La serenità non è trastullo né vanità, ma altissima conoscenza e amore, è l'affermazione di ogni realtà, è vigilanza al margine di ogni profondità e precipizio. Essa è il segreto della bellezza e l'autentica sostanza di ogni arte.Hermann Hesse
Destinato
a chi soffre e a chi con inesauribile pazienza e affetto si impegna a lenire
ed a rendere accettabile le sofferenze.
Dedicato con particolare tenerezza a mio figlio Roby ed a mia madre Franziska.
L'autrice rivolge un particolare ringraziamento alla dottoressa Lisa Licitra ed al dottor Giuseppe Capri, che, per primi, l'hanno incoraggiata ad esprimere i suoi sentimenti e le sue paure, consapevoli, lei pensa, del fatto che scrivere significa anche razionalizzare e, di conseguenza, vincere; al dottor Edoardo Majno ed alla signora Claude Fusco, che è l'instancabile animatrice della Lega italiana per la lotta ai tumori, per aver apprezzato il contenuto del libro ed alla volontaria Jole Cairo per la sua dedizione ed il suo prezioso aiuto nella stesura del testo.
Tutto ciò che leggerete è una "sequenza di pensieri", tratti dalla personale esperienza di Gudi. La quale non intende né brillare per saggezza, né dare consigli audaci, né soprattutto spaventare nessuno con i terrorizzanti racconti di chi "comunque la sa più lunga"... Durante la sua permanenza in ospedale dovette subire troppo spesso la frase detta con tono di sufficienza: "Ma tu hai fatto solamente la quadrantectomia con svuotamento ascellare!..." Per tutto il periodo del suo ricovero, fino ad un secondo prima del "verdetto maligno", ebbe la netta sensazione di appartenere ad una specie inferiore.
Oggi si sente di affermare che la sofferenza non è quantificabile. Si può aver sofferto di mal di denti e averlo definito atroce e si può assistere alla perdita di una persona amata e dover constatare l'abisso tra l'una e l'altra atrocità.
E' certo che chi appartiene al grande clan dell'infausto verdetto deve saper elaborare un sofisticatissimo sistema di noncurante, ma tuttavia consapevole convivenza con una incognita, dove il timer del "count down" è già stato innescato. Perciò, non può esistere il più o il meno della sofferenza, ma la certezza che, durante il percorso si deve cercare di costruire un superbo mosaico tra coraggio ed autocontrollo.
Talvolta, purtroppo, il tutto può trasformarsi in uno stress psicologico apparentemente incontrollabile, ma, volendo, assolutamente ricuperabile.
Il dubbio nella vita è una costante. Silente, onnipresente, da non sottovalutare nel suo effetto. E' un plagio sconcertante, che provoca un cedimento psicologico. Fa entrare gli esseri umani in una dimensione non prevista, lasciandoli prigionieri di ansie ed incertezze. L'esercito ormai troppo numeroso del "verdetto maligno", di dubbi, ne elabora ed accantona molto spesso in dosi esasperanti.
Poi, la vita è sempre un susseguirsi di misteriose coincidenze. Mai nulla è definitivamente bene o male, bello o brutto, chiaro o scuro. Oscilliamo tra le sfumature.
Esistono due momenti di assoluta certezza: la nascita e la morte, l'inizio e la fine. Nel mezzo, si è condannati a combattere contro ogni tipo di insidia ed abbondanti illusioni.
Perciò, è importante lasciarsi invadere ogni giorno dalla gioia. La gioia, per la quale migliaia di cose possono dare l'occasione. Talvolta possono essere apparentemente cose comuni e piccole da sembrare insignificanti, talvolta possono travolgerci nella loro inaspettata grandezza. Sta a noi avere la volontà di individuare ogni occasione che si offre. Sta a noi sviluppare la capacità di saper cogliere l'irripetibilità e la magia dell'attimo fuggente.
Non lasciamoci sfuggire l'istante che ci gonfia il cuore di merito, di soddisfazione, di tenerezza, di allegria, d'amore, di sole, di vento, di pioggia, di neve, di fiori, di alberi, di mare e monti, oppure dell'immutabile affetto donato dall'animale che abbiamo scelto per tenerci compagnia.
Finché le vostre facoltà mentali sono illese, anche dopo un grande dolore, lasciate che un bel giorno i raggi consolanti del sole e della gioia invadano di nuovo il vostro cuore!
Finché l'anima non abbandona questo fragile corpo, riempitelo di ricordi, che siano nati dalla gioia di vivere. Saranno questi ricordi che vi serviranno ad affrontare e superare con maggiore serenità l'inevitabile finale. Saranno sempre loro, che vi daranno la possibilità di apprezzare quel poco o tanto che avrete potuto fare vostro e che vi lasceranno chiudere gli occhi per sempre con un sorriso, armato, oltre che dal tentativo di nascondere paura e tristezza, anche da un consapevole pizzico di malizia, in attesa che possiate superare l'ultimo ostacolo, il pesante, immenso portone che ci divide dalla libertà di poter girovagare serenamente nell'infinito dei cieli, alla ricerca del nostro paradiso spirituale!
Gudi non dimentica che facendo parte di quel vulnerabile esercito, potrebbe avere un vantaggio. Sa, in linea di massima, cosa l'aspetta. Quindi si potrebbe preparare. Con grande coraggio ed un tocco di indulgente rassegnazione, potrebbe prendere confidenza con il suo destino, potrebbe affrontarlo consapevolmente. Farebbe in tempo a rivedere sé stessa., cercando la pace, purificando la sua mente inquinata da cose futili, obbligandosi a trovare una migliore scala di valori concreti, tra cui, soprattutto, l'amicizia che si manifesta in modo diverso a seconda della personalità di ciascuno. Semplicità, sincerità, rispetto e solidarietà, coronati da un passe partout solare, indispensabile ed irresistibile, il sorriso!
E se tutto questo non basta, farà uso di un tocco di fantasia, che troverà terreno fertile nella musica, nella lettura, nella pittura; che sempre l'accoglierà dentro un soffice manto, distraendola dalle sue occasionali melanconie.
La sublimazione può essere raggiunta da chi è sempre stato baciato dal dono della fede. la fede nel Signore, che aiuterà a dissolvere tutto il dolore accumulato in questa "valle di lacrime".
Abbiamo divagato abbastanza. Quello che vorremmo adesso, è trovare un sottile filo conduttore accettabile per tutti e, perché no, anche qualche traccia di allegria e tanto amore.
Un'ultima cosa: Gudi deve ancora aggiungere che dal primo giorno in cui ha dovuto confrontarsi con la parola chemioterapia ha deciso di battezzarla con uno pseudonimo che sdrammatizzasse il suo effetto negativo: "fumetto".
Ottobre 1992...
Gudi si era svegliata troppo presto, sicuramente in preda ad una particolare emozione per la realizzazione tanto rincorsa, di un particolare desiderio. Continuò per un po' a cambiare posto nel suo grande letto, da destra a sinistra e da sinistra a destra, lasciando che la sua mente si adagiasse nei propri pensieri. Decise di alzarsi, cercando, come sempre, di trovare sollievo, nello spaziare con lo sguardo, in lungo ed in largo, dal suo ottavo piano.
Ancora immersi in un grigiore soffuso, gli alberi tendevano i rami per lasciarsi sfiorare dalle ultime melanconiche carezze di banchi sfilacciati di nebbia, quando all'improvviso l'orizzonte si accese, là, dove il sole inesauribilmente nasceva, assumendo la forma crescente di una palla di fuoco. Forte e generoso, dipingeva ogni profilo con un tocco soave di luci dorate. L'aurora cancellò l'ombra della notte, svelando per qualche attimo come il mondo avrebbe potuto essere, pulito, intatto, quasi incantato nelle sue sembianze di un barlume di paradiso. Aprì la portafinestra e si lasciò investire dall'aria frizzante, finché un raggio di sole non l'avvolse nel suo calore, concedendole la vibrante dolcezza del momento. Tra poco tutto si sarebbe mutato in un altro solito giorno. Ma per lei no, questo era un giorno speciale, questo era il suo giorno. E lo visse quasi esclusivamente nella impaziente attesa della sera...
Un amico molto caro, tanto tempo prima, aveva voluto dare una definizione della sua personalità. Secondo lui, assomigliante ad una cometa: inquieta, anche se presente, apparentemente libera da ogni legame, percorre una strada solitaria, sempre inseguendo qualcosa, un sogno da realizzare oppure un amore a cui appartenere, magari, per sempre; brillando per un attimo di luce intensa, cosmica, imponendo una figura generosa, dolce, appassionata, irascibile, ribelle, testarda, padrona dei suoi impulsi, scelti quasi con gioia feroce; fuggendo poi all'improvviso, in una esausta scia di delusione e melanconia.
E finalmente il tramonto diede inizio ad una tiepida sera autunnale milanese. La Rotonda della Besana era illuminata per la festa dei nostalgici missini. Aleggiava nell'aria l'acre odore di fumo proveniente dalle griglie piene di brace per arrostire salsicce e castagne. All'interno della Rotonda, c'erano le solite bancarelle, piene zeppe di magliette nere e riproduzione del Duce in tutte le misure; non mancavano articoli di pelle, gadget in versione kitsch, bigiotteria ed un coloratissimo artigianato peruviano. Vicino alla bancarella dei dolciumi, c'era anche chi preparava lo zucchero filato. Gudi adora questi enormi batuffoli ovattati e dolci, ma non era certo la sera giusta per rovinarsi il trucco con tracce di zucchero caramellato. E per completare il clamore, ogni tanto, il suono di una orchestra veniva superato da una appassionata riproduzione di "faccetta nera".
Stavano camminando fianco a fianco, facendo la prima passeggiata del loro primo, vero, appuntamento. Lei, finalmente, si trovava accanto all'uomo che per tanti anni aveva riempito le sue più ardite fantasticherie.
