Tina
"Avrei fatto di
tutto pur di non trovarmi così"
Tina,
di anni sessanta, è una di quegli stomizzati che non accettano la
propria stomia.
Ammette
che avrebbe fatto proprio di tutto pur di non trovarsi in queste condizioni
e che avrebbe persino preferito una mastectomia ad una colostomia. Dice
di farsi schifo, di avere paura di non essere accettata dagli altri perché
sporca e, in definitiva, prova vergogna e pietà di sé. Sentimenti
questi, molto pesanti e che non vorrebbe che altri provassero per lei.
Per questo motivo e per non scaricare sugli altri il peso del suo handicap,
non racconta proprio a nessuno, e questa è la prima volta che lo
fa, quello che le è successo.
Il tumore
al retto le fu diagnosticato quindici anni fa, dopo parecchi mesi di disturbi
che, in un primo momento, vennero curati come emorroidi.
Anche
il clisma opaco non rivelò nulla di particolare cosicché
Tina pensò che presto o tardi avrebbe dovuto sottoporsi ad un intervento
per risolvere i suoi problemi.
Le cose
non andarono così perché, in seguito ad un ricovero per degli
accertamenti, la diagnosi fu chiara. Purtroppo non le venne segnalata con
la dovuta sensibilità, ma le venne semplicemente detto: "Signora,
lei ha un tumore maligno al retto, dobbiamo operare al più presto
possibile. Le faremo una deviazione dell’intestino in seguito alla quale
dovrà portare un sacchetto per tutta la vita". Non sapeva neanche
che cosa volessero dire di preciso queste parole, ma fu presa dalla disperazione
e decise di dimettersi il giorno seguente.
Lo shock
fu per lei talmente grande da farle pensare che ci fosse un errore diagnostico,
che non fosse possibile che proprio lei avesse un tumore.
Un
tentativo fallito di ricanalizzazione
Fu il
momento, per lei, di accettare di avere un tumore, ma non ancora di subire
una mutilazione. E così si impegnò molto pur di essere ricanalizzata.
Iniziarono
guai seri dovuti alle fistole, ai febbroni, alle dolorose infiltrazioni
di feci in vagina, al deperimento fisico, al sondino naso-gastrico per
l’alimentazione e ad un apparecchio per la pulizia rettale.
Furono
otto mesi di sofferenze che portarono Tina alla delusione: aveva compreso
di avere perso la sua battaglia. Si sottopose al suo terzo ed ultimo intervento
chirurgico.
Attualmente
non ha alcun problema nella gestione dei sacchetti e dei cambi e non effettua
la consueta irrigazione.
Malgrado
la terribile esperienza, Tina rifarebbe oggi, a distanza di quindici anni,
esattamente le stesse cose.
"Il
tempo aiuta a sopportare, ma la presenza ingombrante di questo oggetto
non si può certo dimenticare".
Tina
ci ha espresso tutta la sua fatica e la sua sofferenza nell’accettare quanto
le è successo.
Ci sembra
di dover sottolineare nella sua storia, un aspetto non trascurabile e presente
anche in altre testimonianze: il difficile rapporto con il personale sanitario.
Riteniamo
che la relazione con il medico sia di fondamentale importanza perché
si ripercuote sul livello di accettazione di una brutta diagnosi ed è
persino in grado di influenzare l’evoluzione e l’andamento della malattia
stessa.
Aspetti simbolici
del sacchetto e dell’operazione
"E’
come essere stata violentata dall’handicap!" dice Tina in un momento di
sconforto e allude, forse, anche al fatto che dalle prime esperienze dolorose
dopo l’intervento, non ha più avuto rapporti sessuali.
L’operazione
le è costata anche l’asportazione dell’utero e delle ovaie ed il
suo corpo (con un’ernia e qualche chilo in più), che peraltro non
le era mai piaciuto, neanche da giovane, è ora svilito nella sua
femminilità, non tanto per gli altri quanto per se stessa. Cerca,
allora, di non guardarsi troppo allo specchio e di non soffermare lo sguardo
almeno sulla stomia.
E’ alla
stomia, per altro, che si rivolge con tenerezza chiedendole di fare giudizio.
Succede,
e non di rado, che interventi demolitivi come quello della colostomia,
nel produrre un cambiamento fisico a livello di funzionamento di uno o
più organi, mettano in discussione anche la propria femminilità.
Tina
che pure prova disagio verso il suo corpo che l’ha tradita, si ritiene
fortunata. Gli sforzi da lei impiegati per evitare un intervento definitivamente
invalidante l’hanno tenuta lontana, se non altro, dalla preoccupazione
per il tumore stesso.
Ritiene
di avere ricevuto molto aiuto morale dal marito e dai figli, e da una paziente
stomizzata che l’ha saputa ascoltare. Tina è piuttosto restia a
parlare con altri, anche se stomizzati, dei suoi problemi perché
ha paura di influenzarli negativamente. "Ma se si tratta - dice - di aiutare
qualcuno che deve subire la mia stessa operazione, allora sarei più
positiva: minimizzerei le difficoltà".
Così,
attraverso un’opera di volontariato, Tina ha riacquistato un po’ di sicurezza,
fiducia in se stessa ed anche un po’ di serenità.
L’importanza
di un sostegno psicologico
In base
alla propria esperienza Tina ritiene che la mancata preparazione del paziente,
anche sul fronte psicologico, oltre che tecnico, contribuisca notevolmente
a complicare le cose.
"Se
fossi stata accompagnata fin dall’inizio della mia malattia da uno psicologo,
sono sicura che si sarebbe fatta un po’ di pulizia anche nella mia mente".
Consapevole
delle difficoltà umane e anche istituzionali, Tina, nel suo piccolo,
certa di essere uno strumento nelle mani del Signore, ha deciso di intraprendere
la via del volontariato per aiutare chi, in ospedale, soffre nella più
completa solitudine.
Questo colloquio
è stato estratto dal volume: ilcorpoestraneo,wesakeditions.Per
gentile concessione dell'Editore. |