IL GIOVANE UOMO IN CAMICE BIANCO


Per fare in fretta le infermiere ti fanno spogliare ancora prima che arrivi il medico. Per cui sei lì, in piedi, mezza nuda, con il cuore in tumulto, che non respiri, che non sai dove mettere le mani che non sai neanche da che parte guardare. Tutto questo ti mette in una condizione di inferiorità, sembra di essere in un lager dove tra un po' incontrerai il tuo aguzzino. Per un uomo stare a torso nudo è una cosa, per una donna è un’altra ed anche per una come me che ha frequentato i campeggi nudisti tutte le volte non posso fare a meno di sentirmi profondamente umiliata. Mentre aspetto l’arrivo del medico gli eventi recenti della mia vita scorrono nella memoria come un film.

Non molto tempo fa sono stata operata di un tumore al seno, ho fatto le solite terapie ma a distanza di tempo ho avuto una recidiva. L’esperienza in Istituto era stata traumatica per cui per questo secondo intervento decido di recarmi in un’altra struttura convenzionata. Sono sempre un po' in tensione quando entro in questo ospedale. E’ un luogo che incute timore e sicurezza nello stesso tempo. Quest’ultimo intervento non è stato fatto qui. Mi è stato consigliato in un altro ospedale e da un altro oncologo. Ho creduto subito in questo suggerimento perché mi è stato dato da persone che stimo e che conoscono a fondo l’oncologia, compreso questo Istituto.

Oggi sono qui per una visita di controllo. "Ma che tipo di operazione ha fatto, questa non è assolutamente sufficiente!". Il giovane uomo con il camice bianco non solleva neanche lo sguardo dalla mia cartella clinica, Continua a parlare a voce alta, manifestando la sua disapprovazione. Sono in piedi nuda davanti a lui, non mi invita neanche a sedermi, non mi visita e io mi sento sempre più in tensione. Entra un altro medico più anziano e rincara la dose "Cara signora, deve farsi ricoverare ancora, bisogna allargare, togliere, togliere ancora un pezzo oppure tutto". Mentre quello giovane scriveva la richiesta di ricovero quest’ultimo senza neanche degnarmi di un’occhiata se ne va.

Come si fa a far capire ad un’altra persona che cosa ti succede quando ti scoppia la testa e il cuore? "Ma, me lo dite prima se mi togliete il seno?", cerco di farfugliare qualche cosa. Ho sempre pensato che quando vai da un medico c’è qualcuno pronto a curarti, non avrei mai immaginato che ci possano essere gelosie o conflitti tra una scuola e l’altra. Lo immaginavo ma non l’avevo mai visto rappresentato nella realtà. "No, no non possiamo dirglielo prima, dobbiamo come prima cosa vedere il vetrino e poi decidiamo". Mentre sono sconvolta e atterrita se ne va. Non mi visita neanche. Non so da quale parte profonda di me ho recuperato un po' di rabbia. Torna indietro seccato, mi palpa un po' qui, un po' là mentre parla con un suo collega.

Sono uscita dall’ambulatorio che non mi reggevano le gambe, ero disperata e sola. Di solito quando vado dal medico ci vado sempre da sola. Non ho mai pensato che ci sia un nemico da cui difendermi. E’ stato tremendo rimettermi in coda all’ufficio ricoveri, si ripeteva la stessa situazione del primo intervento. Sarei voluta scomparire dalla faccia della terra, stavo facendo una cosa che mi ero detta non avrei voluto fare mai più nella mia vita.

L’infermiera mi ha detto "si metta in nota, poi deciderà con calma se fare l’intervento oppure no". E’ stata l’unica che ha capito che cosa stavo vivendo, aveva gli occhi commiserevoli e credo che abbia avuto pietà di me. E’ stato veramente straziante. A tutto questo è seguito un periodo terribile che mi ha tolto energie, voglia di fare e di vivere. Mi sono presa del tempo ed ho deciso. Ho passato due mesi di profonda depressione e in quel momento ho deciso come morire. Fortunatamente all’esterno dell’istituto avevo altri medici che mi seguivano, che conoscono i protocolli terapeutici, che avrebbero capito le mie ragioni e che mi avrebbero ascoltata.

Ho deciso come morire e come vivere. E’ stata una decisione difficilissima perché ho solo 47 anni e non mi viene facile pensare di morire. Quello che mi prospettavano i medici dell’istituto non era la salvezza era solo, secondo me, morire male, tagliata, fatta a fette: "Noi tagliamo, cuciamo, ricostruiamo".

Ma cosa ne sanno loro di che cosa costa a me perdere un seno. Un seno può non essere nulla ed essere tutto. Queste perdite è necessario condividerle, non può essere un altro che mentre sei lì in piedi, mezza nuda davanti a lui, senza neanche guardarti in faccia ti dice "Rinuncia a questa tua parte così ti salverai!!". Sono già stata operata due volte. Dopo la prima volta pensavo di stare bene, poi ritorna ancora, poi ti propongono altre terapie e ritorna ancora, e poi magari ancora chirurgia e poi e poi e poi..........

Una delle donne che mi hanno aiutato di più prima che fossi operata è stata fatta a fette e poi è morta male. Prima il nodulo, poi il quadrante, poi tutta la mammella, poi la chemio e poi è morta. Nel mio immaginario essere operata ripetutamente significa solo morire male per cui non possono lasciarmi sola in una situazione così..

Dopo che ho ricevuto questo cattivo trattamento da parte dell’istituto è esploso in me il conflitto con la morte, con le cure. In perfetta solitudine ho preso la decisione di non farmi operare. Non so come andrà a finire, sto facendo altre terapie che sento meno distruttive, ho deciso come vivere e come morire. Sto facendo un percorso di autoanalisi e di conoscenza di me anche con altre persone che vivono la mia stessa situazione , non sono sola.

In molte strutture come l’istituto c’è troppo potere, spesso ti senti sottovalutata, una stupida, una cretina come tante anche se hai una laurea e fuori ti senti stimata e rispettata. Ma questi luoghi nascono per dare potere e gloria ai medici o per curare i malati?

Mi sono sentita poco ascoltata. Nella comunicazione tra medico e paziente vale il codice del medico. E’ un codice di clan, che lo conferma, che gli dice "domani tu farai la stessa cosa", è un codice che protegge e che separa da quello di colui o colei con cui dovrebbe mettersi in relazione. A volte penso che i medici siano profondamente spaventati da ciò che conoscono. Se li guardi bene non sono poi così forti ma quando te li trovi davanti possono fare di te ciò che vogliono, sei oggettivamente alla loro mercé.

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