Una mattina presi la parrucca che avevo portato durante la cura e la bruciai

Nel corso della nostra vita ci sono momenti in cui siamo chiamati, malgrado noi, a rispondere di noi stessi. Ci sembra allora di vivere un sogno, ma la verità è che ora ci stiamo risvegliando. Convinti di aver vissuto, in effetti abbiamo camminato in superficie, sul pelo dell’acqua . Ed ora è arrivato il momento di esplorare i fondali, a rischio di incontrare qualche animale inferocito, ma con la possibilità di trovare un tesoro abbandonato chissà quando e chissà perché. 

Quel giorno scesi le scale che portavano al seminterrato dell’ospedale tranquilla; girai per un po’, aprendo una porta dopo l’altra. Vagavo nei sotterranei deserti alla ricerca del medico che telefonicamente mi aveva dato un appuntamento, dopo la chiusura degli uffici, per i soliti esami di controllo. 

Ad un tratto si aprì una porta, uno strano personaggio, piccolo e magro e dall’aria gentile si affacciò invitandomi ad entrare. Il destino per comunicarmi il suo scherzo aveva scelto uno strano intermediario: ricordava più uno gnomo delle fiabe che un medico, quei personaggi un po’ buffi e un po’ macabri che incontrano i bambini delle favole quando vagano nelle foreste o nei boschi. 

"Prego, signora, si accomodi" mi disse con aria gentile Avrei voluto scappare più che entrare, ma ormai all’appuntamento con il destino non potevo più sfuggire. I soliti esami si stavano prolungando un po’ troppo, incominciavo ad insospettirmi e la mia sicurezza vacillava. 

"C’è un tumore, signora" disse. 
"Maligno?" chiesi. 
"Si" rispose. 

Maligno, che terribile parola! Ti fa sentire come posseduta da qualcosa che non puoi controllare e che ha preso il sopravvento su di te, qualcosa da cui devi essere liberata e per cui serve un esorcista. Rimasi come impietrita, incredula e nel contempo distaccata come se la cosa non mi riguardasse. 

Il medico parlava ed io lo ascoltavo senza che la minima emozione trapelasse dalle mie parole. Il mio sentire non esisteva più, bloccato in qualche lontana prigione.

Come può un uomo qualunque emettere una sentenza così impunemente, senza sapere chi è colei che ha di fronte? La chiarezza va valutata, non praticata a tutti i costi. 

Salii le scale ed uscii. Guidavo verso casa, la mia mente era vuota…

Non dissi nulla. Una cena come tante altre. Poi la rivelazione al mio compagno, le telefonate alle amiche, anche qui senza emozioni, come per una notizia ascoltata al telegiornale. Mi chiedo dov’ero io in quei momenti, o meglio dov’era quella parte di me che "sente".

Viaggiavo ancora sulla superficie dell’acqua, vedevo solo qualche leggera increspatura, non il maremoto che si stava scatenando in profondità… Nel frattempo la mia vita continuava come sempre; vivevo due vite parallele: quella di tutti i giorni, dove ancora riuscivo a preoccuparmi delle piccole cose quotidiane, ad entrare in ansia per i problemi di mia figlia, per le incomprensioni con il mio compagno, per la mia inadeguatezza sul lavoro e quella legata alla mia malattia; la sera davanti al fuoco lasciavo che la mia mente vagasse, lasciandomi andare masochisticamente a pensieri catastrofici. 

Quando incontrai l’esorcista che mi avrebbe liberato dal "maligno" lo guardai dritto negli occhi, esplorando la sua anima: occhi azzurri, mantenuti inespressivi quasi per scelta, ma attraverso i quali lessi un’emozione; le sue parole fredde e calcolate come si conviene ad un chirurgo pragmatico ed efficiente, lasciavano trapelare un’umanità che non può essere rivelata. Non era il solito macellaio: la sua freddezza era costruita, un po’ per difesa, un po’ per necessità, costretto dalla sua professione ad escludere i sentimenti. Eppure in questi momenti basterebbe una parola consolatoria, un gesto gentile che non ti faccia sentire solo un numero! Mi resi conto di quanto fosse importante cercare la sintonia con chi, con le sue mani, entra nel tuo corpo e ti libera dal male.

