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Mentre sto pensando a ritroso cercando di focalizzare i momenti vissuti in modo drammatico, mi scappa l’occhio sul calendario dell’orologio, è il 24, il 24 maggio. Sette anni fa non era un bel giorno come oggi, anche se pure allora era una bella giornata di sole, o almeno credo di ricordare che lo fosse. Sette anni fa, dicevo, un intervento radicale mi ha privato, per sempre, della mia voce tradizionale che ancora oggi ricordo, sì, perché era proprio una bella voce. Mentre scrivo non mi accorgo di una cosa ancora più importante della voce: la vita; ho messo al primo posto, come importanza, la perdita della voce e non il fatto di essere ancora vivo. Che strano, se rifletto e scavo nei ricordi di quel giorno mi riaffiora l’emozione di quando, riaperti gli occhi, ho visto le lancette dell’orologio dell’ospedale che segnavano le 13 e 40, ero contento di avercela fatta, grazie a Dio e al Dott. Barzan che mi aveva operato, ero vivo, questa era la cosa importante, ero vivo. Dopo, evidentemente, l’essere vivo non è poi così importante, ti dimentichi quasi, è come se fosse naturale; ed è proprio da questo momento che incominci a considerare la nuova condizione fisica; è una rinascita drammatica; rinasci risvegliandoti da un brutto sogno che ti sbatte in faccia una realtà che, all’inizio, rifiuti e non vuoi che ti appartenga. All’inizio non è stato facile accettare questa nuova condizione, almeno per me è stato così. Ma andiamo per ordine nel raccontare questa mia esperienza che in certi passaggi sarà banale e comune, in altri meno, ma è comunque uno spaccato importante della mia vita. Tutto è cominciato 8 anni fa con una visita dall’otorino, causa un abbassamento di voce, e si è concluso nel 1993 con l’intervento chirurgico radicale alla laringe. La prima cosa che scopri, dopo l’intervento, aldilà del fatto di essere ancora vivo come dicevo pocanzi, è il cambiamento della fisionomia: ti guardi allo specchio e ti accorgi che non sei più quello di prima, il bisturi ti ha asportato il male che avevi in gola ma anche tagliato nervi e muscoli che ti hanno modificato l’aspetto delle guance, della bocca e della mandibola, senza contare che il collo si è notevolmente assottigliato; la seconda è la voce, quella non c’è più o almeno quella tradizionale, quella che in modo automatico ti permetteva di parlare e cantare, ed è il vero primo trauma. La terza cosa, quella che ti disorienta un po’, è dovuta al fatto che certi automatismi (come il raschiarsi la gola, il soffiarsi il naso, oppure l’aspirare dal naso per sentire un odore o un profumo) non riesci più a farli. Questo stato di cose, come dicevo, ti disorienta anche perché non l’avevi messo in preventivo. Il chirurgo ti aveva messo al corrente di cosa ti avrebbe privato, ma non ti aveva detto che la conseguenza sarebbe stata una serie di inconvenienti legati alla mutilazione, inconvenienti che, a pensarci bene, sono logicamente connessi con l’intervento. Il vero dramma resta comunque la perdita della voce: la tua voce, quella che sino a pochi giorni prima, magari con fatica e non senza dolore adoperavi in modo automatico, ecco, quella non c’è più, e non tornerà più come prima. Mi ricordo che lo stesso giorno che mi tolsero il sondino, venne in stanza il dottore e facendomi bere mi diede i primissimi rudimenti per farmi emettere dei suoni; successivamente mi fecero conoscere il Sig. Rocco, "il maestro", il Sig. Remo, il Sig. Redi, anche loro maestri rieducatori che una volta alla settimana si dedicano a insegnare ad adoperare i nuovi meccanismi che servono per "parlare", per essere autosufficienti e continuare a essere quelli di prima, inseriti e attivi. Ricollegandomi alla figura del Sig. Rocco, ricordo che, in occasione di una sua visita in camera mia, mi disse: "Abbia fiducia in se stesso, sia motivato, abbia voglia di vivere e ce la farà". Evidentemente non si riferiva solo al riuscire a parlare; bene, se