| La mia
vita
Più che la mia vita è la mia malattia. Si può essere morti da sani e vivi da malati di cancro. E la SPERANZA, la speranza è vita, è aria, è gioia, potrei continuare. Ma ora andiamo al lontano 1995, con quel lavoro che mi era diventato insopportabile, volevo seguire le mie figlie e starmene a casa con i miei interessi. A settembre mi dimetto e firmo la lettera. Poco dopo ho delle paure, finalmente potevo fare la vita che tanto desideravo, ma ho la paura che mi succeda qualcosa di grave. Un bel giorno di novembre (ultimo mese di lavoro) dico a mio marito: "Adesso che rimango a casa dal lavoro, non mi succederà qualcosa di brutto?" come se io non avessi diritto a fare la vita che volevo. A dicembre rimango a casa. Ho finito il lavoro. Mi rilasso un po’ di giorni poi a gennaio vado dal medico perché mi sento stanca ed ho sempre qualche linea di febbre. Mi fa fare gli esami del sangue e come risultato mi dice che sono sana come un pesce e che forse sono stressata. "Fai queste iniezioni di valeriana" Bene non ho niente. Non ho niente neanche al seno destro che mi fa un po’ male. Ma dopo qualche giorno sento un nodulo al seno sinistro, tocca e ritocca ma non se ne va, È sempre lì. Il ginecologo mi dice che non è niente e che con una cremina e l’arrivo delle mestruazioni se ne sarebbe andato. "Sì, col cavolo, un nodulo di quasi due cm., se ne va con una cremina sotto il braccio!" Mentre scrivo rivivo quei momenti terribili. Si parla molto di prendere la malattia dall’inizio, forse dall’inizio della fine! Ritorno dal mio medico perché io ho paura. Le mestruazioni le ho avute e il nodulo è sempre lì giorno e notte e io non lo voglio; mi dice di fare una mammografia urgente, mi ricordo ancora la data 14 febbraio 1996. Sento che dicono "Bisogna vedere cos’è". Mi fanno l’ago aspirato e dopo una settimana in cui mi dicevo che era una ciste, non sapevo dov’ero, c’ero e non c’ero, non poteva capitare a me una cosa così brutta proprio adesso, non ho vissuto, che sfortuna, proprio quando potevo realizzare la mia vita, il cancro: il 21 febbraio ’96 la conferma, quasi non ci volevo credere, però quel foglietto giallo era lì. Vado in ospedale, mi ricoverano nell’ospedale dove mio marito conosceva il chirurgo che ha premura di eliminare il male. Il 1° marzo 1996 mi operano, mastectomia per un nodulo di appena 1,7 cm. Se fossi andata subito in Istituto dei tumori mi avrebbero fatto la quadrantectomia, cioè un pezzo solo. Mi ricordo che in ospedale mi sono sentita leggera, potevo rilassarmi, potevo non pensare a niente. Ogni tanto pensavo alle mie figlie che alla prossima festa della mamma a scuola potevano non averla più. L’operazione riesce bene e mi fanno anche la ricostruzione. Uscii dall’ospedale convinta di rifarmi una vita: tette nuove vita nuova., perché sei mesi dopo me le avrebbero rifatte tutte e due, quella vera (la mia) e quella finta (mia pure lei). Mi vedevo in due pezzi a prendere il sole al mare, mi vedevo condurre una vita soddisfacente. Però quando andai a casa c’era la dura realtà. I mestieri, le figlie, il marito, i genitori miei e suoi, una noia. A fine anno ci fu la ricostruzione definitiva della tetta nuova ma non mi fecero l’altra. Dimenticavo che a novembre feci la polmonite, chissà perché…! Passò il 97 con i controlli a primavera, tutto bene. Arrivò il 98. Ricordo che nel dicembre 97 presi una grossa delusione. Mia figlia non si trovava bene a scuola, io rimasi molto male quando un’insegnante la definì immatura. Lei si sentiva non accettata in quella classe ed era come se non accettassero me. Mi sentivo fallita come madre e responsabile della sofferenza di mia figlia e poi la mia vita non era quella che mi aspettavo, pensandoci bene fin’ora non era mai stata quella che mi aspettavo. Perché, cosa mi impediva di realizzarmi? Già, la mia vita non era mai quella che mi aspettavo. Allora, primavera 98, i controlli tutti ok ma io ero disperata, avevo paura, il CEA era alto, il chirurgo che mi aveva operato ed il mio medico curante dicevano che non avevo niente, che erano tutte paure mie. Dov’è la prevenzione che parlano tanto di prevenzione? Io sentii un nodulino alla protesi, ed avevo mal di schiena, feci una visita in chirurgia estetica per la protesi e da lì cominciai a frequentare l’Istituto perché l’ospedale e i medici che avevo avuto prima li ho trovati di una superficialità estrema. In Istituto sono tutti molto più gentili, ti ascoltano di più, sono più seri. Sono stata ricoverata per quel nodulino ma oltre a quello ce n’erano almeno altri quattro più piccoli e mi trovarono metastasi polmonari, che io scoprii leggendo la lettera indirizzata al mio medico. Fu un colpo. Ricordo