Era tesissima, aveva troppo caldo ed il cuore faceva rimbombare il suo battito nelle tempie. Davanti agli occhi, i colori della fiera, ogni tanto, si trasformavano in fuochi d'artificio. Le ginocchia sembravano diventate di gelatina. Non riuscì a trovare un punto stabile nemmeno nelle caviglie. Ebbe la sgradevole sensazione di non essere capace di mettere un piede davanti all'altro, traballando sui tacchi, come fosse stata una bambina che ha preso in prestito le scarpe della madre.
Avrebbe davvero voluto brillare di luce cosmica per quell'uomo e per il suo amore che per tanti anni aveva protetto dentro di sé, con testarda convinzione. Quanto avrebbe voluto essere padrona dei suoi impulsi e saper reprimere le sue così evidenti insicurezze, paure e dubbi. Ma doveva anche soffocare le improvvise voglie di cantare e saltare per non esplodere di gioia. Per riuscire a darsi un contegno, ogni tanto cercava di superare lo sgomento, imponendosi qualche profondo respiro. Ciò che produceva invece erano degli inaspettati sussulti. Inquieta e sempre più turbata, sbirciò più volte, di nascosto, nella direzione del suo partner. Era curiosa di sapere se anche lui fosse afflitto da qualche reazione insolita, ma lui sfoggiava con la massima disinvoltura un'aria fiera, soddisfatta e, peggio ancora, nello stesso tempo divertita. L'imperturbabile autocontrollo che dimostrava provocò in lei un senso di gelosa, quasi rabbiosa ammirazione. Avrebbe pagato, pur di avere la conferma che anche lui era sfiorato da qualche pur piccolissima emozione
"Accidenti, pensò, ma guarda un po' questi uomini di mondo!"...
Comunque, Gudi era innamorata di lui da troppi anni. Ogni rara volta, più o meno significativa che aveva avuto occasione di incontrarlo, aveva tramato attorno a lui la favola del principe azzurro. E ogni volta, come anche in questa circostanza, avrebbe voluto percepire attorno a loro la presenza di uno zio come il buon mago Merlino con la sua bacchetta magica. Senza il suo intervento, come poteva illudersi che sarebbe stata baciata dalla fortuna? Come poteva sperare che il suo mondo, come per magia, si sarebbe trasformato in latte e miele, cioè incertezza e dolcezza?!...
Fine Settembre 1983...
Talvolta accade che le aspettative che si ripongono in un professionista vengano deluse. Anche Gudi si era trovata in questa difficile situazione e siccome aveva pochissimo tempo a disposizione, la ricerca di un nuovo Legale, assolutamente affidabile e capace, si era prospettata difficile quasi quanto trovare un ago in un pagliaio. Il destino aveva voluto che accettasse il consiglio di un'amica che le aveva suggerito il nome di un avvocato, brillante e senza alcun dubbio all'altezza del compito che avrebbe dovuto assumere, cioè la difesa di suo figlio Roby, vittima di un grave incidente stradale. Il ragazzo, alla guida della sua moto, era stato investito da un autobus, il cui conduttore non aveva rispettato il semaforo rosso. Dal giorno in cui era stato ricoverato nel reparto di rianimazione, con prognosi riservata, o più esattamente, in stato di decerebrazione degli stimoli vitali, erano già passati tre mesi: Roby, pur essendo in corna ed andando giorno per giorno contro ogni pessimista previsione dei medici, aveva lottato tenacemente contro la morte.
Crisi cardiache e crisi respiratorie, accompagnate da febbre fino a 40°, erano state all'ordine del giorno. A questo si erano aggiunte emorragie gastriche, emorragie cerebrali ed un intervento chirurgico al lobo frontale. Quando, sessanta giorni dopo l'incidente, si era dovuto fare fronte anche alla disfunzione del pancreas, i medici l'avevano avvisata che, se fosse subentrata un'altra crisi cardiaca o respiratoria, nulla avrebbe potuto salvarlo, né la ventilazione artificiale dei polmoni, né tutti gli altri macchinari che ancora aiutavano Roby a non spezzare il sottile filo che lo congiungeva tanto alla vita quanto all'eternità.
Tutti i giorni, Gudy era arrivata in ospedale alle otto del mattino ed era tornata a casa dopo mezzanotte. Rientrata, aveva mandato giù di malavoglia e per pura necessità di sopravvivenza, la cena, amorevolmente cucinata e riscaldata da sua madre, che nascondeva il suo dramma di nonna dietro una insuperabile efficienza e dignità. Poi si era recata in camera di Roby per incidere una musicassetta dopo l'altra, cercando di registrare insieme ai dischi preferiti dal figlio, la propria voce, rievocando ricordi, tenendolo informato sugli amici e su altre novità. Gli aveva rivolto tantissime domande, fornendogli altrettanto dettagliate risposte: "Ti ricordi il mare? I suoi colori tra il blu scuro ed il verde smeraldo, tanto calmo e trasparente che si possono intravedere le orme ondeggianti del suo incessante movimento e là dove appaiono piccole bollicine sulla superficie è sicuramente radunato un branco di pesciolini. A proposito di pesci, ti ricordi la tua nuova grande canna da pesca? TI ricordi quando, all'alba, posteggiavi sul pontile, gareggiando con gli altri? Ti ricordi quanto sono potenti ed alte le onde che si infrangono, spinte dal vento contro la barriera di scogli, e quanto piacere ci dava riempirci i polmoni con l'intensa fragranza dell'aria salmastra... Ti saluta la nonna... Ci manchi tanto... A presto!
Ma oltre a non averlo voluto lasciare senza ricordi, era stata fermamente intenzionata a spingerlo verso l'uscita del tunnel in cui si trovava: "Roby, caro, cerca di ascoltare con molta attenzione tutto quello che ti racconto, serve per aiutarti ad aprire i cassetti della tua memoria. Ogni cassetto che riuscirai ad aprire ti avvicinerà alla luce che vedi brillare in fondo al tuo percorso. Questa luce, che non devi mai perdere di vista, ti aiuterà a non smarrirti nella confusione dei cassetti, poiché sarà solamente attraversandola, che troverai il punto dove tutti ti aspettiamo. Ti prego, non devi arrenderti. Lo so che è tanto difficile, lo so che ti senti mancare le forze! Ma fatti coraggio, combatteremo insieme! Lo senti, sono qui vicino a te. Passerotto, (era il suo soprannome) vieni, prendi la mia mano, e adesso stringila forte e seguimi come quando eri piccolo e volevi che ti portassi a spasso..."
Quando non era riuscita a trovare pace, prima di cadere in qualche tormentata ora di sonno, aveva cercato di inoltrarsi, da profana, pagina dopo pagina, nella lettura di libri che parlavano del trauma cranico, dei vari stadi di coma, delle varie possibilità di risveglio e di altre rivelazioni mediche per lei, in buona parte, incomprensibili. Comunque, era stato più forte di lei, aveva voluto sapere, essere preparata, anche se non riusciva ad individuare per quali spiacevoli sorprese dovesse essere pronta, poiché nessuno di questi libri era stato in grado di illuminarla e guidarla attraverso il calvario che avrebbe dovuto percorrere insieme a Roby. Avrebbe dovuto seguire l'istinto sostenuto dall'ardente. desiderio del suo cuore di madre: non voleva rinunciare alla insostituibile presenza di suo figlio.
Per volere arcano, era stata accontentata. Era accaduto quello che i medici avevano considerato praticamente un miracolo. Dopo ottanta giorni di. corna, Roby aveva dato inizio ai suoi primi tentativi di risveglio, eseguendo deboli movimenti con le dita dell'indice e medio della mano sinistra. Poi aveva incominciato ad ammiccare con l'occhio sinistro, rimasto illeso. Dopo qualche giorno, era stato evidente che tutta la parte destra era bloccata dalla emiplegia e che lui non era in grado di emettere nemmeno un suono. L'annuncio, da parte del primario, che lo avrebbero dimesso dall'ospedale appena fosse stato in grado di comprendere dove si trovava e magari anche il perché, creò nuovi problemi da affrontare.
Nessuna istituzione in grado di effettuare un programma di riabilitazione aveva voluto accettare il ragazzo. La risposta allucinante era stata sempre la stessa:
"Quando sarà autosufficiente almeno per mangiare, lavarsi, segnalare le sue necessità fisiologiche e capace di comprendere quello che gli chiederemo di eseguire, allora, mettendovi in lista d'attesa subito, troverete posto tra tre, quattro, cinque o sei mesi."
Alla disperata domanda di Gudi: "E nel frattempo cosa dovrò fare?", nessuno aveva avuto una risposta valida. Anzi no, qualcuno aveva suggerito, che, piuttosto di niente, lo affidasse alla vecchia "Baggina", cioè, l'ospedale-ricovero, pur nobile nei suoi intenti, che ospitava persone anziane e malate, spesso sole, abbandonate e senza speranza, in attesa di uscire dalla loro triste agonia per entrare in un "luogo migliore"!
Il problema sembrava insormontabile. Roby dipendeva in tutto dai tubi, per le flebo, per un equilibrato nutrimento liquido, per i ristagni gastrici e biliari, e necessitava ancora del catetere. Aveva piaghe da decubito ai talloni ed una talmente vasta nella zona sacrale da poterci inserire una arancia! Era semiparalizzato, capiva poco e, già alto un metro e ottanta centimetri, era ridotto uno spastico fagotto di pelle ed ossa, di un peso che arrivava a malapena a quarantacinque chili.
Quando, un giorno benedetto, molto titubanti e poco convinti, un paio di medici giovani, commossi da questa disgrazia oltre la loro etica professionale, avevano dato a Gudi il consiglio di chiedere un appuntamento al prof. Gerstenbrandt, già famoso primario del reparto neurologico della clinica universitaria di Innsbruck in Austria, lo aveva accettato con infinito sollievo. Dopo un "blitz" di ventiquattro ore, ritornò a casa colma di speranza. Il professore aveva accettato il ricovero di Roby, accennando ad un possibile recupero intorno ad un cinquanta per cento!...
