| La mia esperienza
Il Prima e il Dopo, ma tra il prima e il dopo c’è anche e soprattutto il Durante: la fase più tormentata, incerta e angosciante, tra il forse si o forse no e se no fra quanto tempo e come finirà? Pensieri confusi, altalenanti. Prima "lui" non c’era e la vita scorreva come sempre, dopo si affronta il male, ci si cura, ci si affida, il dopo è lontano, verrà forse un modo diverso di vivere, più avanti, ma è durante l’attesa della diagnosi, le visite, l’anticamera dello studio dei medici, aspettare, tempi che sembrano interminabili, gli esami, l’esito delle analisi, il responso: questo è stato il momento più difficile, critico, ossessivo. Si spera e ci si dispera alternativamente, si cancella o si rimuove il problema, ma il problema c’è, ci avvolge dalla mattina alla sera e non è solo nostro, è di tutti quelli che ci circondano, parenti e amici, magari in silenzio. Si aspetta. Questa fase della malattia l’ho vissuta con ansia, come credo tutte, ma non in modo drammatico, grazie alla presenza tacita e fiduciosa dei miei familiari e al sorriso rassicurante del mio affettuoso e gentile medico cui mi sono affidata istintivamente in modo assoluto. Mi ero presentata, come sempre, ad un controllo annuale, la mammografia risultava negativa come le precedenti, ma il dottore rilevò qualcosa di anomalo ed è iniziata la ricerca: ecografia, ago aspirato, visite ripetute; ogni esame mi rimandava ad un altro finché arrivò al ricovero. Il medico diceva che dopo una cena leggera in clinica, avrei subito il giorno seguente un intervento di poco conto, breve, un piccolo taglio, una biopsia: ero tranquilla. Serenamente mi stava conducendo verso un intervento che risultò poi ben più importante. Quando mi svegliai in sala operatoria o lì vicino non so, il dottore mi stava guardando ma sul suo viso non riuscivo o non volevo leggere niente. Chiesi poi all’infermiere che mi riportava in camera com’era andata, ma giustamente non poteva rispondermi. La mattina dopo, scoprii un tubicino che dal seno arrivava ad una boccetta a terra, toccai e la fasciatura era estesa, lunga fin sotto l’ascella: altro che taglietto! Credo che il medico avesse capito subito tutto fin dall’inizio, dalla prima visita, ma non manifestò mai le sue certezze o i suoi eventuali dubbi, e anche per questo gli sono molto riconoscente, né io feci domande specifiche finché arrivò anche a me volutamente "struzzo" la diagnosi definitiva. Mentre realizzavo la gravità del male, mi fu detto che era guarita così il grande trauma non ci fu: ormai ero guarita! Pensavo che fosse finita così ma ero troppo ottimista, pian piano mi fu prospettata una cura, alla fine, per gradi; i medici dissero che dovevo sottopormi alla chemio e alla radioterapia, per precauzione, ma ormai il peggio era dietro di me. Le terapie sono state pesanti ma non insopportabili, ora dopo più di un anno sono tornata a vivere come prima; è stata una parentesi che ho dovuto aprire ma che ho voluto chiudere in fretta senza però dimenticare, non sarebbe possibile. Mi ritengo fortunata perché sono passata attraverso un’esperienza così importante senza uscirne con grosse ferite sia eterne che interiori, grazie al mio medico apparentemente fiducioso e sempre sorridente, forse da lui ho imparato a sorridere con tutti, per me è come una terapia ed è diventato un modo diretto e simpatico per comunicare con gli altri. Prima la parola "cancro" mi faceva terrore, ora vado raccontando a tutti quelli che incontro, appena ne ho l’opportunità, ma spesso le cerco; la mia storia così, nei negozi, al mercato, in gita, ovunque mando messaggi, voglio testimoniare che forse si può guarire, però ci si deve controllare sempre, senza spaventarsi. Il mio Dopo, in casa è diverso, ma lo sarebbe stato comunque perché, dopo due gravi lutti in pochi mesi, sono rimasta sola ed indipendentemente dalla malattia ho dovuto rivedere molte cose e riorganizzare la mia vita. In una cosa sono sicuramente cambiata: sono diventata una gran lazzarona, mi sono impigrita e con la scusa del braccio che si gonfia, non mi dispiace far fare piuttosto che fare, almeno per ora. Gabriella
Questo racconto
è stato raccolto da: Lega
Italiana per la Lotta Contro i Tumori, seziona milanese. |