"Libera nos a malo" recitano i cristiani nella preghiera al padre. E proprio di un padre, buono e affettuoso, avremmo bisogno in questi momenti. Affrontai l’operazione ed i giorni seguenti con estrema calma, ancora una volta con distacco, quasi in sospensione dalla vita: ascoltavo musica, meditavo, chiacchieravo con la mia vicina di letto ed evitavo accuratamente le donne che riuscivano a parlare solo della loro "disgrazia". Rincontrai il mio "salvatore" nei corridoi dopo l’operazione. Non riuscii a stabilire con lui un rapporto medico paziente, quasi rifiutassi il mio ruolo. 

"Come va?" mi chiese.
"Bene, grazie alle sue mani d’oro" risposi. 

La nostra conversazione continuò così, tra una battuta e l’altra, parlando del più e del meno, come se ci fossimo incontrati in un bar. Ma il tono scherzoso tra noi scomparve completamente, quando al nostro terzo incontro, mi confermò che avrei dovuto sottopormi ad una chemioterapia. Mi accorsi solo allora che fino a quel momento avevo come isolato il problema, sperando che il mio male non fosse poi così grave e che le sue mani d’oro mi avessero del tutto "liberata".

"Sei mesi di cura e poi è tutto a posto. Che problema c’è?" disse avendo colto probabilmente in me uno sguardo smarrito. Uscii con una pessima impressione di lui. Non avevo capito che ancora una volta questa freddezza era calcolata ed indispensabile. Non poteva entrare nel dramma di ogni donna che incontrava, ma nel contempo non riusciva a staccarsene se non con quell’atteggiamento scontroso e distaccato.

Il peggio doveva ancora arrivare. Ed anche il meglio. Iniziai la cura serena; anche quando la dottoressa mi comunicò "Perderà tutti i capelli, non c’è nessuna possibilità di sfuggire a questa cosa" rimasi sconvolta, ma non del tutto, convinta che avrei trovato il modo di non perderli, ostinata nella mia convinzione di poter cambiare la realtà, nella mia onnipotenza infantile.

"Se lei riuscirà a non perdere i capelli, diventerà famosa" affermò la dottoressa con un fare un po’ ironico. Non mi piaceva molto: fredda, determinata, maschile, forse doti essenziali per lavorare in un posto dove la compassione non aiuta, ma che escludono la solidarietà femminile. Fu una lotta dura alla ricerca del medico o chi altro potesse aiutarmi ad affrontare le conseguenze della cura: omeopati, pranoterapisti, ma l’aiuto più importante venne da una psicoterapista.

"Ci ammaliamo perché non sappiamo stabilire un rapporto vero con noi stessi" mi disse un giorno durante uno dei nostri incontri la donna apparentemente gentile, ma molto dura all’occorrenza, che per diversi mesi avrebbe dissezionato la mia anima, così come il chirurgo aveva dissezionato il mio corpo. 

Da quel momento incominciai a sognare di frequente e le sottoponevo i miei sogni, cercando di individuare il significato nascosto nel loro simbolismo. Un giorno sognai degli alberi, alberi caduti a terra e trascinati a valle dalla forza di gravità, alberi che cercavo di guidare, affinché la loro forza non mi travolgesse, alberi finiti su mucchi di terra. Capii che qualcosa più forte della mia volontà cosciente mi aveva travolto, qualcosa di potente ma che ancora potevo dominare, guidare. 

Ogni volta che mi addormentavo chiedevo al mio inconscio, al mio sé interiore di parlarmi, di mandarmi i suoi messaggi attraverso i sogni. Comunicare con il mio inconscio stava diventando un bisogno vitale; la mia salvezza era lì, nella consapevolezza di quello che mi stava succedendo. Comprendere la causa della mia malattia era l’unico modo per superarla definitivamente. Dovevo chiudere il mio cervello ed aprire il mio cuore, trasformando la mia vita…

Durante la cura soffrivo molto, non nel fisico ma nell’anima; a volte l’angoscia era così forte, così profonda da pervadere ogni mia cellula. Non sopportavo più nulla di ciò che era vecchio, obsoleto, cominciavo a capire che la salvezza era nel cambiamento. Era solo attraverso una nuova vita che potevo guarire completamente e definitivamente, era solo grazie a questa malattia che le cose potevano finalmente cambiare.