Oggi, dopo tanti anni, Gudi è convinta che il coraggio che occorre per impegnarsi in una simile impresa, considerando che può decidere la qualità della vita di una persona, dipende non solo dall'amore che si nutre per la persona stessa, ma sicuramente dal fatto di non sapere assolutamente nulla sull'esito finale. Assomiglia un po' alla "fortuna dei principianti": c'è chi vince, pur non avendo mai giocato! Infatti, lei non riusciva ad immaginare cosa avrebbe significato, nel futuro, essere destinata a restare accanto ad un figlio inabile per il cinquanta per cento. Non avrebbe mai creduto, che Roby da adorabile "incosciente" teenager, con un carattere di base da gentile ed accomodante sognatore, si sarebbe trasformato in un insofferente, rissoso despota, incapace di gestire per anni la sua fragilissima situazione psicologica, che spesso avrebbe tramutato nella più torbida depressione!
Allora, tutto questo non la sfiorava e quindi non la turbava. Era troppo entusiasta, finalmente avrebbe potuto partecipare attivamente alla rieducazione di suo figlio!
E così, mentre cercava di mettere ordine nel caos delle sue preoccupazioni, aspettava nell'anticamera di uno studio legale in attesa di essere ricevuta dal suo nuovo avvocato, nella viva speranza che fosse veramente quello giusto...
Può sembrare incredibile, e forse anche giudicato inammissibile, ma, appena oltrepassò la porta dello studio dell'avvocato, rimase praticamente folgorata dall'uomo che vide a pochi passi di fronte a lei, in piedi accanto alla sua scrivania. Vestito con eleganza discreta di un abito di ottimo taglio, si presentava un corpo alto e snello, un po' spigoloso, dotato di agilità felina sempre pronta a scattare per combattere. I capelli, ondulati, spruzzati di grigio, erano pettinati con cura per nascondere la loro tendenza ribelle. Le labbra appena disegnate, volitive, si stringevano in una smorfia risoluta, un po' sprezzante. Forse di un inquisitore? Forse di un santo?
Egli rimase fermo per qualche secondo e, mentre la stava esaminando, Gudi non poté fare a meno di sentirsi rovesciata e messa a nudo. Poi con un largo sorriso, un po' cavallino, ma estremamente accattivante, le andò incontro. Aveva un carisma irresistibile e lei, dopo pochi minuti, si rese conto che si stavano sgretolando, uno per uno, i mattoni del suo muro di autodifesa. Seduto di fronte a lei, al di là di un bellissimo tavolo in stile impero, che fungeva da scrivania, ascoltando attentamente, teneva il suo sguardo fisso su di lei. Gudi invece, abbagliata e soggiogata nello stesso tempo dagli occhi grandi, simili a due magneti scintillanti di ambra, all'inizio, incespicando sulle proprie parole, dovette superare qualche attimo di difficoltà, prima di poter proseguire nel razionale resoconto dei fatti. Percepiva che lui, oltre a valutare il suo racconto, frugava nella sua mente e nel suo cuore, misurava i suoi gesti, analizzava il timbro della sua voce, cercava di consentirle di sfogare il suo dolore e si stupiva dei suoi momenti di imbarazzo...
... Quando prese la parola, i lineamenti del suo viso erano ancora tesi e severi; al contrario, il tono della sua voce era forte, avvolgente, rassicurante e Gudi lo sentì scivolare come un balsamo sopra il suo tormento e lenire la sua sofferenza. Più questa voce veniva accolta nella profondità dei suoi sentimenti, più aveva la sensazione di dividersi in due parti: l'una, conscia della realtà, inchiodata sulla poltroncina d'epoca che chiedeva giustizia; l'altra, invece, che lievitava incosciente sopra le nuvole, verso un improbabile futuro, immaginando una grande casa in collina, il mare blu, il cielo sereno. Sentiva il calore del sole che bruciava sulla sua pelle, mentre una leggera brezza inondava l'aria con la fragranza dei pini. Era lui, l'uomo da rendere felice, padre protettivo di tanti figli che stavano giocando spensierati dentro il loro giardino, colorato di fiori e di gioia!
Per quanto avvilita, comprese che non aveva più scampo, si era innamorata, follemente, irrimediabilmente. Sognava ad occhi aperti che lui sarebbe stato l'uomo con il quale avrebbe formato di nuovo e per sempre una famiglia, grande, forte ed unita!...
Finito il colloquio, durante il saluto, Gudi percepì come un tocco di magia la stretta della sua mano, affusolata, forte, sensuale, asciutta. Le trasmise nelle vene tutto il fuoco e la passione della sua terra, insieme con la sua generosa carica umana, l'amore per la giustizia, la comprensione per l'altrui sofferenza. E lei gli diede la sua fiducia.
In strada, camminando a passo lento verso la sua macchina, era stordita, incredula. Quel momento di pura follia l'aveva rinfrancata. Si sentiva forte, imbattibile!
Ancora non sapeva quanta amarezza avrebbe dovuto affrontare nel futuro. Non aveva ancora udito il canto dell'eterno dolore, il suono cupo e strascicante dell'impotenza che ti strazia le viscere. Non percepiva quell'enorme lacrima che ci avvolge dal momento del concepimento. Crediamo di sgusciare fuori da essa nel momento del parto, ma non è vero. Essa invisibile si fortifica, resta intorno a noi, fagocitandoci nel suo oscuro, impalpabile involucro.
Mentre girava la chiave per mettere in moto la macchina, l'incantesimo era svanito e la sua mente era volta nuovamente verso l'unica persona che in quel momento aveva importanza, suo figlio. La mattina seguente avrebbe accompagnato Roby, in lettiga, nella sua trasferta ad Innsbruck...
Fine novembre 1983
La preoccupazione e le ardue battaglie affrontate e sostenute senza tregua, ora per ora, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese, avevano richiesto un impegno psicofisico quasi insostenibile. Solitudine, stanchezza e tristezza erano stati i suoi unici compagni. Di giorno aveva lottato con il ragazzo, di notte si disperava. Verso la fine del secondo mese di soggiorno ad Innsbruck, anche se non avrebbe potuto permetterselo, incominciò a dare qualche segno di cedimento. Avvertiva, quasi come un male fisico, la mancanza di un sostegno affettivo. Qualche volta, le sarebbe bastato un colpetto sulle spalle con due parole di incoraggiamento: "Lo sai che sei in gamba, va avanti così, vedrai che ce la fai." Ed ella avrebbe potuto, a sua volta trasmettere l'incoraggiamento a Roby, magari con più convinzione e tanta, tanta più serenità. Sentiva, sempre più impellente, il bisogno di un periodo di serenità e di pace. Doveva riflettere sul difficile futuro di Roby. Doveva trovare delle giuste motivazioni per darsi una nuova, inesauribile, duratura carica piena di inventiva e pazienza. Inoltre, ad ogni mese che passava, si vedeva più brutta ed invecchiata, mentre avrebbe voluto e dovuto apparire davanti a tutti, ma soprattutto davanti a Roby, imperturbabilmente bella e fiduciosamente spensierata...
Rientrarono da Innsbruck per la vigilia di Natale, contenti di potersi nuovamente inserire nella rilassante routine di casa. Roby, appena completamente risvegliato dal corna, aveva dimostrato una fame vorace e con l'ottimo cibo che offriva la clinica, insieme alle abbondanti porzioni di pasticceria austriaca che aveva divorato per l'ora del tè era aumentato di dieci chili. Adesso, con un buon appoggio riusciva a stare in piedi e, se Gudi restava di fronte a lui e lo teneva per le mani, muoveva qualche incerto passo. Per fortuna, il nervo ottico dell'occhio destro incominciò a dare segni di guarigione, mentre il nervo facciale destro ormai era definitivamente leso. Per mangiare un pasto, impiegava ancora più di un'ora, poiché, dopo aver tagliato la carne, infilzato il cibo sulla forchetta, oppure fatto attenzione a non rovesciare il brodo dal cucchiaio, la fatica più grande consisteva nel trovare la bocca al primo tentativo. Per formulare una frase, doveva prima ascoltare Gudi che gli scandiva le parole in sillabe e poi, con una appropriata tecnica respiratoria, arrivava a pronunciare le parole per intero. La mancanza di un fluido coordinamento dei suoi gesti e la facile perdita di equilibrio, causato da un danno cerebellare, incominciavano ad infastidirlo e diedero inizio ad un lunghissimo periodo di eccessi di rabbia à di sconforto.
Mentre, durante le cure in camera di terapia intensiva, gli amici di Roby si erano accalcati in anticamera, ora, durante i lunghi mesi invernali, solo alcuni si facevano sentire o vedere, e sempre più raramente. Di nascosto al figlio, Gudi fece qualche indagine e le sconcertanti risposte la rattristavano nella loro spietata sincerità:
" è troppo difficile parlare con lui... ci vuole troppo tempo per farlo muovere... perde la saliva quando parla... si sporca quando beve..."
Roby, ancora estremamente impegnato nel migliorare i suoi impedimenti che proprio durante la visita di qualche amico si accentuavano per l'emozione, era troppo esausto per rendersi conto dell'abbandono. La sua mente, sempre concentrata sull'essenziale, aveva perso la malizia e quindi fu facile ingannarlo inventando piccoli malesseri, macchine rotte, impegni spuntati all'ultimo momento, ecc. ...
Secondo il parere del professor Gestenbrandt, il recupero più decisivo doveva avvenire entro i primi due anni. Considerando i progressi a quel punto ottenuti, Roby, per sé stesso, e Gudi, come madre, erano convinti che un bel giorno si sarebbero svegliati e tutto sarebbe tornato normale, semplicemente, così come era prima che la imperdonabile sbadataggine di uno sconosciuto (oppure cercando un meno odioso conforto nell'astratto, il crudele richiamo del destino) avesse interrotto il suo diritto di costruirsi la sua vita.
