| Il sig. Giorgio,
di anni 52, è affetto da carcinoma epatico su cirrosi. E’ coniugato
ed ha due figli giovani. Ha sempre fatto il commerciante di prodotti alimentari
e per questo ha viaggiato molto. Il suo curriculum formativo si ferma alla
3° media.
"Provengo da una famiglia di commercianti, vendiamo prodotti alimentari. Mio padre è morto quando io avevo 12 anni e questo evento ha condizionato molto la mia vita, mi sono dovuto occupare della famiglia, ho due fratelli più piccoli di me, già da quando ero piccolo cominciando a lavorare molto giovane, ho dovuto in un certo senso sostituire mio padre che gestiva una panetteria. All’inizio ho venduto di tutto, olio, polli e ho girato anche molto, sono andato in America, in Russia e in Sud Africa. In questi ultimi anni, a causa della crisi economica internazionale, il lavoro non va molto bene. Ho scoperto di essere ammalato perché una sera in albergo ho avuto dei crampi addominali molto forti ed avevo le feci di colore verdastro. Penso di aver preso l’epatite girando per gli alberghi. Da allora, circa 12 anni fa, mi sono sempre fatto controllare prima dal mio medico curante, che però non ha fatto un buon lavoro, e poi sono venuto in questo Istituto. Recentemente, ad una ecografia, mi hanno scoperto dei noduli al fegato che sono abbastanza normali quando il fegato si ammala in questo modo e questo ha spinto per il trapianto. Prima il nodulo era sotto controllo con l’Interferone adesso la malattia, che penso si dica neoplasia, non può andare via, devo convivere con questa situazione finché non verrà fatto il trapianto, i medici mi hanno rassicurato che poi tutto ritornerà normale." |
| Prima
del trapianto
Condizione fisica
Impatto psicologico
Relazione con il partner
Relazione con i figli
Relazioni sociali
Rapporto con l’organo
Rapporto con il donatore
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Un
anno dopo il trapianto
Condizione fisica
Anche adesso che sono passati 12 mesi i farmaci che devo prendere sono tanti, so che poi diminuiranno ma trovo che siano impegnativi. Comunque ho ripreso a fare alcune cose in casa, ma non ho ripreso il lavoro di venditore, adesso aiuto mia moglie nel suo negozio di lavanderia, ma questo non mi fa sentire meno soddisfatto di me, penso che continuerò a fare questo lavoro.. A volte ho difficoltà ad addormentarmi, però anche prima dormivo poco ma profondamente, adesso invece mi sveglio continuamente." Impatto psicologico
Prima dell'intervento mi sono sentito in una condizione di inferiorità rispetto agli altri anche se non erano loro a farmi sentire così, adesso invece mi sento più forte, però questo mio sentirmi più forte si è tramutato in orgoglio." Relazione con il partner
Relazione con i figli
Relazioni sociali
Rapporto con l'organo
Rapporto con il donatore
Progetti per il futuro
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| Note
Il Sig. Giorgio si presenta come una persona attiva ed intraprendente, fiduciosa nelle proprie capacità che gli hanno permesso di raggiungere importanti risultati di tipo professionale. Pur non avendo potuto portare avanti gli studi, avendo, invece, dovuto confrontarsi con la fatica fisica e le responsabilità familiari sin dalla giovane età, ha una buona capacità di comunicazione e una buona proprietà di linguaggio. La sua esperienza lavorativa come venditore lo ha, infatti, portato ad avere numerosi contatti con gli altri, anche se lui si riconosce come una persona chiusa, suscettibile ed insofferente alle critiche. Tende a rimuovere i vissuti emotivi non essendo in grado di gestirli se non attraverso la razionalizzazione "...uno deve convincersi che alternative non ne ho...". Si dimostra consapevole della gravità della sua situazione di malattia e della necessità di dover affrontare il trapianto nonostante le sue condizioni fisiche non siano molto scadenti. E’ stata l’esperienza di ascolto e verifica della storia di altre persone con la stessa malattia che non hanno fatto il trapianto, e che per questo sono poi morte, ad aiutarlo nel suo processo di adattamento ed accettazione, spesso più difficile proprio per i pazienti che pur non avendo grossi disturbi fisici, devono far fronte ad una proposta terapeutica ancora vissuta come qualche cosa di straordinario. La scelta di sottoporsi al trapianto sembra essere, infatti, maturata sulla base di considerazioni fisiche e funzionali nell’idea che il trapianto possa permettere un prolungamento della vita e la ripresa di alcune capacità. Non sembra, invece, essersi soffermato sulle implicazioni psicologiche legate a questo intervento, quali il dover ricevere l’organo dopo la morte di un’altra persona. A distanza di 12 mesi dal trapianto, il Sig. Giorgio si sente cambiato, "...per alcuni aspetti in peggio, litigo più spesso , non sopporto più che le persone mi dicano di no.." si sente più forte e più orgoglioso, alcune componenti della sua personalità tendono adesso ad emergere con maggiore forza, sono meno controllate anche sul piano comportamentale. A tale proposito, è interessante sottolineare l’esperienza da lui vissuta nel periodo postoperatorio, caratterizzato da ideazioni di tipo persecutorio in cui era fortemente presente la paura di perdere il nuovo fegato e la sua modalità usuale di rimuovere i vissuti emozionali che in questa occasione si esprimono però attraverso atteggiamenti collerici ed aggressivi. Una parte dei pazienti che sono stati sottoposti al trapianto di fegato presso l’Istituto dei Tumori di Milano (circa il 20%) ha avuto la stessa esperienza allucinatoria, che i medici spiegano come personale reazione ad un farmaco che viene utilizzato per mantenere più a lungo il paziente in anestesia totale. Il vissuto riportato da tutti questi pazienti, nella fase allucinatoria, è stato sempre quello di essere le vittime di un commercio di organi e, per questo, di doversi difendere dall’aggressione dei medici che, da alleati e salvatori, diventano persecutori in quanto vogliono riprendersi il fegato appena trapiantato. Per questi pazienti la ripresa psicologica è stata molto più lenta e caratterizzata da maggiori paure in quanto è stato per loro difficile allontanare dalla memoria questa esperienza così forte dal punto di vista emotivo. Una paziente, in particolare, ha avuto bisogno di un sostegno terapeutico in quanto non riusciva, anche dopo diversi giorni dal trapianto, a distinguere quale parte di questo suo vissuto era legato all’allucinazione e quale era invece la realtà. E’ stato ipotizzato che proprio attraverso questa esperienza i pazienti entrino in contatto con le loro paure più profonde ed inconsce, con il senso di colpa nei confronti del donatore che, come nel caso della Signora Jones o del Signor Anderson, nella figura del medico torna per riprendersi il suo fegato. A livello consapevole il Sig. Giorgio dice di non aver mai pensato né al donatore né al fatto di avere il fegato di un’altra persona "...forse perché penso che sia mio.." manifestando una grossa chiusura rispetto a queste dimensioni. |
Questa intervista è stata raccolta da: Associazione Prometeo