| La riscoperta dell'anima
Ho deciso di cominciare una sorta di dialogo epistolare con il cancro, perché sono assolutamente consapevole del fatto che le sentenze di morte che mi hanno accompagnata nella vita, non sono state solo fonte di angosce psichiche e dolore fisico, ma anche portatrici di un profondo e difficile messaggio evolutivo. E’ per questo che parlo della "riscoperta dell’anima" (titolo di un libro di Franco Fornari, uno dei "maestri" che hanno contribuito alla mia formazione come psicoanalista). Ho sempre avvertito fin da piccola, le forti pulsioni della mia anima verso l’amore e la compassione nei confronti dei più deboli, che rappresentano, senza dubbio, anche una proiezione in senso psicoanalitico di parti piccole e fragili, ma non solo. Per dare spazio alla conoscenza interna che porta all’Amore sono sempre dovuta passare attraverso sofferenze e paure annientanti, come oggi, che mi aggrappo alla forza del mio cuore dicendomi "Coraggio Aurora, cerchiamo di farcela!". La sentenza di morte mi è piombata sulla testa al 6° mese di vita intrauterina quando ero nella pancia della mia mamma, la quale, vittima di una fortissima emorragia, è stata sottoposta d’urgenza a un cesareo. A mio padre è stato chiesto "possiamo salvarne una sola?" e, visto che a casa c’erano altri 4 bambini, la scelta era scontata. Ma quel "polletto" di poco più di 1 kg "ce l’ha voluta fare" a qualsiasi prezzo a superare il baratro che si spalancava davanti; baratro affettivo, visto l’isolamento in incubatrice, che non è proprio un contenitore amorevole, e baratro fisico: fin tanto che non raggiungevo i 2,5 kg di peso non potevano considerarmi fuori pericolo. La forza che mi ha spinta allora era la voglia di vivere a tutti i costi, alimentata incessantemente dalla presenza del mio papà che quotidianamente veniva a combattere insieme a me, incoraggiandomi ad andare avanti. Seppur separata da una barriera di vetro, e dunque in assenza di un contatto tattile, olfattivo, acustico, tra di noi è cresciuta, giorno dopo giorno, una straordinaria relazione non-verbale, fatta di sguardi, di messaggi dell’anima. Ancora oggi non abbiamo bisogno di parole per conoscere i pensiero o le emozioni dell’altro. Fluiscono spontaneamente tra noi, dando vita ad episodi spesso divertenti, come un Natale che ci siamo regalati un libro con la stessa identica dedica! Altre volte le coincidenze sono state tragiche, come quest’anno: mio padre è stato operato di cancro per la terza volta nella sua vita il giorno del mio compleanno, nella clinica in cui sono nata, all’ora esatta della mia nascita. A distanza di pochissimi giorni, il Prof...., al quale va la mia eterna gratitudine, mi asportava tre tumori, diversi tra loro, una rarità!!! Da questo inizio di vita così impegnativo non ho dunque ricavato solo sofferenza, ma soprattutto l’esperienza dell’onnipotenza, della magia dell’Amore che riempie i silenzi, tacita le angosce e ti accompagna con la sua energia inesauribile donando dolcezza e coraggio. La seconda sentenza di morte è giunta all’età di quasi 20 anni, ed è stata molto più difficile da gestire. Ogni prova evolutiva nella mia vita è sempre stata più faticosa di quella precedente. Il ragazzo col quale ero andata a convivere, trasferendomi in un altro continente e sfidando addirittura la disapprovazione dell’amatissimo "Gattopardo", mio padre, un bel giorno mi dice "Non possiamo più andare avanti, non me la sento più!". In quel preciso istante si è fermato tutto, sono rimasta inebetita, incapace di formulare qualsiasi pensiero, impotente di fronte all’esplosione di un dolore tale da trasformarsi da psichico in sintomi fisici. Stavo rivivendo tutte le angosce di morte legate alla separazione prematura della mia mamma. Allora, alla nascita, il mio apparato psichico non era in grado di contenerle e le ha rimosse. Ma il rimosso ritorna e l’abbandono di Spyros mi proiettava alla velocità della luce proprio in quell’abisso dal quale volevo fuggire. Non era il dolore per la perdita dell’oggetto amato (allora non ero in grado di amare) bensì la lacerazione per la rottura della simbiosi. Ed era proprio la simbiosi responsabile della rottura del rapporto. I miei bisogni funzionali mai elaborati avevano soffocato la relazione, mandando al patibolo i sentimenti. Ed io ero totalmente incapace di affrontare tutta quella sofferenza. Giorno dopo giorno andavo a lavorare inserendo il pilota automatico. Funzionavo a metà, trascinandomi come un automa, priva di forze. Alla sera cominciava l’inferno: sentivo pugnali infuocati che mi trapassavano i bronchi, impedendomi quasi di respirare. Il rumore irregolare del battito del mio cuore impazzito scandiva inesorabilmente il passare delle ore insonni. Non c’era tregua, non c’era anestesia!!! Guardavo i grattacieli di fronte (ero a New York) sognando di avere il coraggio di buttarmi giù. Poi ho trovato le forze per rientrare in Italia e ho capito che dovevo lavorare su me stessa. E’ così che ho deciso di diventare psicoanalista e non più anestesista, come ho sempre pensato. Il lavoro affettivo è stato lungo e faticoso, ma mi ha permesso di riappropriarmi delle mie parti piccole e sofferenti