oggi sono così lo devo anche a questo signore. Per me imparare a parlare è stato all’inizio una necessità e successivamente uno scopo in più per poter aiutare gli altri come me trasmettendo gli accorgimenti, i metodi, le piccole astuzie, in pratica tutte le conoscenze acquisite per esperienza. Non è stato certo facile e neppure semplice tornare a parlare, in modo comprensibile, in mezzo alla gente. Per converso, non è stato nemmeno così difficile; il problema è capire il metodo giusto dopodiché è questione di tempo. A volte, la difficoltà potrebbe essere data da un blocco psicologico, per me è stato così. La nostra voce, diciamolo pure, non è un granché bella, è pietrosa, senza inflessioni e nei primi tempi, quando hai ancora nelle orecchie il suono della tua vecchia voce, c’è come un rifiuto a usarla, non ti piace proprio. Poi, col tempo, ti abitui, diventa familiare e impari ad accettarla. Continuando a parlare, perfezioni il metodo cercando di scandire bene le lettere che compongono la parola e nel contempo cerchi anche di dargli toni armoniosi. I risultati arrivano se c’è perseveranza e buona volontà; è indispensabile un continuo allenamento ed è per questo che io, forse anche per un fatto di credo, amo recitare, di tanto in tanto, il Padre Nostro che, oltre a compiacermi ha anche una bella musicalità e comprende, guarda caso, tutte le lettere dell’alfabeto. Riprendendo il discorso sui problemi psicologici, gioca un ruolo molto importante la personalità, il carattere e la famiglia. Quanta stima hai di te stesso? Fino a che punto sai accettarti? Come pensi che ti vedono i tuoi familiari? Una riflessione curiosa: i familiari ti accettano molto di più di come ti accetti tu e non certo per compassione, lo capiresti e ti farebbe ancora più male, ma perché vedono in te la stessa identica persona di prima. L’amore, il rispetto e la stima non possono mutare solo perché hai qualche difficoltà a esprimerti o perché hai modificato leggermente l’angolazione della mandibola. I familiari sono un punto di riferimento importante specialmente nei primi tempi. Se è vero che subito dopo l’intervento, quando sei bloccato a letto, hai bisogno di tutti quelli che ti possono aiutare, familiari, medici, infermieri, parenti, è altrettanto vero che, quando incominci ad alzarti e a renderti conto dello stato in cui ti trovi, senti il bisogno di avere vicino solo le persone care, senti la necessità di essere rassicurato dalla loro presenza. Poi passa anche questo periodo di limbo e, piano piano, torni al ménage di tutti i giorni, alla vita di prima, ovviamente con qualche limitazione e qualche disagio. I mesi che sono seguiti all’intervento sono stati difficili sotto ogni profilo; con volontà, determinazione e con progetti a breve e media scadenza penso di averli superati bene. C’è una cosa, invece, che ti mette un po’ a disagio e penso sia comune a tutti quelli che hanno passato esperienze simili alle mie: ogni piccolo disturbo o dolore al quale prima non prestavi molta attenzione ora lo vivi sempre con ansia e inquietudine finché non passa e ti ritranquillizzi. Col passare del tempo, però, ti rendi conto che è proprio questo tipo di operazione che causa certi disturbi, più o meno importanti e impari a conviverci. Tra le tante cose che sono stato costretto, in questo nuovo stato, ci sono i tempi, i modi e i ritmi. Vivi in modo leggermente rallentato rispetto a prima anche se gli altri non se ne accorgono ed è forse procedendo più lentamente e osservando in modo più riflessivo che si riescono ad assaporare le pietanze della vita e a riscoprire alcuni valori fondamentali. A sette anni di distanza dall’intervento posso dire, con estrema onestà, di essere ritornato quello di prima. Adesso non devo più pensare a cosa devo fare per emettere la mia nuova voce. Silvio Questo racconto
è stato raccolto da: ANGOLO - Associazione
Nazionale Guariti O Lungoviventi Oncologici
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