| Luigi:
"Io che credevo che la disperazione, l'ansia, la paura fossero solo una
mia prerogativa"
"La mia sfortuna, così la devo chiamare, è iniziata otto anni fa. Dopo un periodo che non stavo bene decisi di fare dei controlli clinici. Subito mi fu detto che avevo un'Epatite C cronica. Per me, oltre la sorpresa, fu un duro colpo. Il responsabile di medicina dell'ospedale, a cui mi ero rivolto, iniziò a sottopormi a un vero e proprio interrogatorio. Voleva sapere che tipo di vita facevo, mi diede dell'ubriacone, disse che sicuramente frequentavo prostitute e omosessuali, senza contare la vita balorda che secondo lui facevo. Per me fu un'umiliazione che non dimenticherò. Nessuno pensò magari che ci fossero altre cause. Io sono sicuro che la colpa per la mia Epatite C è del mio medico che mi aveva ordinato una cura per via endovenosa. Usava la stessa siringa per diverse persone risciacquandola, tra un paziente e l'altro, sotto il rubinetto dell'acqua. Questo medico dell'ospedale di cui ero in cura, mi sottopose per più di due anni a una cura di .......... a dosi altissime, in poco tempo mi ridusse a una larva. Poi, un bel giorno, mi chiamò nel suo studio e mi disse: la cura che stai facendo è costosissima, visto che tu non rispondi alla cura, è meglio farla a uno più giovane. Mi diede tutti i miei documenti e mi scaricò. A nulla valse la mia offerta di poter contribuire al costo della cura in base alle possibilità economiche che avevo, non si degnò nemmeno di rispondermi. Mi sono ritrovato abbandonato senza nemmeno sapere cosa fare. Dopo due mesi da questo episodio, a un controllo ecografico mi trovarono un tumore al fegato. I medici che mi seguivano decisero di mandarmi al Centro .............. che, secondo loro, era il più adatto. Qua mi hanno fatto un intervento al fegato e, subito, cosa rara, ho avuto delle complicazioni riguardanti la gamba destra. Infatti non posso più fare la vita di prima, perché trascinandomi questa gamba sono impedito a fare certe attività. Ritornato a casa, sempre seguito dal mio medico di famiglia e da altri medici, dopo qualche mese senza che nessuno si accorgesse sono caduto in una fortissima depressione. Nessuno riusciva a capirmi come mi sentivo, nessuno voleva capire la mia disperazione per questo tumore e questa gamba; ero un uomo morto e tutti mi ripetevano lo stesso ritornello: andiamo bene. Le notti le passavo piangendo disperato perché, forse la colpa era anche mia, nessuno sapeva darmi una parola di conforto, una prospettiva positiva per il domani. Queste notti erano d'una tortura indescrivibile. L'unico rimedio a tutto questo, anche se può essere considerato una vigliacca era di farla finita col suicidio. Solo un miracolo all'ultimo minuto mi ha salvato. Alla fine di settembre su consiglio del Dott. ............ mi sono affidato alle cure della psicologa Dott.ssa .............. Per la prima volta, dopo tanta disperazione, riuscivo a trovare nella dottoressa un punto d'appoggio, una sicurezza, un appiglio per non affogare. L'ho considerata e la considero la mia ancora di salvezza. Mi ha saputo trasmettere fiducia e speranza. Certo, in questi mesi di sedute non sempre tutto è filato liscio. Ma la colpa è del mio carattere che tende a chiudersi e della mia incapacità, per orgoglio, a chiedere aiuto. Ho paura del domani perché non so come andrà a finire con questo fegato e questa gamba, e tutto questo, fino a un mese fa era palpabile. Poi, su invito della Dott.ssa .........., ho partecipato ad un incontro annuale, che si tiene qua al Centro ..........., di persone già trapiantate e di altre in attesa di trapianto di fegato. Io che credevo che la disperazione, l'ansia, la paura fossero solo una mia prerogativa, ascoltando altre persone, ho capito che tutto ciò è una cosa comune per noi ammalati. Ascoltando le testimonianze di persone che hanno avuto il dono di un fegato nuovo mi sono commosso. Ho nascosto le lacrime dietro a un paio di occhiali. Queste persone sono ritornate a vivere, sono nate una seconda volta. Questo incontro, che all'inizio mi trovava un po' scettico nel parteciparvi ma ha dato una carica e una voglia di vivere che avevo dimenticato. Voglio vivere, voglio ritrovare le emozioni che da troppo tempo ha dimenticato. Voglio risentire dentro di me la vita. Di questo cambiamento devo dire grazie a questo incontro che mi ha ridato fiducia nel domani. |
Questa intervista è stata raccolta da: Associazione Prometeo