Aprile 1984
... Arrivò Pasqua e con essa qualche segnale di una imminente primavera. Finalmente, avrebbero potuto iniziare a muoversi un po' di più. Roby mandava segnali inconfondibili di una profonda nostalgia per il padre, il quale, dopo il risveglio di Roby, aveva fatto solo una breve visita ad Innsbruck. Se ne era scappato in fretta e furia, dopo un giorno di permanenza, stravolto, incredulo e con una buona dose di ripugnanza e disgusto. Certo, non è facile trovarsi davanti agli occhi un ragazzo nel fiore della sua gioventù, semiparalizzato, con il viso devastato e storto, con un occhio offeso e lacrimante e che sbavando dalla bocca inarrestabili rivoli di saliva insieme a qualche indecifrabile suono gutturale, cerca di manifestare l'immensa gioia di rivedere il proprio padre...
Lei non aveva mai contrastato l'intramontabile affetto che Roby aveva dimostrato in tutti quegli anni verso suo padre, il quale, purtroppo, non si era mai curato del grande dolore e del trauma psicologico, che aveva inflitto al ragazzo, lasciandolo senza il conforto del suo sostegno e, soprattutto, della sua presenza.
I loro viaggi ebbero inizio un po' per accontentare il figlio, un po' perché anche Gudi sentiva la necessità di cambiare ambiente, ma soprattutto alla ricerca costante di stimoli per illuminare e spingere ad una maggiore attività le migliaia di cellule rimaste opache e confuse nella mente provata del ragazzo. Scorrazzavano tra la Bavaria e le fresche Alpi del Tirolo, facendo tappa ad Innsbruck, seguendo il programma dei frequenti controlli. Ritornavano appena possibile, nell'incantevole panorama delle Alpi Apuane, sulle spiagge della Versilia, alla ricerca del padre e degli amici dell'infanzia di Roby. E tutto questo, senza tralasciare mai, neppure per un solo giorno, un rigorosissimo programma di riabilitazione.
Purtroppo era una primavera molto piovosa, perciò essi, invece di restare scomodi ed infreddoliti in qualche appartamento preso in affitto, facevano spesso rientro a casa, a Milano. Era già l'inizio di giugno, quando durante uno di questi rientri, Gudi ricevette la comunicazione di presentarsi nello studio del suo avvocato. Quando lo rivide, l'impatto magnetico e l'effetto di trasognante innamoramento furono identici e così, una volta sbrigate le questioni burocratiche, fu con un appunto di curiosità ed una trionfante soddisfazione, che accettò l'invito a cena per la sera dopo, mercoledì...
Le donne sono spesso soggette all'errore, quando si tratta di valutare il corteggiamento di un uomo. Gudi non è mai stata capace a comprendere fino in fondo, con quale animo leggero, uomini e donne, riescono ad ispirarsi e liberarsi nello stesso tempo, con un amplesso, senza particolari coinvolgimenti sentimentali. L'idea di essere "usata", la ripugnava talmente, che ancora oggi non potrebbe immaginare di concedersi senza almeno un innamoramento. Solo così può trasformarsi il sesso in amore, con tutta la dolcezza della fase preliminare; carezze delicate, esplorative, che risvegliano la morbidezza della sensualità, costellata da baci lievi che ci fanno vibrare verso la più disinibita bramosia:
"Quando la terra si confonde con il cielo, quando due corpi diventano un movimento unico, quando una donna esaltata dalla passione attende che l'uomo riversi in lei il suo fiume di vita..."
Arrivò il mattino del mercoledì e Gudi lo passo in uno stato di "delirante" esaltazione. Tra poche ore sarebbe andata a cena con il suo principe azzurro. Pensando a lui, si sentiva al sicuro. Lui, per lei, era al di sopra di quegli uomini che comodamente, con una cena, si pagano anche il piacere di una avventura. Era assolutamente convinta che le avrebbe dichiarato il suo eterno amore. Era certa che si sarebbe trovata tra le braccia il più grande mazzo di profumate rose rosa, oppure di delicate violette, che mai si fosse visto. Era certa che lui avrebbe fatto apparire, come per magia, un piccolo cofanetto, dentro il quale brillasse il più romantico anello di fidanzamento. Sicuramente, il lungo periodo tra disperazione e solitudine, durante la dura lotta per la riabilitazione di suo figlio, le aveva fatto perdere ti senso della realtà sul piano sentimentale. L'insostenibile voglia di sentirsi desiderata, amata e sostenuta da qualcuno, per di più dalla persona della quale si era ciecamente fidata, non le faceva vedere oltre la ragnatela della sua fantasia. Non era solo perdutamente innamorata: purtroppo, suo malgrado, era malata d'amore...
Cercando di contenere la sua esuberante gioia, si preparò con meticolosa cura. A quei tempi, pesava cinquantasei chili con un'altezza di un metro e settantadue centimetri e, con l'aiuto di un bel modello di scarpe a tacco alto, poteva superare anche un metro e ottanta. Scelse un vestito con un disegno scozzese bianco e nero. Sulle maniche, sulle spalle ed intorno al collo aveva inserti di velluto nero. La cintura alta, di camoscio nero, evidenziava la vita snella sopra la gonna a ruota. Anche le scarpette erano dì camoscio nero, naturalmente cori il tacco alto. Le stesse scarpe sono ancora oggi gelosamente conservate in un angolo nascosto della sua casa.
Durante la cena, mentre le lancette dell'orologio correvano troppo velocemente, si rendeva conto, ancora di più di quanto desiderasse fare parte della sua vita. Era un pozzo di sapienza, conversatore eccellente, tanto che l'iniziale agitazione e insicurezza si dissolse presto, facendo spazio ad un'ovattata beatitudine.
Al ristorante si fece tardi, ma, non volendo ancora rinunciare alla sua compagnia, lei non seppe resistere al suo invito di fare una scappatina nel suo studio: "...tanto per continuare le nostre chiacchiere, accompagnate da un goccio di whisky...".
Mentre parlavano del più e del meno, lui aveva abbandonato la sua enorme poltrona che troneggiava dietro la scrivania, e si era seduto più vicino a lei, sull'altra delle due poltroncine d'epoca. Gudi si accorse che, ogni tanto, gli occhi di lui, con discrezione, ma nello stesso tempo con mal celato entusiasmo, scivolavano su e giù per le sue gambe incrociate. Osservava i tacchi alti, le calze nere che sfumavano la sagoma delle caviglie, dei polpacci e di un pezzettino di ginocchio. Un po' a disagio pensò: "Forse sono troppo provocante..." Così, con un gesto rapido, si tolse le scarpe e cercò di acc3vacciarsi alla meglio su sé stessa, ricoprendo il tutto con l'abbondanza della gonna.
Dentro di sé, rimase in trepidante attesa. Troppe volte, abbracciando il suo cuscino nel buio segreto della notte, aveva immaginato il delicato incanto del loro primo bacio.
Improvvisamente, egli mise fine alla conversazione e si alzò in piedi. Prese le sue mani e le baciò: tenendole strette, cercava di darle la forza della disinvoltura per rimettere i piedi per terra. Lentamente, l'attirò a sé e cingendola con le sue braccia, la baciò con sensuale trasporto. Gudi si sentì piccola, protetta, amata. Durante quei preziosi secondi di abbandono, credette veramente dì essere al sicuro, felice ed a casa. Ma troppo presto, la tenerezza svanì. I baci di lui si fecero più ardenti e lei sentì le sue mani, impazienti, farsi più invadenti ed audaci. Stava per chiederle tutto e subito, quando, nella sua focosa eccitazione, le morse il labbro superiore. Il dolore diede una scossa definitiva alla decisione di lei, mentre, ancora dentro di sé, pregava:
"No, non ora,... non rovinare tutto,... non la prima volta!..."
Lui era riuscito a spezzare la fragile ragnatela del suo mal d'amore. Si divincolò, raccolse le scarpe, la giacca, la borsa e fece ciò che le suggeriva l'irrazionalità del suo istinto: una clamorosa fuga!
Nella fretta, più che chiudere, fece sbattere la porta; ancora ricorda, con un misto, tra pungente delusione per l'impazienza da lui dimostrata ed un vago disagio per averlo abbandonato, le parole che aveva udito uscendo: "E mi lasci così...??"
Passò una notte tormentata da sogni infranti, che turbinavano nella sua testa come fiocchi di neve impazziti. Non riusciva a credere a quello che era successo. Anche se, durante la sua "ovattata beatitudine" aveva dimenticato tutto quello che si era aspettata dall'immagine di "principe azzurro" che aveva imposto alla sua persona, non voleva ammettere che troppo incautamente si era lasciata dominare dalle sue fantasticherie. Il suo primo incontro era naufragato nell'inconsistenza di una bolla di sapone.
Comunque, quello che provava per lui era così saldamente ancorato dentro di lei, che continuò a cullare la speranza di una grande storia d'amore, rinforzata e sostenuta dal pensiero di Lord Bayron: "L'amore è l'elemento in cui viviamo. Senza di esso vegetiamo appena".
Il maltempo imperversava sul continente, le impediva di viaggiare ed anche di potersi allontanare il più possibile dai dubbi e dalle domande che la opprimevano: in lui, quali reazioni erano le più forti? Rabbia, indifferenza, curiosità?
Era passata una settimana, quando, sempre di mercoledì, squillò il telefono. Ebbe la sensazione che il suono avesse un non so che di insofferente e prepotente. Ci volevano pochi passi per raggiungere l'apparecchio, ma proprio mentre li percorreva, cercava di farsi scudo con i punti fondamentali negativi e positivi, che facevano parte del carattere di lui: l'insofferenza, una lieve forma di prepotenza, un simulato distacco dalle persone e la sua permalosità, abbondantemente nutrita da un esagerato senso di orgoglio. Tutto questo per nascondere con cura la sua timidezza di fondo, un tocco di ansiosa insicurezza, una forte emotività, sfumature di autentico romanticismo, qualche volta sopraffatto da una irruente passionalità. Purtroppo, appena Gudi ebbe alzato la cornetta del telefono ed udito la sua voce inconfondibile, dimenticò immediatamente le sue intuizioni, cioè, che per sostenere e mantenere un sentimento d'amore per un uomo pieno di contraddizioni, come lui, avrebbe dovuto apprendere l'intricata arte della diplomazia e della pazienza e farla diventare una virtù.
