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Ad un certo punto si era scompensato, si era lasciato andare, aveva deciso che non valeva più la pena di vivere e aveva iniziato ad avere una serie impressionante di complicanze. Tutti lo davano per morto fino al punto che erano già stati informati anche i parenti. Mi sono letteralmente seduto vicino a lui, gli ho parlato, gli ho dato tutto quello che mi era possibile dare, la mia concentrazione, la mia disponibilità, il mio sapere, il mio amore. Ho profondamente desiderato la sua guarigione. non è morto e pur avendo ancora il suo problema è diventato un mio caro amico con il quale mi incontro, parlo, mi commuovo, è come un fratello. Mi impressiona sempre accorgermi che il sacrificio personale e la disponibilità che dai al malato viene letto da lui come un dovere; dovere di autocurarsi, di autoguarirsi, di tirarsi fuori da quella situazione. Mi accorgo che quanto più investo su un malato tanto più si sente stimolato. Il malato ti risponde anche se non se ne rende conto inconsciamente ti risponde. Tempo fa seguivo una paziente che si aggravava sempre di più. Avevo deciso di fare un digiuno di circa 10 giorni bevendo solo acqua. Sono tutt'altro che anoressico e anzi mi definirei un goloso. Ho chiesto intensamente che l’energia non solo mentale ma anche fisica che ponevo in questo sforzo venisse messa a disposizione per la guarigione di questa persona. Lei non sapeva niente, sapeva che stavo facendo un digiuno ma penso che non immaginava neanche lontanamente che dedicavo il mio sforzo e la mia sofferenza a lei. Non so che cosa questo mio esempio abbia scatenato in lei, fatto sta che è nettamente migliorata. I suoi markers sono completamente cambiati. Tutto ciò è inspiegabile da un punto di vista scientifico, da un punto di vista logico, ma è accaduto. Sono figlio d’arte, l’arte di Ascelepio, quella dei maestri dell’isola di Kos. Sono nato frutto dell’amore tra una pediatra e un chirurgo. Faccio il chirurgo ed ho sposato una pediatra. Che ci sia qualche cosa di edipico non risolto? Da ragazzo entravo spesso in sala operatoria a scattare delle fotografie. Servivano a mio padre che operava. Sono cresciuto potrei dire quasi a pane e casi clinici. Per me la medicina è stata quasi un istinto naturale, volevo capire i malati. Sono stato in diversi ospedali italiani, europei e americani. Ho visto ed imparato molte cose. La pratica della medicina ha a che fare con l’amore. Il medico non è solo quello che ti opera, è anche quello che ti segue nel post-operatorio, ti segue anche se fai una cosa completamente diversa, ti da un consiglio, ti da una mano, ti guida, in alcuni casi ti aiuta a scegliere, a decidere. Tutto questo è amore. Questa è però una medicina che ti impegna in maniera impressionante. Le visite non possono essere quelle di un quarto d’ora che si fanno normalmente, ma occupano almeno un’ora, un’ora e mezzo, con attese spasmodiche per gli ammalati e credo per tutti quelli che lavorano così. Finché riuscirò a farlo continuerò in questo modo e poi, caso mai, aprirò, un ristorante e mi occuperò d’altro. Praticare la medicina può essere difficile. A volte dobbiamo fare delle scelte per il paziente, possiamo essere molto combattuti, a volte indecisi. Essendo un chirurgo ero più portato a tagliare, a risolvere i problemi chirurgicamente e so che in questo modo posso portare lesioni permanenti. Con l’esperienza che ho oggi posso curare delle situazioni che precedentemente, per mia ignoranza, si solamente per mia ignoranza, non ero in grado di curare. Mi trovo oggi a consigliare anziché un intervento chirurgico una terapia vera e propria. Mi sono reso conto che non esiste solo la nostra medici, ne esistono altre che hanno ottenuto una certa dose di successi. |