando stava chiuso in casa, era per lui di grande aiuto. Certo quei
pensieri erano sempre pronti a ritornargli soprattutto se gli capitava
qualche "incidente", ma non erano più i padroni incontrastati della
sua mente.
Un altro
segnale di cambiamento in meglio lo percepì proprio dove in genere
prevale l’angoscia per chi ha avuto un tumore: quando andava in ospedale
per fare i controlli imposti per prevenire eventuali recidive, si accorse,
dopo un paio di volte, che non doveva più fare cistoscopie. Almeno
queste erano scomparse dalla sua vita!
E poi
sua moglie e sua figlia. "Senza di loro - dice adesso - forse non sarei
riuscito a uscire da quella situazione psicologica, o chissà quanto
tempo avrei impiegato".
Sua
moglie lo spinse anche a partecipare alle riunioni del Gruppo di Stomizzati
di Rho. Lei pensava che lì Emilio avrebbe potuto trovare un aiuto
più competente e qualificato di quello che riuscivano a dargli lei
e sua figlia. E per indurlo ad andare gli nominava i dottori F. e C. che
senza ricavarne niente e senza essere stomizzati dedicavano il loro tempo
agli operati di stomia.
Così
Emilio all’inizio vi andò solo per dovere. Il vice primario del
reparto di urologia di Rho, il dottor C. gli chiedeva sempre quando andava
per fare i controlli perché non partecipasse a quegli incontri e
lui ci restava un po’ male perché non sapeva cosa rispondergli.
Ma dopo circa un anno si rese conto che quegli incontri erano diventati
una cosa importante per lui.
Gli
era già capitato di andare a trovare qualche paziente in ospedale
prima che venisse operato per l’urostomia. Spesso gli dicevano che, appena
sarebbero stati meglio, sarebbero andati alla sede del Gruppo Stomizzati
di Rho. Alcuni non ci andarono mai ma Emilio si sentiva in dovere di essere
presente perché i nuovi arrivati non cercavano né il presidente,
né il segretario, ma chi era andato a trovarli quando erano in ospedale.
"Io - mi dice - non ho tanta istruzione, facevo l’operaio all’Alfa Romeo,
ma sapevo parlare con chi doveva venire operato, e con chi lo era appena
stato. E non tutti se la sentono".
Adesso
Emilio ha superato le cupezze, i disagi psicologici che durarono ancora
per qualche anno dopo l’operazione. Ora è arrivato a scherzare anche
sull’impotenza insieme agli altri amici stomizzati di Rho, anche se, mi
dice: "Mi sarei fatto fare una di quelle operazioni che a Rho faceva il
dottor T. con cui si inseriva una protesi e che permetteva nuovamente l’erezione;
ma mia moglie non volle perché temeva che ritornassero le vecchie
infiammazioni dovute alle passate cistoscopie, sollecitando una parte del
mio corpo sempre a rischio di una recidiva".
E ora
ha ritrovato la sua serenità e giovialità: oltre al ruolo
di nonno di una nipotina di due anni, Emilio non trascura quello di volontario
nel Gruppo Stomizzati di Rho.
E allora
gli domando non cosa direbbe agli stomizzati appena operati, ma cosa effettivamente
dice loro.
"Non
bisogna mai mentire con loro, anche se talvolta è meglio tacere
su certe situazioni che dovranno vivere. Sarà meglio parlare dei
problemi quando si troveranno ad affrontarli. In quei primi incontri è
la presenza che conta: farsi vedere in buona salute e con un bell’aspetto.
Questo è l’incoraggiamento migliore. Mostrare loro che, almeno esteriormente,
potranno tornare come prima di quel brutto accidente e che, se vorranno,
non saranno abbandonati a se stessi".
Questo colloquio
è stato estratto dal volume: ilcorpoestraneo,wesakeditions.Per
gentile concessione dell'Editore. |