La stessa sera, impazzita di gioia, non sapeva fare niente di meglio, che scivolare sopra la sua nuvoletta rosa verso un altro appuntamento.
Questa volta fu tutto diverso. Non dovette nemmeno scendere dalla sua nuvoletta. Si trovò fra le braccia un meraviglioso mazzo di rose rosse a gambo lungo. L'approccio era dl una tale coinvolgente delicatezza, che non si rese nemmeno conto che avrebbe anche potuto resistergli. Era pronta a mettere da parte i suoi sogni, i suoi disagi e le sue tante paure. Inoltre era primavera. L'aria notturna era tiepida, complice, leggermente profumata di erba e boccioli appena spuntati. La luna spiava indulgente attraverso le finestre alte, mentre l'attrazione dell'uno verso l'altro, li fece sprofondare dentro un soffice alone di languida magia...
Ancora un po' intontiti, ma meravigliosamente appagati, cercavano di recuperare la realtà, fumando in silenzio una sigaretta. Pensierosa, lo spiò attraverso riccioli di fumo. Tra pochi giorni, sarebbe partita di nuovo. Ma prima di uscire da quella stanza, il suo grande bisogno di sentirsi amata, le fece di nuovo perdere il contatto con la realtà. Lei, mentalmente, fece appello alla generosità d'animo di un uomo che non conosceva, sul quale si era inventata tutto, l'amore, il presente ed il diritto, sempre per amore, di un futuro. Il suo cuore incominciò a tumultuare nel petto, strozzato dall'ansia, dalla speranza e dall'insicurezza. Troppo impulsivo ed il più delle volte indomabile, chiedeva certezza. Così, di punto in bianco, le sfuggì la domanda che non spettava a lei pronunciare:
"E se ci mettessimo
insieme..., e se andremo d'accordo..., mi sposi?!.." .
Gli si leggeva
lo stupore in faccia. Poi un guizzo di luce maliziosa gli illuminò
gli occhi per un istante. La bocca si indurì mentre uscì
una sola parola:
"No!"... Era
imperativo.
Aveva trentasei
anni e lui cinquanta...
Se voleva,
aveva trovato un uomo.
Se voleva,
per ogni mercoledì.
Da lui, non
era questo quello che voleva.
Erano tutti
e due in un'età dove il mondo era loro. Quella sera si lasciarono
peccando, senza riflettere, di orgogliosa vanità.
Gudi non ha
mai avuto il coraggio di affrontare fino in fondo l'ipotesi: "E se... lui
invece di un secco "no" le avesse risposto con un semplice "vedremo", lasciandola
proseguire sul filo della speranza...?! Oppure se... fosse stata più
saggia e meno precipitosa...?!
Allora, era completamente all'oscuro delle ragioni sconvolgenti che avevano segnato ancora di più il suo complicato carattere e dato un'importante svolta alla sua vita: la sua vedovanza, avvenuta appena un anno e mezzo prima del loro primo incontro, e con essa la responsabilità di dover allevare due figli adolescenti. Consapevole del suo nuovo ed impegnativo ruolo, ma anche coinvolto profondamente nelle usanze della sua terra, sicuramente non si sentiva pronto ad avviare e giustificare davanti a tutti, un nuovo legame ai confini del matrimonio.
Si persero di vista per molti anni. Per Gudi sarebbero stati anni di piombo: falsità, inganno, umiliazioni, disperazione e malattie, era ciò che sarebbe traboccato in abbondanza dall'amaro calice...
1985...
Io...: "Che
vuoi da me, che non mi lasci, Sogno?..."
Sogno: "Dolci
cigni d'oro e dolci lune nere.
Io...: "Voglio
giorni e notti limpidi e senza segreti!..."
Circa un anno dopo il categorico "no", Gudi si lasciò avvicinare da un essere diabolico, interessato solamente al suo conto in banca. Quando in seguito, si domandava come aveva potuto cadere in quella trappola, veniva fuori sempre la solita storia: era talmente stanca di solitudine che, per un sorriso, un complimento e un po' di carezze, avrebbe sbagliato comunque.
Tanto, chi amava l'aveva respinta e senza più cercarla. Era riuscita a reprimere il suo "mal d'amore", ma divenne comunque inevitabile che, mentre, sepolto sotto una lastra d'acciaio di ferito orgoglio agonizzava l'amore, al di sopra, ogni cosa che poteva far parte delle mille sfumature di un innamoramento, aveva facile gioco. E poi, lui possedeva una cosa meravigliosa, una grande famiglia, costituita da una madre, fratelli, sorelle, cognate, cognati, nipoti; tutti disposti ad accoglierla e coinvolgerla nelle loro manifestazioni di incondizionato affetto. Probabilmente, avevano riposto in lei la speranza di poter redimere il "fratello smarrito", tenendole nascosto quasi fino all'ultimo che era la "pecora nera" della famiglia. Gudi, sedotta, più che dall'uomo, dalla gioia di fare parte di una grande famiglia unita, passò con molta noncuranza sopra le piccole avvisaglie che le si presentavano ogni tanto, e, quando non poté più fare a meno di prendere nota dell'ignobile tranello, era tardi. Troppo denaro: "solo in prestito, parola d'onore", era passato nelle sue tasche. Lui, non soddisfatto, di quello che avrebbe potuto ottenere con il suo lavoro, del tutto sufficiente per una vita confortevolmente agiata, era irresistibilmente attratto dall'inganno e dalla frode, riuscendo a dilapidare fortune, non solo quella di Gudi, ma anche degli altri. Lei scoprì anche, sempre troppo tardi, che lui aveva arredato in modo esclusivo un costosissimo appartamento per i vizi suoi e dei suoi degni compagni.
Purtroppo disponeva
del fascino di un serpente boa. Prima ti ipnotizzava e poi ti stritolava
con un sadico piacere.
Erano passati
otto mesi. Poi, un giorno, mentre Gudi stava in anticamera intenta a salutare
un'amica, all'improvviso un muscolo della gamba le cedette: si accasciò
per terra e si ruppe una gamba. Fu dimessa dall'ospedale con una placca
a nove chiodi nella tibia. Particolari problemi di decalcificazione la
costrinsero ad un "fermo" di tre mesi, ingessata fino all'inguine e ad
una sosta di altri tre mesi con un gambaletto sempre di gesso. Dopo di
che, le servirono tre mesi di fisioterapia per poter riprendere a camminare.
Purtroppo, qualsiasi sport che comprendesse un buon affidamento alle gambe
era per sempre impossibile, compresa la gioia di sentirsi padrona della
propria vita, galoppando sulla groppa di un animale fantastico, il cavallo.
Per tutto il periodo della convalescenza, dovette affidare suo figlio alle cure troppo indulgenti della nonna ed all'affetto svogliato e poco costruttivo della fidanzata. Vivevano in una casa di campagna, acquistata dietro esplicito consiglio dei medici della clinica universitaria di Innsbruck, dove avevano iniziato un programma di riabilitazione, che avrebbe dovuto spronare Roby verso il movimento spontaneo, e cioè verso il traguardo di autosufficienza prevista dal primario. Ma come, col passare dei mesi di quell'orrendo anno, non era soddisfatta dei progressi di suo figlio, che poteva constatare solamente ogni fine settimana, così dovette anche rendersi conto di un graduale, offensivo disinteresse da parte del suo partner, nei suoi stessi confronti, e di un atteggiamento sempre più sprezzante nei confronti delle goffaggini e, peggio ancora, della instabilità psicologica di Roby. Davanti alle altre persone, splendeva nelle sue affettuose premure. Invece, quando erano soli, si dilettava delle sue bassezze. Le rinfacciava i difetti di Roby, manifestando apertamente il suo disgusto e le proibiva di riceverlo a casa quando lui era presente, imponendole uno strano codice di geloso possesso, Gudi doveva rendergli conto di ogni minuto della sua giornata: ciò nonostante, era considerata come un soprammobile: lo si guarda distrattamente, ma assolutamente non si tocca. Intanto, lui trovava ogni sorta di distrazione nell'alcova dell'appartamento segreto.
Appena fu guarita ed in grado di muoversi da sola, scoprendo e sommando strane coincidenze e piccole contraddizioni, non poteva più far finta di non accorgersi che c'era del marcio, e che si era verificato ciò che detestava di più. Era stata usata!... L'uomo, con l'inganno e le promesse, aveva approfittato del suo punto debole, la paura della solitudine. Ma ormai non poteva semplicemente cedere all'impulso di dileguarsi con la fuga. Doveva resistere, facendo buon viso a cattivo gioco, facendo finta di non aver scoperto nulla. Seguì un lungo periodo di tempo, durante il quale la malvagità dell'uomo aumentava, a mano a mano che lei insisteva nella richiesta del denaro preso "solamente in prestito"! Usava ogni più squallido mezzo per stancarla. Giocava con lei con la crudeltà del gatto col topo. Pensava che prima o poi non avrebbe resistito e che avrebbe sgombrato il campo, sconfitta. Però, lui, non essendo stato mai padre, non aveva idea di quale forza può disporre e di che cosa è capace una madre, specialmente se provocata ed umiliata fino all'esasperazione. L'aveva proprio sottovalutata...
