L’ordine e l’anarchia: la
mia malattia
La storia della mia malattia
mi è particolarmente faticosa ora perché inizio a risentire
degli effetti della chemioterapia, per cui, pur essendo andato molto bene
il primo ciclo, sono costretta a entrare di forza nei panni (nel senso
di riconoscimento anche esterno) del malato di tumore-cancro.
Di natura un po' ipocondriaca,
mi sono sempre autoprescritta esami annuali di controllo, dalla pelle e
denti al sangue e occhi. Ma sono incappata in dermatologhe incapaci, che
di fronte alla mia insistente attenzione su un neo in viso che mi sembrava
cambiasse hanno sostenuto fino all’ultimo che non era nulla, solo da tenere
sotto controllo. Quando il neo ha iniziato a proliferare mi sono fatta
vedere privatamente a Milano (dove da alcuni anni passavo parte della settimana
avendo incontrato qui il mio attuale compagno e un lavoro part-time) e
mi è stato detto di toglierlo comunque. Per farlo sono tornata al
pubblico a Bologna, dove sono ancora residente, e il chirurgo che poi mi
ha operato a colpo d’occhio mi ha detto che sicuramente era un melanoma.
Io forse pecco di autocensura,
per cui tendo a non prendere emotivamente atto di ciò che mi accade,
non in tempo reale. Questo ha fatto sì che reagissi con una dose
di angoscia iniziale, poi scavalcata da un’accettazione incondizionata
di quello che il medico mi prospettava (immediata asportazione poi, coi
risultati dell’analisi, operazione, infine cura di interferone per tre
anni), senza eccessiva ansia, né quindi domande o paure sul futuro
della malattia. Da alcuni mesi, da quando la situazione è peggiorata,
mi rendo conto che probabilmente per più di tre anni io non ho voluto
prendere completamente coscienza di che cosa fosse un melanoma (non avevo
assolutamente chiaro che ad esempio potesse passare alla testa, come è
accaduto, o alle ossa, anche perché i controlli che facevo erano
sempre localizzati ad altre zone), dei rischi implicati dalla sua natura
“bizzarra” e altro. Insomma sebbene il dottore che poi mi ha seguito fino
a maggio, ossia fino al palesarsi di una situazione oncologica di più
largo spettro, mi avesse a suo modo allertato chiedendomi a più
riprese, prima e dopo l’operazione, se avessi chiaro che si trattava di
tumore, la mia reazione positiva alle cure e ai controlli (sempre tutto
bene fino all’ultima radiografia al torace) ha probabilmente messo a tacere
ulteriori dubbi in lui e di rimando in me.
A marzo di quest’anno, quindi
tre anni e mezzo dopo l’intervento e cinque mesi dopo la fine del trattamento
con interferone, è emerso un nodulo polmonare metastatico, asportato
a maggio senza decidere per una cura data la situazione statica e controllata
del fisico, finché in agosto sono risultati ingrossati alcuni linfonodi
nel polmoni e la P.E.T ha rivelato altri linfonodi reattivi, due dei quali
in realtà già grossi da anni, di cui uno sempre controllato
con ecografie, l’altro trascurato.
Da lì la decisione di
passare alla chemioterapia e di sentire all’Istituto di Milano per eventuali
cure alternative. Dato che a queste si procede comunque dopo un trattamento
chemioterapico, ho deciso di fermarmi a Milano per ragioni che vanno dal
senso di libertà personale nel vivere un qualcosa che diventa anche
“appariscente” nel malessere (la mia famiglia è troppo pervasiva
e protettiva per non rimandare costantemente ansia e preoccupazione), al
fatto che già durante l’anno passato mi ero proposta (con scelte
lavorative ora abbandonate) di legarmi di più a Milano, per non
continuare nello stressante andirivieni tra due città, con relativi
legami. Questo per quanto riguarda il livello cronachistico della malattia.
Su come l’ho vissuta sto ancora
riflettendo, a sprazzi per non incorrere nella mia solita gratuita cerebralità.