benissimo quel momento non ci volevo credere, non mi sembrava vero, mi affidarono alla stanza 8, mi ricoverarono di nuovo per tutti gli accertamenti, trovarono anche metastasi ossee, due vertebre più lo sterno più qualcosa alle costole più un linfonodo ascellare di due cm., un disastro. Però io ho cominciato a reagire, ringrazio ancora oggi il mio oncologo che alla mia domanda: "ma si potranno eliminare tutte queste cellule tumorali?" mi ha risposto: "siamo qui per quello". Con questa risposta non mi ha detto né sì né no. Se mi avesse detto sì non so se gli avrei creduto, se no avrei perso un po’ di speranza. Solo due anni dopo ho saputo che mi avevano dato sei mesi di vita. Io ho trovato il desiderio di vivere, ho deciso di vivere, cominciando a leggere, a leggere di cose alternative come alimentazione, yoga. Libri sul pensiero positivo di Louise Hay di cui ho anche una cassetta, ho consultato un medico sull’alimentazione, poi a dicembre 98 sono venuta da lei (psicologa). Avevo sentito parlare di Rebirthing e ho accettato subito di farlo anche perché ero curiosa di provarlo, ho accettato di venire da lei per avere la possibilità di vedermi dentro, di conoscermi meglio e di potere risolvere dei problemi. Erano due cose che mi interessavano (il Rebirthing e la psicologia) ma non mi sono mai concessa il permesso di farle. Ora grazie alla malattia potevo farle. E’ vero che io faccio le cose che mi interessano solo se dietro c’è la malattia, la malattia è un passaporto che fa passare le cose che mi interessano, fare le cose che non fanno bene alla malattia no. Avevo speranza e sicurezza nel farcela. Ero contenta. In primavera 99 sembrava che le cose peggiorassero, mi hanno cambiato terapia, non ero preoccupata perché avevo il corso Reiki di 1° livello da fare, era come se mi fossi detta: "adesso ci penso io, perché se aspetto le cure che mi guariscono sto fresca!" Dal maggio 99 il tumore si stava ritirando con l’inizio della nuova cura il Reiki. Ho finito la chemio ad ottobre, poi ho fatto la radio in contemporanea la cura ormonale, le metastasi erano sparite così pure i noduli al seno. Pensavo di essermi liberata dal grande problema. L’estate scorsa (luglio 2000) mio marito mi ha detto che mi avevano dato 6 mesi di vita, che ero perciò guarita, mi sembrava non fosse vero, mi sembrava di non crederci. Mi ero fatta i miei progetti, volevo (ad ottobre) fare tante cose ormai ero guarita e potevo fare tutto. Non ci crederete ma dei miei progetti non ne ho fatto niente di niente, perché le figlie avevano bisogno, perché il marito aveva bisogno, poi le cose costano e poi non ne avevo granché voglia ma soprattutto ero a disposizione delle figlie. Ho sbagliato a non fare, a non seguire la mia creatività, non ho prodotto niente e quindi non mi sono realizzata, anzi qualcosa ho prodotto: la ripresa della malattia. Non ho saputo amare e creare, spero di avere imparato la lezione. Dunque a marzo ho ripreso la chemio. All’inizio ero arrabbiata, poi delusa perché pensavo d’essere guarita, poi mi sono depressa e piangevo. Ora sto bene ho speranza, ma la cosa più bella è che sto vivendo nonostante la malattia, sto facendo quello che mi sento di fare, perché siamo nel mese di luglio e non ci sono corsi di pittura altrimenti ne avrei fatto uno subito. Ma io vivrò a lungo o no? Certe volte ho paura non della morte, non della malattia ma del dolore fisico. Non voglio più che la malattia mi dia il permesso di fare le cose che mi interessano, io devo fare quello che mi interessa, io conto, io e nessun altro. Non voglio più essere la brava bambina di un tempo, la brava ragazza, la brava moglie, la brava mamma, io non voglio più essere brava, io voglio essere come sono e come mi sento di essere, io voglio pestare i pugni sul tavolo, io voglio litigare, io voglio rispondere male, IO VOGLIO DIRE NO, voglio impormi. Perché io sono viva e non sono morta due anni e mezzo fa? Non lo so, probabilmente perché ho voluto così, perché Dio ha voluto così. Spero tanto che questa volta vada bene, ne sono quasi certa. Perché no. Se si vive, si fa quello che ci si sente di fare, ci si può dimenticare della malattia o meglio non proprio dimenticare ma metterla da parte. Se qualcuno mi chiedesse un consiglio su come vivere due o tre anni in più della statistica, direi "fai quello che ti interessa". "Stai nella vita" come mi ha detto lei una volta. E’ molto importante avere degli interessi per me delle cose da fare, un sostegno anche da parte della famiglia, avere degli amici (anche se si questi ultimi ne ho pochi e ne sento la mancanza). Una compagnia a cui non posso rinunciare sono i libri. Questa volta voglio proprio guarire IO. |