| L'uomo
degli arcobaleni
Non sempre è
facile riconoscere l'arcobaleno dopo il temporale ma, solo cambiando
di poco la prospettiva si può iniziare a distinguerlo e vederlo,
sempre più nitidamente, occupare tutto quanto il cielo. Anna è
da parecchio che collabori con l’Associazione, forse è tempo che
ci racconti un po' di te.
Ho 38
anni, lavoro in Bocconi dove mi occupo di formazione e ricerca e di economia
di Enti no-profit come il vostro. Ho conosciuto il lavoro dell’Associazione
due anni fa a un convegno alle Stelline e sono stata colpita dalla personalità
di Ada.
Ero
stata da poco operata di tumore al seno e la mia vita in quel momento non
era proprio al massimo.
A
causa dell’intervento?
No,
non solo. Stavo uscendo da una situazione affettiva molto complessa e dolorosa
che mi aveva dato molta insicurezza. Ero psicologicamente a terra, tormentata
dai sensi di colpa e impegnata totalmente a distruggermi.
Ho una
mia convinzione: che quel nodulo tenuto sotto controllo e tranquillo per
tanto tempo, si sia scatenato allora.
Si è
aggiunta distruzione a distruzione e ciò mi ha portato a credere
che da quel momento non sarei più stata, e non avrei più
avuto, niente di bello.
Dai
la sensazione che il mondo ti sia crollato addosso, che tu sia stata toccata
in qualcosa di veramente profondo.
Sì,
certamente e ti spiego perché: mi sono ritrovata da un giorno all’altro
in questo scenario: un tumore, una mastectomia, una ricostruzione venuta
non bene, in menopausa e in più tutti i problemi affettivi e la
mia solitudine. Ero convinta che ormai mi fossero state tolte, in un attimo,
tutte le cose a cui tenevo.
Ho vissuto
questa esperienza come un’aggressione al mio femminile. La mancanza di
un amore, la mancanza di un figlio, la mancanza di un seno che rappresentava
in pieno questo aspetto come simbolo di fertilità e maternità.
Era
la fine di tutto il mio Io, come se fosse passata una bomba atomica su
un giardino coltivato per anni sperando che potesse fiorire.
Mi sono
sentita come una terra devastata, senza più motivi per vivere.
Come
hai potuto uscire da un buio così totale?
È
stato poco a poco; ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa per recuperare
ciò che era, nonostante tutto, rimasto nel fondo di me. Che nessuna
terapia fisica, da sola, avrebbe potuto arrivare là così
in fondo, nel buco che aveva scavato il mio dolore.
Ho cercato
altre soluzioni, ho tentato altre terapie, ma ciò che ho iniziato
a fare con impegno è stato lavorare sull’anima.
A un
certo punto ho deciso di sospendere tutte le terapie fisiche perché
non mi interessava se vivevo o morivo, ma di sicuro sapevo che vivere come
avevo vissuto e stavo vivendo non era possibile.
Cosa
hai fatto in pratica?
Ho
iniziato a lavorare sui miei sogni, aiutata da una persona speciale. Su
due in particolare, che mi hanno aiutato a comprendere molte cose.
Il primo
è stato un sogno fatto prima di ammalarmi in cui la morte mi afferrava
per un braccio, con una forza incredibile. Io non volevo andare con lei,
ma sentivo che se mi fossi opposta con la stessa forza, lei avrebbe vinto.
Allora ho iniziato a parlarle, per convincerla che non volevo morire, che
non volevo andare con lei neanche un minuto. Mi sono svegliata con la sensazione
che a un certo punto fosse stata lei a lasciarmi. È stato molto
bello.
Che
significato dai a questo sogno?
Che
avevo voglia di vivere e che la morte non mi avrebbe portato via. Mi ha
fatto capire che ho una fiducia totale di poter sempre, in ogni modo, farcela.
Questo sogno me l’ha confermato, è stato preziosissimo per iniziare
la mia ricostruzione interiore.
E
l’altro?
L’altro
l’ho chiamato: "l’uomo degli arcobaleni".
Aveva
appena finito di piovere e io vedevo un piccolissimo arcobaleno, molto
pallido. Cercavo di farlo vedere a tutti ma nessuno ci riusciva perché
era troppo piccolo. È arrivato allora un ragazzo che riusciva a
vederlo, lo faceva diventare sempre più grande e lo moltiplicava.
Il cielo si riempiva così di arcobaleni e tutti potevano vederlo.
Voleva
dire che, tutto sommato, dovevo cercare chi mi aiutasse a valorizzare ciò
che avevo in me e non a distruggerlo, e ritrovare il positivo anche negli
altri, andando avanti anche se il sentiero non era chiaro.
E
ora cosa senti dentro di te? C’è ancora così tanto deserto?
A volte
sì, quando sono stanca, quando mi manca quell’affetto speciale che
cerco ancora tanto, quando penso a quello che non potrò più
avere.
A volte
meno, quando riesco a riempirmi di impegni, di amici, delle cose belle
della natura.
Non
ho più tanta voglia di soffrire, però.
Non
è stata la violazione fisica, che peraltro ho attenuato facendo
la ricostruzione subito, durante l’intervento, ma la violazione dei miei
sentimenti più profondi.
Come
hai deciso per la ricostruzione, cosa significava per te.
Credo
che lo stato di prostrazione fisica e psichica fosse troppo forte e avere
un’illusione di normalità mi poteva aiutare.
Non
avevo un contorno affettivo ricco, ero sola, e questa scelta è stata
un’ancora a cui mi sono attaccata.
Ha significato
qualcosa che simbolicamente stavo facendo per me stessa, un atto di tenerezza
, qualcosa per sentirmi meno a disagio.
Una
protesi non è un seno, si sa, è l’illusione di un seno, ma
a volte le illusioni fanno sopportare meglio le realtà negative.
È
un po’ come la nutella che ti fa sentire meno triste in certi momenti.
Come
ti pensi ora?
Sicuramente
molto più matura. Ho un corpo forse meno carino, ma un’anima più
forte, una carica di vita senz’altro maggiore.
Non
voglio più perdere tempo, non voglio più avere relazioni
finte. Voglio riuscire a sfrondare tutto ciò che sento togliermi
energia.
Ora
l’arcobaleno lo vedo molto bene.
Questa intervista è stata
raccolta da: Attivecomeprima |