Sicuramente la rabbia per essere incappata in un percorso così ostico,
dopo anni di “prevenzione”, a causa dell’incompetenza di certuni, c’è
tuttora, ma come mi accade spesso, forse troppo, molto affievolita e involuta.
Non ci sono stati i termini per una denuncia al tribunale per i diritti
del malato, per cui ho lasciato cadere la questione e con quella anche
il coinvolgimento emotivo.
Paradossalmente la più
forte reazione l’ho avuta all’idea che mi cadessero i capelli, io che dal
punto di vista estetico non avrei nulla da dire a nessuno. Credo che in
questo ci siano alcune componenti legate di nuovo al bisogno di allontanare
la reale percezione della malattia, mentre il mutare anche visibilmente
mi obbliga a comportarmi di conseguenza. Inoltre la caduta dei capelli
ha in sé, mi sembra, il senso di decadimento, di prossimità
alla morte, su cui mai mi soffermo granché.
Non mi capita spesso di aver
paura del futuro che la malattia mi riserva, dato il percorso “anarchico”
che essa segue, da quanto mi è stato detto. Credo però che
il fatto di essere quasi sempre circondata da persone amiche, da presenze
piene di amore e affetto mi supporti psicologicamente ed emotivamente per
cui non incappo in quella solitudine che invece fa emergere i timori più
reconditi: da questo punto di vista mi rendo conto di essere estremamente
fortunata e ricca.
Mi è stato consigliato,
e ho seguito volentieri il consiglio, di farmi supportare da una terapia,
cioè da una persona esterna in grado di ascoltare e indagare il
mio stato psicologico durante quello che sarà comunque un lungo
percorso. All’Istituto sono incappata per caso nel progetto Ulisse, che
è risultato un viaggio di gruppo altrettanto salutare, sia per le
parole e la conoscenza emerse sia per le emozioni condivise. Non so se
riuscirò a essere così calma anche nei prossimi mesi, non
so nemmeno se questa calma sia reale, perché il dubbio di nascondere
a me stessa i miei veri sentimenti c’è sempre, un po' per come mi
conosco, un po' per la revisione che sto compiendo del modo con cui ho
affrontato negli anni passati la malattia.
So che temo il dolore, perché
mi impedisce quella quotidianità che aiuta a non sentire troppo
la (relativa) eccezionalità della propria situazione. In ogni modo
credo che la malattia, oltre che un problema sia anche una prova, un’esperienza
della vita, come ne capitano tante, e obbliga forse di più a rapportarsi
a se stessi, a rivedere le priorità e la bellezza di ciò
che si ha attorno, e pure a sentire la precarietà dell’esistenza,
con quanto vi può essere di intenso e pauroso. Dopotutto spesso
semplicemente non si pensa al fatto che la morte è con noi sempre,
e anzi l’affrontarla, il guardarla, può diventare uno strumento
per riconoscere di più anche la vitalità, la gioia e la luce.
Io ho avuto sin da bambina
il terrore che qualcuna delle persone a me vicine si ammalasse o morisse
all’improvviso, senza mai soffermarmi granché sull’eventualità
che ciò potesse capitare a me. Suppongo ci sia una forte dose di
egoismo in questo, perché la sofferenza di chi assiste e di chi
vive un’esperienza di pericolo è diversa, ma proprio ricordando
l’angoscia con cui tuttora temo la perdita dei miei punti di riferimento
mi spinge a reagire, come facessimo parte di uno stesso flusso, in cui
se io sto a galla gli altri mi vedono e viceversa, sulla cresta dell’onda
vitale, senza farsi travolgere o soffocare, per sé e per gli altri,
dato che i legami credo ci rendano non più indipendenti, ma anzi
ci rafforzino e arricchiscano. E quindi quando penso che devo uscirne,
che non può essere che così perché voglio che sia
così, penso anche che ora posso chiedere agli altri di più,
e forse anche dare qualcosa di diverso, perché da questa rete (a
volte gabbia a volte velo) si esce insieme, insieme a tutto quello che
si è incontrato o abbandonato nel viaggio.
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