In certi momenti bisognerebbe essere un po’ egoisti
 

Per raccontare la mia storia desidero presentarmi. Mi chiamo Silvana e sono nata il primo di ottobre del 1930 a Milano. Ho due figliole splendide, la prima è nata nel 50 e la seconda nel 67. Purtroppo dal maggio 1966 sono rimasta vedova ed ho visto soffrire tanto anche mio marito colpito da un tumore allo stomaco. Ho lavorato ininterrottamente sino al 31 dicembre del 2000. La mia storia relativa all’evento tumorale è iniziata verso il mese di marzo del 2002.

Mi sono messa in testa di svuotare il solaio di casa mia per non lasciare l’incombenza alle mie figliole ma anche per rivedere tutti quei ricordi abbandonati e accatastati durante tutta una vita trascorsa insieme a mio marito. E così feci, facendo una grossa fatica, sollevando pesi, andando più volte alla discarica. Ripulire tutto e questo da sola. A fine lavori mi sono accorta che il seno sinistro era un po’ dolente e meno morbido al tatto. Decisi di fare una mammografia dalla quale era emerso che il mio seno doveva essere tenuto sotto controllo.

Nel frattempo la mia seconda figliola attendeva un bimbo ed aveva bisogno di me, pertanto attesi la nascita del bambino avvenuta l’8 di maggio 2002. Successivamente c’erano stati tutti gli impegni relativi al puerperio così ero arrivata alla prima decade di giugno e un mattino guardandomi attentamente il seno, notai che il capezzolo della mammella sinistra presentava un leggero rientro. Spaventatissima iniziai la trafila: medico di famiglia, richiesta di visita senologica con ago aspirato (risultato nullo per materiale giudicato insufficiente), subito dopo lo specialista richiese una ecografia ma naturalmente con l’ematoma dell’ago aspirato l’ecografia non era risultata valida, allora la proposta dello specialista (non appartenente a questo Istituto) fu di sottopormi a Risonanza magnetica. Ricordo che a quel punto mi trovai in seria perplessità e con poca fiducia per l’iter perseguito, inoltre essendo sofferente di claustrofobia non ero assolutamente concorde con lo specialista. Intanto, con questi esami inesatti il tempo passava ed ero arrivata alla fine di giugno e le mie preoccupazioni aumentarono terribilmente. Alla fine ebbi un’idea: perché non andare alla “casa madre” cioè l’Istituto dei Tumori. Così feci immediatamente e fui visitata da un bravissimo senologo il quale immediatamente senza alcun esame mi dichiarò che dovevo essere operata urgentemente.

Ero così arrivata alla fine di giugno 2002 e a questo punto il ricovero in prassi normale sarebbe stato verso la fine di luglio o i primi di agosto con le problematiche delle assenze dei medici per ferie. Inoltre l’ansia per l’attesa mi stava logorando sempre di più e pertanto fatte le opportune considerazioni chiesi se c’era la possibilità di anticipare l’intervento e la risposta fu quella di entrare nel reparto solventi.

Il trauma è stato forte anche se non avevo avuto una risposta concreta e chiara. Ora si trattava di tornare a casa (da sola avevo affrontato le varie visite perché non volevo caricare le mie figliole di ansie e preoccupazioni ) ma purtroppo dopo quest’ultima visita mi sono trovata costretta a comunicare loro la triste sentenza.

Il 2 luglio entrai in reparto e fui operata dalle mani sapienti del chirurgo. A quel punto il trauma dell’intervento lo avevo accettato piuttosto bene, dovevo però ancora togliere la medicazione e guardare che cosa mi avevano fatto. Non ho avuto il coraggio di togliere le bende da sola, andai dal mio medico di famiglia e gli chiesi se poteva farlo in vece mia. Mi resi conto che avevo una lunga ferita che partiva dal capezzolo e arrivava sino all’ascella. Nei giorni seguenti è stato un grosso problema lavarmi e toccare la parte ferita. Con il passare dei giorni mi accorgevo tuttavia che mi stavo abituando e rassegnando.

Il colpo grosso è stato quando ricevetti il risultato citologico il quale diceva che si trattava di un carcinoma globulare e che aveva intaccato ben 26 linfonodi più una infiammazione ascellare, di conseguenza si proponeva una terapia di tipo chemioterapico e radioterapico. Il trauma è stato forte e inspiegabile. Mi sono sentita immediatamente diversa. Gli affetti vengono lesi, io poi essendo vedova dovevo sostenermi da sola e cercare nel limite del possibile di non sovraccaricare le mia figliole del mio problema anche perché il mio intervento le aveva un po’ terrorizzate. In quei momenti si ha estremo bisogno di affetto, di sentirsi ancora parte del mondo mentre purtroppo si tende ad isolarsi nel proprio dolore.

I momenti che precedono e che seguono la chemioterapia sono veramente devastanti e si ha un grande bisogno di sentire vicino a se un familiare. Sono molto riconoscente a mia sorella che mi ha seguita e sostenuta nel post-operatorio e agli inizi della chemioterapia e poi successivamente mi hanno accompagnata le mie figliole. Questo mi rattrista molto perché so di aver dato alle mie figlie e a mia sorella un periodo molto triste. Ribadisco che in seguito a questo stato d’animo io cerco di evitare di abbracciare e baciare le mie figliole e i miei nipoti perché non mi sento a mio agio, però gradirei volentieri abbracci, abbracci e abbracci ancora.

La storia non finisce qui perché mentre stavo facendo la IV chemio sono caduta accidentalmente all’indietro ed ho battuto la colonna vertebrale, in più nel cadere, con l’avambraccio sinistro mi sono data un colpo, come una martellata sul seno sinistro operato, provocandomi un ematoma enorme. Si può immaginare il mio terrore e la trafila dai vari medici per rassicurarmi. 

Gli effetti collaterali della chemio, da un punto di vista fisico, sono tanti e si accumulano man mano che i cicli aumentano, per esempio la nausea non da tregua, inoltre sono presenti spesso acidità gastrica, reflusso gastro-esofageo, aerofagia, meteorismo, alito schifoso, lingua patinata, stomatite, blefarite e congiuntivite, vaginite, diarrea, stitichezza, senso di disagio continuo che va dallo stomaco all’intestino, in più la perdita totale dei capelli e di tutte le zone pilifere e per finire una stanchezza che non va mai via. Il momento in cui ci si sente quasi normali è la settimana che precede la chemio.

l mio iter non è ancora finito perché terminata la chemioterapia dovrò affrontare la radioterapia e mi auguro che gli effetti collaterali siano di gran lunga inferiori alla chemioterapia. Mi sento di ringraziare immensamente con questo mio racconto mia sorella e le mie figliole che nonostante lo shock subito si sono prodigate nei miei confronti, pur avendo la loro famiglia a cui pensare.

Una riflessione che mi viene spontanea è che in certi momenti bisognerebbe essere un po’ egoisti e non perdere tempo nel curare e controllare il proprio corpo. Un cordiale saluto a chi mi leggerà.
 

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