di farle crescere imparando ad amarle e contenerle, per poi fare altrettanto con i miei pazienti. Avevo appreso tanto, ma sempre passando dall’esperienza del dolore. Il processo di apprendimento non si ferma mai e mi aspettava la terza sentenza di morte, durissima. All’età di 29 anni vengo operata d’urgenza per una gravidanza extrauterina: al risveglio il professore che mi ha peraltro appena salvato la vita, mi annuncia che, vista la situazione, non potrò avere figli! Avere un figlio era sempre stato un desiderio viscerale, per me, il DESIDERIO! Mi sentivo finita come donna, perché per me la maternità ha sempre rappresentato la parte predominante della mia identità femminile. La mia voglia di vivere vacillava ancora una volta; non trovavo il significato del mio essere al mondo. Nonostante i successi universitari e professionali che avrebbero potuto sostenermi, mi sentivo vuota ed inutile, morta. Poi ho sentito crescere la ribellione nei confronti di quella sentenza di morte ed è riaffiorata la speranza. Dovevo credere - Dovevo desiderare, e ad un certo punto ho sentito con certezza che sarebbe arrivato un bambino il mio Serafino! Dopo 3 anni è nato Paolo (l’ho chiamato come mio padre ed assomiglia al nonno come una goccia d’acqua sia come carattere che come aspetto). All’età di 3 anni mio figlio mi ha detto: "Sai mammina, quando ero in cielo guardavo e guardavo perché ti cercavo. Poi quando ti ho vista, ero così contento che sono venuto subito da te!". Questo è il miracolo dell’Amore!!! Ed oggi, caro cancro, mi costringi con prepotenza a riaffrontare il significato della mia vita: cos’è che devo capire ancora? Pensavo di avere trovato il significato della mia vita nell’alleviare le sofferenza di coloro che si rivolgono a me nella mia pratica come psicoanalista, nel condividere con i pazienti il processo di conoscenza. Qualcosa tuttavia deve essere sfuggito alla mia consapevolezza. Se no non saresti arrivato, inesorabile messaggero di morte che sottolinei con la tua presenza la relatività del tempo e la precarietà di tutte le certezze. Avanzi con la stessa vorace ferocia delle legioni romane alla conquista di nuovi territori. I tuoi soldati metastatici non risparmiano nessuno: i loro dardi infuocati - sono stata curata per mesi per il fuoco di S. Antonio ed erano metastasi ossee - colpiscono donne e bambini (seno, bacino e ovaie) lasciando al loro passaggio terra bruciata (la radioterapia) e distruzione. Deve esserci un motivo per questa ondata distruttiva, un motivo che va ben oltre le motivazioni organiche sistema immunitario, endocrino ecc. Aurora deve imparare qualcosa di nuovo! Mi hai costretta a fermarmi repentinamente proprio nel momento in cui ero certa di aver strutturato la mi vita nel modo più adeguato: tanto lavoro e un figlio da crescere. Me lo stavo raccomandando ancora una volta! In realtà ho sempre sentito la pesantezza di tutte le responsabilità che mi ero imposta con le mie scelte di vita. Ma Aurora no, non poteva cedere mai! Crescere un figlio da sola, lavorare per 2 per provvedere a tutti i carichi economici, rinunciare volontariamente ad una vita amorosa, perché non posso permettermi di "perdere la testa", perché ho troppa paura di soffrire ancora, perché non so se riesco a non amare troppo. Avevo messo me stessa sotto una pressione fisica e psichica insostenibile, esattamente come stai facendo tu ora, caro cancro. Mi hai urlato sulla faccia con tutte la tua ferocia "Arrenditi o sei morta!". Prima di imbattermi in te, forse ho peccato di onnipotenza, forse di narcisismo. O forse hanno prevalso semplicemente le mie paure. Ora che non posso più contare sulla indistruttibilità della mia resistenza fisica, anzi, ho più tempo per pensare e soprattutto per sentire l’inutilità della vita che conducevo e che quindi facevo pagare in qualche misura anche a Paolo, il mio adorato bambino. Che senso aveva lavorare così tanto da non aver più nulla da dare alla persone che ho intorno e che dico di amare? Che stupido egoismo! Mi sono persa momenti di vita irrecuperabili col mio cucciolo, tempi e spazi insieme che non tornano più. E perché? Per dimostrare che ce la potevo fare? Ora sono sfinita, stanca morta, ma mi sento molto più ricca (anche se il mio conto in banca è stato polverizzato da mesi di inattività). Oggi vivo la magnificenza di tutto quello che ho intorno a me, la preziosità di ogni singolo istante di vita, l’inesauribile forza dell’Amore che mi circonda e che provo per gli altri, perché l’Amore è il filo rosso che congiunge tutte le mie esperienze e che alimenta incessantemente la mia crescita. Dov’ero prima? Non c’ero. Oggi Aurora c’è. C’è l’Aurora dei referti clinici disastrosi, ma c’è anche la nuova Aurora della riscoperta dell’anima. Ho raggiunto un altro livello di consapevolezza, un ulteriore gradino nella lunga scala verso la luce. Per cui mi sembra, caro cancro, di aver capito il tuo messaggio, di aver accolto con umiltà il tuo insegnamento. E spero che questo mi permetto di rimanere in vita ancora tanti giorni per poter sentire ancora il mio bambino che al risveglio mi dice "Mammina come stai?". Questo racconto è stato raccolto da: Attivecomeprima |