Alla stessa età mia madre era morta, buttando la spugna senza riuscire ad uscire da un’esistenza che l’aveva travolta, senza trovare la forza di combattere ancora, di cercare ciò che avrebbe dato un nuovo senso alla sua vita. Io avevo la possibilità di continuare a combattere per riscattare anche lei. 

Perdere i miei capelli fu la cosa più dura da accettare. Questo aspetto della cura più di qualsiasi altro ti riporta alle origini: pelata, pelata come alla nascita. Allora hai due possibilità o ti disperi, ti compiangi e ti fai compiangere, imprechi contro il destino che ti ha costretto a vivere questa esperienza o cogli l’occasione per sentire fino in fondo la tua disperazione, per capire. Perché se sei arrivata qua, qualcosa nella tua vita non funziona. 

La sofferenza è grande, va fino in fondo, scava nel passato: momento prezioso per capire molte cose, anche il motivo che ti ha fatto ammalare, e per incominciare a combattere per sconfiggere la malattia, con determinazione, senza pietà. E’ un’esperienza devastante, non tanto di per sé, in fondo si tratta di andare in giro "pelata", se si preferisce in parrucca, per qualche mese, quanto per tutti i significati che comporta: ti senti nuda di fronte al mondo che ti guarda e ti compatisce, ma soprattutto di fronte a te stessa. 

Masochisticamente e con la testardaggine che mi caratterizza, continuavo a sperare assurdamente di poter salvare i miei capelli, fino a che un giorno qualcuno mi disse: "Il mondo va avanti lo stesso anche se perdi i tuoi capelli". 

Mi resi conto dell’importanza assurda e del significato simbolico che stavo attribuendo a questa esperienza, mi resi conto del mio egocentrismo. Alla fine un gentile parrucchiere da uomo eliminò anche gli ultimi capelli rimasti. Pelata non ero niente male! 

Gli incontri con l’analista erano i momenti più attesi: qui potevo dare sfogo al mio dolore e incominciavo a prendere consapevolezza di ciò che andava cambiato in me e nella mia vita. Entravo in contatto con i miei bisogni più profondi, sotterrati dalla quotidianità, dall’abitudine a vivere situazioni sempre uguali, alienanti, ripetitive; la mia freddezza apparente in effetti nascondeva una vita emotiva seppellita da anni, bisogni dimenticati, dipendenze mai risolte in nome delle quali per anni avevo accettato compromessi che avevano distrutto la mia parte solare, creativa, affettuosa; senza accorgermi, anzi dichiarando esattamente il contrario, stavo ripercorrendo le orme di mia madre, incapace di ribellarsi a una situazione di dolore, depressa all’interno di una realtà che non riusciva a modificare, dipendente dall’affetto dei figli, delusa da un rapporto d’amore fallito; avevo tentato di ripercorrere le orme di mia madre anche nella malattia.

Finita la parte più pesante della cura, mi sentivo guarita, ma dovevo misurarmi con l’ansia, con la paura di riammalarmi. Mi sentivo piena di energia, con la voglia di progettare cose nuove; nel contempo dovevo essere molto vigile, consapevole, per non ricadere nei soliti errori. A volte era sufficiente una parola, una frase per ripiombare nell’angoscia. Chi non ha vissuto quest’esperienza non riesce a comprendere, teme e allontana chi gli può ricordare l’idea della morte. 

La mia serenità, la mia sicurezza di essere guarita, la mia voglia di vivere, il senso della vita faticosamente raggiunto, la mia voglia di conoscere e di progettare era ancora così fragile! 

C’era ancora in me una parte che non voleva vivere, quella che mi aveva fatto ammalare, una parte attratta dalla morte; l’importante era non perdere i contatti con lei, dialogare, sentire le sue ragioni, convincerla ad investire nella vita. 

La soluzione era lì: progettare la vita e soprattutto una vita migliore. Cominciai così a ricercare soluzioni concrete, tangibili, a tutto ciò che non andava nella mia vita. Incominciavo a pensare a nuovi progetti dove finalmente trovare il coraggio di mettermi in gioco, di sviluppare tutte quelle capacità che finora avevo congelato, affrontandone tutti i rischi. Sarebbe stato un lavoro lungo e faticoso, ma era l’unico modo per non ricadere nella malattia. Una mattina presi la parrucca che avevo portato durante la cura e la bruciai. Ero sicura che il passato non sarebbe più tornato

Ivana

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