Gudi era uscita dal matrimonio, con quattro mobili, senza soldi, senza casa, senza lavoro e con un figlio di otto anni ed una madre da mantenere. Tutti i loro averi faticosamente conquistati durante gli anni del matrimonio, insieme al valore della casa dove era nata e che era stata venduta per darle una dote, erano andati a finire nella borsetta di una ragazza assai scaltra, che, fino al giorno in cui aveva abbindolato il suo ex marito, aveva la professione di passeggiatrice sui marciapiedi della Versilia. Il padre di Roby, aveva ben pensato che, dopo nove anni di matrimonio e di sacrifici, doveva prendersi "cura" della poverina. Tanto che lei smise di "lavorare" e si diedero anche loro alla "dolce vita" degli anni settanta... La "poverina", lo piantò, per tornare pentita tra le braccia del suo protettore, appena il pozzo fu prosciugato.
Così, inevitabilmente e nel peggiore dei modi, si era infranto per sempre, l'unico grande sogno della sua vita, quello di essere moglie e madre, benedetta con il sacro vincolo del matrimonio. Aveva ventisette anni, quando dovette creare una nuova esistenza, per jei, suo figlio e sua madre, senza niente e da sola!
Questa volta, era non solo offesa, ma anche insopportabilmente insofferente, perché si rimproverava di aver scelto un uomo indegno, vile e traditore, soprattutto verso il ragazzo, che aveva sperato di aver trovato un amico leale e sincero. A questo punto, si giurò, il "diabolico", solo passando sul suo cadavere, l'avrebbe fatta franca.
Resistette a tutto. Era caduta in depressione da molti mesi; però, nonostante il suo pavido comportamento e le medicine che dovette assumere, riuscì a non farsi plagiare. Di tutto quello che succedeva, non poté fare parola con nessuno; ma esistono forze a noi oscure, che ci vengono in aiuto e ci forniscono la potenza per reagire e senza apparente preavviso!
Più passava il tempo, più si rendeva conto che stava arrivando al limite. Faceva sempre più fatica a parare i colpi bassi ed a digerire i bocconi amari. Doveva assolutamente uscire da quello stato di forzato isolamento. Sentiva sempre più grande il desiderio di stare tra la gente, di vedere visi nuovi, di seguire discorsi intelligenti. Voleva ritornare padrona della sua vita. Era aumentata di peso in maniera sproporzionata. Odiando il suo corpo ed il suo aspetto esteriore, aveva perso il gusto di avere cura di sé. Ed infine, ciò che peggiorava la situazione, era la lucida consapevolezza, che aveva un'altra volta buttati al vento, troppi, preziosi anni della sua vita!...
Primavera 1988
Seduta in fila con le altre pazienti nella grande sala d'attesa situata nel pianterreno dell'Istituto dei Tumori, aspettava di essere chiamata per una visita di controllo e per un pap-test. Erano dieci anni che seguiva la procedura del richiamo per le visite di controllo. Quello che, entrando in quella sala, la impressionava di più, erano le tante porte chiuse. Le sembravano ostili e sospettosi guardiani pronti a respingere chiunque non fosse autorizzato a conoscere il segreto della vita. Poi si spalancavano all'improvviso come le fauci di un mostro, ti ingoiavano e dopo un tempo interminabile, in base alle decisioni che ti aveva riservato il destino, venivi nuovamente espulso: con il batticuore, ma serena per lo scampato pericolo, oppure con il batticuore e la mente offuscata, incapace di credere che anche tu fai parte del grande esercito degli ammalati di cancro. Benigno, maligno, primo ricovero, secondo ricovero...
Per non perdersi in supposizioni catastrofiche, frugò nei suoi ricordi alla ricerca degli avvenimenti del lontano mese di...
Agosto 1977
Non volendo subire da sola i giorni del solleone d'agosto nella semideserta città di Milano, Gudi aveva deciso di aggregarsi ad un gruppo di amici che l'avevano invitata a partecipare ad una esperienza per lei del tutto nuov~ il campeggio. Il figlio, allora tredicenne, dall'inizio delle vacanze scolastiche, si era trasferito al mare, felice tra gli amici d'infanzia e coccolato dai nonni paterni. La madre era andata a fare visita ai suoi parenti che abitavano ancora nella sua città natale non lontana da Monaco di Baviera.
Come d'accordo, Gudi ed i suoi amici avevano intrapreso il viaggio per esplorare parte della costa jugoslava con l'intento di arrivare fino a Dubrovnik. Quando, durante il tragitto, dovevano percorrere delle strade dissestate, ogni scossa un po' più forte le procurava delle fitte di una certa intensità nella zona del basso addome. Le fitte, si presentavano anche in altre occasioni. Gudi, molto imbarazzata e non volendo rovinare le vacanze a nessuno, riuscì a mascherare il suo disagio fino al giorno in cui, seduta su uno sgabello intenta a pelare le patate, fu sorpresa da una fitta talmente allucinante che le strappò un grido. Nello stesso istante, lanciò per aria coltello e patate e, stringendosi le braccia attorno all'addome, cadde per terra, dove rimase rannicchiata finché il dolore non allentò la sua morsa. Il suggerimento di distendersi lentamente, invece di rannicchiarsi, le tornò molto utile in seguito; ogni volta che arrivava un'altra fitta, lei si attaccava ad uno dei tubi portanti della tenda, e si allungava il più possibile, riuscendo così ad allontanare il dolore in pochi minuti.
Ritornata a casa, il suo medico le consigliò di sottoporsi ad una visita ginecologica e, se fosse stato necessario, anche ad un pap-test. Gudi, però, vivendo nello splendore dei suoi trentadue anni, non gli diede tanto ascolto. Ogni volta che si presentava uno spasma, si attaccava allo stipite di una porta e, stirando i muscoli del basso ventre, aspettava...
"Ja sind Sie denn verrueckt geworden,... warum haengen Sie an meinem Tuerstock?" ... è forse impazzita, ... perché si è attaccata allo stipite della mia porta?"
Questa sarebbe stata l'ultima volta, che avrebbe potuto usufruire del trucchetto dello stipite, specialmente quello che divideva l'ufficio del presidente, nonché titolare della fabbrica, dall'ufficio delle sue tre segretarie, una delle quali era proprio Gudi. La voce ironica e tagliente che udiva alle sue spalle era proprio quella del suo datore di lavoro, un grande industriale austriaco, già avanti con l'età, ma con una insuperabile carica vitale. Un personaggio indimenticabile per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Da un lato era esigente al massimo e temuto per la sua implacabile collera, quando si trattava di lavoro; dall'altro lato era generoso, comprensivo e sempre disponibile a risolvere i tanti problemi, specialmente quelli della salute, dei suoi collaboratori. Aveva perfino mandato un operaio affetto da seri problemi al cuore, con un aereo privato a Parigi per fargli avere le migliori cure possibili... Comunque, Gudi adesso non avrebbe più potuto rimandare la sua visita ginecologica. Un ordine di "sua eminenza grigia", come lo chiamavano affettuosamente, non si discuteva, e in questo caso, l'ordine pronunciato era:
"Morgen, lassen Sie sich untersuchen und informieren Sie mich sofort ueber das Ergebnis, dann werden wir sehen wie wir Ihnen weiterhelfen koennen!"... domani, si faccia visitare e mi comunichi immediatamente l'esito, così vedremo come poterla aiutare a procedere!..."
Lavorare sotto
le grandi ali protettrici "di sua eminenza grigia", era stata non solo
una grande esperienza di formazione professionale, ma anche il periodo
della sua vita più ricco di soddisfazioni.
16 dicembre 1977...
...
Questa fu la data del suo ricovero all'Istituto dei Tumori, in base ai
seguenti risultati diagnostici: istopatologia: carcinoma spinocellulare
reperto macroscopico:
nodulo con un diametro di mezzo centimetro
reperto neoplasia:
maligno.
A quei tempi, l'istituto era di dimensioni più piccole e certamente non così stipato di persone bisognose di aiuto, come lo sarebbe diventato venti anni dopo.
La sistemarono in una camera a due letti, condire altro un bagno a disposizione. Tutto era lindo ed in ordine. Ancora regnava, come responsabile di reparto, una suora con la sua maestosa figura, il suo candido, inamidato e frusciante abito e lo svolazzante velo del suo copricapo. All'ingresso del reparto, era stato eretto un albero di Natale, luccicante dei suoi addobbi, che faceva venire le lacrime agli occhi a chi, sapendo di non poter tornare a casa, si fermava a guardarlo.
Gudi fece amicizia, lo stesso giorno del suo ricovero, probabilmente a furia di fissarla, con una donna, della quale l'avevano colpita la grandezza e la luminosa profondità degli occhi celesti e che, come poté scoprire qualche giorno più tardi, era dotata anche di una straordinaria voce di soprano.
Quando Gudi
si svegliò dall'anestesia dopo il primo intervento, si trovò
accanto un paio di sorridenti infermiere: "Meno male che si è svegliata.
Ci ha messo in subbuglio tutti quanti, lo sa?"
Lei, ancora
intontita, non riusciva a dire altro che: "Davvero?"
"E' vero,
si, continuava a pronunciare dei numeri, sempre gli stessi, e non ha mai
smesso fino a questo momento."
"Sul serio?"
"Comunque, nel frattempo, abbiamo anche scoperto che si trattava del numero di telefono di casa sua. Può stare tranquilla, abbiamo informato sua madre che tutto è andato bene e che non deve preoccuparsi "
Qualche giorno dopo, fu sottoposta alla diatermocoagulazione. Nella sala del trattamento, si entrava e si usciva con le proprie gambe, e l'emozione, ognuno la deve gestire come può. Quando Gudi era già sistemata sul lettino, pronta per l'intervento, scoprì che una delle assistenti del professore era nata vicino a Bolzano e parlava tedesco. Simpatizzarono subito: l'assistente le prese la mano e, tenendola stretta, incominciò a parlare di musica, e insieme ricordarono alcune canzoncine del loro periodo scolastico. Così andò a finire che, mentre nell'aria si incominciava a diffondere un leggero odore di carne bruciata, loro erano indaffarate ad intonare vecchi ritornelli. L'idillio si interruppe inaspettatamente, quando a Gudi scappò un lungo acuto per il bruciore che avvertiva nella zona dell'intervento e, come reazione spontanea di difesa, non le venne in mente niente di meglio che tirare una pedata al professore. Per fortuna aveva mancato il colpo, e lui non si era offeso, anzi continuò a scherzare sulla sua prontezza di spirito. La causa di tutto questo scompiglio era stata la placca isolante: non si sa come, ma era scivolata via. Appena la placca fu rimessa al suo posto, Gudi e l'assistente intonarono un altro ritornello e presto anche il piccolo intervento era finito.
