LA MIA AFRICA: LA MEDICINA PALLIATIVA


Era una bellissima signora napoletana, molto malata. La stanza era piena di parenti, ha chiesto di far uscire tutti perché voleva parlarmi da sola. con difficoltà e titubanza mi ha detto che voleva uccidersi. Pensava di buttarsi giù, un lungo volo per 40-50 metri. La non resistenza dell’aria e poi finalmente la parola - Fine -.

Non c’è l’ha fatta, mi sono messa a piangere disperatamente. Era stupita dalle mie lacrime, non riusciva a capire che cosa avesse detto di così tanto sconvolgente. Le ho confessato il mio dolore, ero ancora sotto shock, appena 8 giorni prima un’altra mia paziente era morta proprio così. Ho vissuto il suo suicidio come una cosa estremamente violenta. Avevo cercato di darle tutto non solo da un punto di vista farmacologico. Le avevo dato anche il mio affetto, il mio sostegno, la mia comprensione.

Da bambina sognavo l’Africa, l’ospedale da campo, la chirurgia. Non volevo vivere in modo insignificante e così avevo scelto medicina. Il destino ha fatto in modo che l’Africa per me si è chiamata Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei tumori di Milano.

All’inizio, quasi 20 anni fa, è stato molto duro e difficile anche se questo lavoro mi aveva completamente rapita. Molti pazienti hanno lasciato una impronta indelebile nella mia vita. A questa signora napoletana ho confessato quanto quel gesto di morte violenta mi aveva fatto male, quanto una scelta di quel tipo non teneva conto delle persone che rimanevano, del loro sconforto, della loro confusione e disperazione.

Io non so quanti medici hanno provato l’esperienza del suicidio di un loro paziente. E’ veramente terribile. Quello che è successo dopo ha dell’incredibile, mi ha detto :"Dottoressa si avvicini".

Mi ha abbracciata, mi ha tranquillizzata e mi ha sussurrato "Le prometto che non lo farò, però lei deve sospendere la trasfusione che ha ordinato". Sentiva tutti quei farmaci come un accanimento inutile. Ho discusso a lungo con il suo chirurgo per convincerlo a sospendere qualunque trattamento.

Abbiamo festeggiato insieme il suo compleanno, era consapevole che sarebbe stato l’ultimo. E’ morta tranquillamente di morte naturale, circondata dai parenti. Sono molto grata a questa paziente, ha curato una profonda ferita che mi portavo dentro.

E’ difficile abituarsi a questo lavoro, più vado avanti e meno mi pesa il dolore fisico. La medicina mi offre potenti strumenti per controllarlo. Li conosco bene, so come comportarmi. Quello che mi pesa è il dolore psicologico, la vita che cambia, il senso delle cose che si fanno o che non si riescono a fare più.

Questo è il lavoro che voglio fare, lo sento importantissimo. Quando mi sveglio al mattino, ringrazio Dio per quello che è il progetto della mia vita. Spesso arrivo qui e mi arrabbio con la struttura che non funziona, a volte con i colleghi, i capi. Devo vedere il paziente, capire, scegliere decidere in dieci minuti, mentre ci sono gli altri che aspettano, nel frattempo devo rispondere al telefono, compilare impegnative, scrivere al computer. Vorrei essere messa in condizione per farlo meglio questo lavoro. Vorrei poter morire con la consapevolezza che la mia vita non è stata insignificante. Non ho mai provato rabbia per i pazienti. Non credo che sia un valore quando ti dicono "Non devi farti coinvolgere dai pazienti", ma un paziente non può esserti indifferente.

Ultimamente ho imparato ad abbracciare i malati. Mi sono sentita sempre molto imbarazzata ed è una cosa che ho imparato a fare. Molti mi ringraziano e a dir la verità anch’io sento di dover ringraziare perché a volte anch’io ho bisogno di essere curata. Anch’io cerco il senso delle cose e a volte è il loro stesso percorso, è la stessa crescita spirituale. Molte persone pensano che medicina e spiritualità sono due cose che non possono andare insieme. Sono una scienziata che crede in Dio ed ho imparato a testimoniare questo.

Il 90% della gente usa la parola morte una o due volte nella vita, noi la usiamo tutti i giorni. Non ho paura della morte, mi fa paura la malattia, questa società che non è pronta ad accoglierla. La parola morte incute timore però mi chiedo se la stessa cosa non la si possa dire per la parola amore. Se la scienza non si coniuga con l’amore va verso il fallimento. Non penso che sia facile per i medici usare la parola amore nel rapporto professionale, tuttavia sono convinta che la parola amore abbinata a scienza è una bomba. E’ il binomio che può trasformare le cose.

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