La stessa sera, era stata organizzata in una grande aula una festa prenatalizia, dove tutti i pazienti, oppure i loro parenti, potevano intervenire esibendosi nel canto, nella danza o con un numero comico, particolarmente gradito ai bambini. L'ultimo numero dello spettacolo era l'aria dell'Ave Maria di Schubert, eseguita dalla signora dagli incantevoli occhi celesti. Le note intense e melanconiche, insieme alle parole di preghiera che salivano verso l'alto, superando il tetto, per inoltrarsi nell'infinito dell'universo, con la supplica di essere ascoltate, avevano suscitato una carica emotiva di sgomento, di tristezza e desolazione così forte, che alla fine della melodia si creò un lungo silenzio. Solamente lo spirito non turbato di un uomo che reagì con un secco: "brava..., brava...", aveva riportato i partecipanti al presente, tributando alla cantante il meritato applauso.
Il giorno dopo, vigilia di Natale, Gudi firmò le carte nelle quali dichiarava di voler uscire dall'istituto sotto la propria responsabilità. Per niente al mondo avrebbe rinunciato a passare i giorni di festa insieme a suo figlio, allora quattordicenne, ed a sua madre, che, appena la vide varcare la soglia di casa, le si gettò fra le braccia, scossa da una crisi di pianto. Sopra la spalla di sua madre, vide, nella penombra del corridoio, la sagoma di suo figlio, appoggiato al muro, alla ricerca di un sostegno, intimorito ed incapace di decidere se doveva piangere o ridere. Le si stringeva il cuore di tenerezza vedendolo pigiato nell'angolo, in attesa di essere abbracciato, forte, tanto quanto sarebbe bastato per rassicurarlo, senza mettere in crisi la sua fase di crescita tra impaurito adolescente ed impassibile uomo.
Allora, nessuno le aveva parlato di cellule maligne, del rischio che correva e delle possibilità di una ricaduta. Tutti si erano congratulati con lei, perché "l'aveva scampata per un pelo", e quando, dopo dieci anni, di visite di controllo, un po' infastiditi, le dissero: "Guardi, non c'è più bisogno che venga ogni anno, adesso può anche concedersi una pausa di due o tre anni...", tutti, compresa lei, erano convinti che fosse fuori pericolo e completamente guarita.
Quello che merita una particolare attenzione, è il fatto, che Gudi, non essendo al corrente del gioco delle probabilità, per tutto il tempo che 'venne dopo, ebbe la possibilità di affrontare il suo avvenire, vivendolo giorno per giorno con l'atteggiamento disinvolto, sia nel bene che nel male, di chi, non si angoscia in continuazione con la domanda:
"Quando...,
quando arriverà il giorno della ricaduta e con essa forse anche
la certezza di vedere diminuire la possibilità di una guarigione?..."
Primavera 1989...
Ed ecco, senza alcun segno di preavviso, era giunto il giorno della resa dei conti con il diabolico!
Erano a tavola. Gudi stuzzicò quasi con disgusto il cibo nel suo piatto, assorbendo con le lacrime agli occhi una delle sibilline cattiverie di quell'uomo. Quando, all'improvviso, lei sentì, incontrollabile come enormi onde spumeggianti, ribollire nelle vene, la potenza dei suoi avi bavaresi!... Wotan, impareggiabile dio dei guerrieri, con tanto di tuoni e fulmini prese possesso del suo spirito!... Esplose con una tale, inaspettata violenza in un attacco di ira, che l'altrui incredulo stupore non fece in tempo a trasformarsi in una minaccia. Era diventata una vera furia. Dove passava, seminava cocci, stracci, e mobili distrutti. Non avrebbe smesso finché non le sarebbe stata fatta giustizia: o l'infame o lei!
Pretendeva, all'istante, quello che di diritto era destinato a suo figlio e pretendeva la sua libertà! Nulla avrebbe potuto fermarla!... Avrebbe potuto uccidere...
Alla fine, riuscì ad ottenere buona parte del denaro in forma di assegno e la sua libertà. Non si voltò indietro quando, sbattendo con fragore la porta, uscì dalla sua prigione e dai suoi incubi!...
Riprese, distrutta ma contenta, pieno possesso del suo appartamento e della sua vita. Ma, come bene sappiamo, tutto ha un prezzo. Adesso, per il ricupero finale del denaro, sarebbe stata obbligata ad affrontare una disgustosa, martellante, venale, guerra fredda.
Ciò che non poteva immaginare, era che quell'uomo, oltre a continuare a minacciarla ed offenderla facendole passare le pene dell'inferno, visto che lei non poteva più reagire per non compromettere la buona riuscita della sua battaglia, avesse ancora in serbo il suo "colpo di coda"!...
Lo studio, per Gudi, ha sempre avuto un particolare fascino. Purtroppo, per questioni familiari, dopo la scuola superiore, era dovuta subito entrare nel mondo del lavoro: poi si era sposata molto giovane. Sovraccarica di doveri e responsabilità, non aveva più potuto trovare il tempo per continuare a studiare, nemmeno per soddisfare la sua curiosità. Adesso era giunto il momento giusto per farsi avanti. Così, alla "tenera" età di quarantaquattro anni, si iscrisse all'università di Pavia per un corso paramedico, della durata di tre anni: riabilitazione fisica. Avrebbe preferito frequentare l'Accademia di Brera ed aggiungere al suo hobby, la pittura, un tocco di approfondita competenza.
Gudi non convinta che Roby fosse arrivato al massimo del recupero, voleva conoscere nel dettaglio la realtà sulle condizioni psico-fisiche del figlio. Dopo cinque anni di insistente rieducazione, la sua ripresa fisica si manifestava con una autosufficienza limitata e stazionaria, quindi era chiaro che era destinato a rimanere per sempre invalido. La sua situazione psicologica era ancora molto conflittuale, specialmente adesso che la sua fidanzata, se ne era andata, dichiarando a muso duro: "... ho trovato di meglio!..."
L'unico fedele compagno, giorno e notte instancabile al fianco di Roby, era un trovatello. Era arrivato tra le braccia del ragazzo quasi un anno dopo l'incidente. Lui, al primo istante, lo aveva rifiutato, ma da quando il cucciolo, morbido e paffutello e, probabilmente, quantò lui bisognoso di affetto, si era appropriato del suo pollice ed aveva incominciato a succhiarlo con trasporto, per più di nove anni, niente e nessuno avrebbe più potuto separarli. Il trovatello si trasformò rapidamente in uno splendido esemplare di pastore tedesco, che Gudi e suo figlio, dopo una accanita ricerca di una parola che facesse onore al suo manto nero, battezzarono con il nome di "Dusky".
La madre, sempre unico punto di riferimento della movimentata vita di Gudi aveva ormai superato i settantacinque anni. Onnipresente e disponibile, soffriva, quasi stoicamente. Non riusciva a farsi una ragione della brutalità con la quale il destino aveva colpito il suo unico nipote. Per questo, Gudi non ebbe mai il coraggio di affliggerla raccontando tutto quello che aveva sopportato negli ultimi anni, affiancandosi ad un uomo indegno.
Alla notizia che si era iscritta ad un corso universitario, vide, dopo tanti anni, brillare di soddisfazione gli occhi di sua madre e di suo figlio. Improvvisarono anche un commosso brindisi. Sapevano che avrebbero dovuto continuare a lottare, tutti insieme, e nello stesso tempo, ognuno per suo conto. Però, adesso, c'era una nuova prospettiva. Capivano, senza parlarne, che potevano arrivare ad una nuova svolta. Dipendeva, come sempre, da Gudi. E siccome a lei sembrava di avere fatto la scelta giusta per il bene dl tutti e tre, si ripromise: devo arrivare fino in fondo!...
Autunno 1989...
... Il sole, reso più pallido da una lieve foschia, riusciva ancora a scaldare l'aria ed a rendere meno brusco e più piacevole il passaggio verso il periodo invernale. Turgidi grappoli d'uva assorbivano avidi gli ultimi tepori in attesa di trasformare il loro nettare in vino. Lungo le strade, siepi ed alberi, sollecitati dal ritiro della loro linfa vitale, avevano colorato le loro foglie, fiammeggiando nelle loro calde tonalità fra il rosso più cupo ed il giallo dorato. Stormi di uccelli migratori in volo, puntavano la loro stridente moltitudine verso paesi lontani, fuggendo dall'imminente gelo. La raccolta dell'ultimo granoturco apriva di nuovo l'orizzonte sulle vaste e spoglie distese di terra. Al crepuscolo, conigli selvatici si rincorrevano saltellando sui campi di pungenti stoppie, prima di ritirarsi nelle loro tane, mentre sopra i comignoli si affacciavano le prime spirali di grigio fumo. E nella pace della notte, sotto il beneplacito della luna, lungo deserti sentieri, le foglie cadute piroettavano sospinte da un venticello amico in un frusciante, giocoso addio.
Osservare, durante i suoi spostamenti giornalieri, fra la casa in campagna, Pavia e Milano, il lento mutare della natura neutralizzava le ansie di Gudi con un benefico senso di serenità.
Frequentare le aule universitarie le faceva rapidamente riacquisire una nuova voglia di vivere, ed una inaspettata nuova grinta, necessaria per poter assolvere i molteplici impegni e le incessanti difficoltà che l'aspettavano.
Aveva riscoperto in sé un piacere quasi infantile ad andare in giro a fare la studentessa, vestita di jeans, magliette, maglioni, scarpe da tennis ed una grossa borsa. Tutta elettrizzata, si divertiva a comperare pile di libri di testo. All'inizio, li sfogliò con deferenza. Purtroppo, ben presto, da autodidatta, si rese conto che la sua conoscenza della lingua italiana non era all'altezza del linguaggio medico. Fece una fatica immensa a memorizzare frasi e nomi di patologie. Iniziò a trascrivere tutte le parole che non conosceva, con appunti elaborati in ogni minimo particolare. Perse ore alla ricerca dei significati di parole a lei sconosciuti. E non solo, anche nelle specifiche spiegazioni scopriva nuove parole da interpretare. Impiegava altrettanto tempo in disegni anatomici, però la stimolava incredibilmente, imparare e riprodurre su un foglio di carta l'intrecciarsi di meccanismi perfetti e nello stesso tempo troppo fragili, che agiscono invisibili sotto la nostra pelle. Alla fine del primo anno di frequenza, si ritrovò con quattro raccoglitori da ufficio stracolmi di appunti, descrizioni e disegni.
Ogni interrogazione si trasformava in una specie di supplizio. E non solo per lei. Pur essendosi preparata con tanto entusiasmo, incespicava nella pronuncia e le sfuggivano le parole esatte, così troppo spesso gesticolava come un portabandiera durante le sue descrizioni anatomiche per poi finire in un disperato garbuglio tra: "quello" o "questo" o "come si chiama?"... E' ancora piena di gratitudine verso i suoi docenti, che, oltre ad avere un grande senso dell'humor dovettero mettere a dura prova la loro pazienza.
Aveva bisogno della loro pazienza. Infatti, tutto quello studiare non serviva solamente ad arricchire le sue nozioni neurologiche, ma anche a potersi dare una possibilità di lavoro e di guadagno per mantenere la propria famiglia. Per assistere Roby in prima persona, poiché non aveva voluto affidarlo ad estranei, aveva lasciato immediatamente il posto di lavoro. Da quel giorno, per potersi mantenere dignitosamente, per pagare le cure costose ed i continui spostamenti e per poter acquistare, alla fine, anche la casa in campagna, di tutti i suoi risparmi e dell'anticipo di risarcimento dei danni, ottenuto dopo due anni, a conclusione del processo penale, non era rimasta che una piccola somma. La sentenza del processo civile, nella sua crudele ingiustizia, era stata un vero affronto alle sofferenze ed alla vita rovinata e senza futuro di Roby. Non era rimasta altra scelta che ricorrere in appello. Ma ancora non si riusciva a prevedere la fine del processo. La presunta giustizia, nella sua inaudita insensibilità ed indifferenza, muoveva i suoi macigni nello squallore della sua lentezza e del suo verdetto finale. Comunque, non fece più nessun affidamento su una sentenza adeguata ai danni ed allo sconvolgimento imposto alla loro esistenza. Era troppo evidente, ormai, che non esisteva cifra al mondo per compensare il suo unico desiderio: riavere ancora suo figlio, esattamente come lo aveva visto uscire dalla porta di casa, un due luglio di troppi anni prima...
Sorridente, emanando l'invidiabile allegra spensieratezza della gioventù, sprizzando salute e fiducia in sé stesso e nel suo avvenire. La sua voce da uomo era piacevolmente profonda: ma le sue labbra erano ancora velate di umidità adolescente, quando per dimostrarle il suo affetto, con un bacione ed un abbraccio, con quel suo modo un po' impacciato e tenero, l'aveva salutata: "Ciao, Mammi, ci vediamo a pranzo..."
Un pranzo che non avrebbero mai più consumato senza un silenzioso, strisciante ricordo del giorno precedente l'incidente, quando bastava mettere un piede davanti all'altro per buttarsi il passato dietro alle spalle. Da quel momento e per ogni giorno futuro si sarebbe dovuto mettere un piede davanti all'altro, rimpiangendo il passato ed accontentarsi del presente, intimamente rifiutandolo.
Gudi aveva sempre pensato, anzi voleva continuare a credere, che il dolore per i dispiaceri affrontati, con il passare degli anni si attenui, si confonda, si amalgami con il quotidiano, cancellandosi. Ma non è vero. Giochiamo a scacchi con i nostri ricordi. Li spostiamo da casella a casella. Bianca, ricordi belli; nera, ricordi brutti. Scacco matto, ricordo eliminato. Poi, all'improvviso, innescata da una particolare vulnerabilità, scatta una scintilla ed automaticamente si mette in moto il primo pedone-ricordo, e un altro e un altro ancora. Allora, spinte dalle immagini, scendono le solite, amare lacrime a bagnare l'insopportabile sconfitta che non ha possibilità di resa.
In tali momenti di mortificazione, Gudi non vorrebbe stare nella sua pelle. Vorrebbe poter sgusciare fuori come un serpente, abbandonando il vecchio involucro, insieme ad una vecchia vita soffocata da domande senza risposta: " che senso ha?"... "dove andremo a finire?"... "dove ho sbagliato?"... "quante colpe dovrò scontare?"... "e per quanto tempo?"... e per quanto tempo potrò resistere?"... "perché devo desiderare la morte per poter entrare in un paradiso che non conosco?"... "perché non posso vivere la mia parte di paradiso, qui, in terra??" ..
Poi, per fortuna, le turbe, dettate dalla stanchezza e da una sempre più risentita solitudine, si attenuano, spariscono..., la vita continua...
Paradossalmente, più lei si guarda dentro, più si rende conto che, malgrado tutto, le piace vivere la sua piccola vita, proprio perché può attingere alle sue piccole soddisfazioni. Se qualche volta le piccole soddisfazioni le mancan9, o si fanno desiderare, allora si sofferma attentamente sulle cose che vede fuori e dentro casa, valutando bene ogni oggetto o soggetto: se quello che vede non riesce ad apprezzarlo, compresa la presenza di suo figlio, allora, piuttosto di soccombere alla sua stessa ostilità, si trincera in cucina, concentrandosi sulla esecuzione di un irresistibile dolce. La semplicità, con la quale Roby esprime la sua soddisfazione mentre gusta il suo sapore, la fa riflettere su quanto poco ci voglia per dare ed avere gioia, quel pizzico di gioia che la riconcilia con il presente e fortifica la sua preghiera:
"Signore, ti prego, donami una lunga vecchiaia, non lasciare che debba abbandonare la mia creatura. Là, fuori casa c'è il mondo, ma ci sono anche i lupi..."
Comunque, le giornate passavano talmente in fretta che Gudi non aveva molto tempo per farsi travolgere dai suoi abbattimenti, eppure, qualche volta, prima di coricarsi, la memoria la tradiva: rievocava, con una fitta di nostalgia, i momenti vissuti con la persona che ormai era diventata il suo amore segreto: l'inconquistabile avvocato. Per mezzo degli appuntamenti rigorosamente fissati dalla segretaria, si erano incontrati solamente per prendere delle decisioni inerenti la difesa di Roby. Lui, si era mostrato sempre di una gioviale professionalità.
Lei, aveva
cercato di rendere il più credibile possibile la sua recita della
indifferente dignità.
Era già
autunno inoltrato, quando con molta sorpresa, lui, personalmente, le chiese
al telefono se avesse potuto trovare un momento libero per incontrarlo
nel suo studio... Non le aveva indicato un particolare motivo, ma, siccome
la curiosità è femmina, dopo qualche giorno gli fece sapere
quando si sarebbero visti.
... Questa volta non voleva più sbagliare con la sua irruenza, non voleva più cedere alle sue emozioni, questa volta avrebbe resistito ad ogni tentazione...
La conversazione era piacevole. Lui volle sapere tante cose su Hoby, si congratulava per la volontà di Gudi di voler affrontare nuovamente gli studi: ma, soprattutto, sembrava interessato alla riacquistata libertà di lei. Non fece domande sulle difficoltà che avrebbe ancora dovuto superare, e lei, vergognandosi ancora per essere caduta nella trappola del "diabolico", era contenta di non dover entrare nei particolari. Quando, dopo un'ora, si salutarono, Cupido, di nascosto, incorreggibile, aveva già lanciato una piccola freccia, coinvolgendoli nelle trame di una nuova reciproca simpatia.
Si sentirono più spesso per telefono. Ogni tanto, prima di tornare a casa, Gudi si dirigeva direttamente da Pavia verso lo studio, solo per guardare per qualche minuto dentro i suoi grandi occhi e per ascoltare la sua voce. Qualche volta, si salutavano con un forte abbraccio, qualche volta con un lieve bacio. Con il passare dei mesi, avvertiva sempre meno la sua diffidente corazza. Anzi, credeva che le volesse comunicare la sua disponibilità, quando ogni tanto la sorprendeva con la domanda: "Allora, dimmi, sei libera?"...
E l'imbarazzo di lei aumentava ogni volta, quando era costretta a balbettare: "Non ancora... abbi pazienza... vedrai, succederà presto...". In realtà, il diabolico, minacciando: "se vengo a sapere che frequenti un altro uomo, non ti darò più niente", la teneva in pugno. Quindi non aveva altra scelta, che sollecitare ed aspettare che lui, tra un dispetto e l'altro, un po' per volta, saldasse il rimanente debito.
Alle sue brevi, sempre più frequenti visite, si aggiunse anche qualche uscita per cena: ma i loro momenti più intimi non superavano mai i limiti, confermavano la simpatia reciproca con il solito forte abbraccio o con il solito lieve bacio. Avevano stabilito una tranquilla intesa. Stavano bene insieme, ad un punto tale che, le sembrava di capire, anche lui dava molta importanza a questo lento conoscersi. Forse non la credeva capace di sostenere un rapporto, fatto di pochi momenti felici e tante rinunce? Forse temeva che la sua evidente impulsività ed inquietudine potesse farlo soffrire? Forse cercava di insegnarle che si poteva costruire un legame, solido e durevole nel tempo, anche senza sconvolgenti pretese, ma consapevoli del fatto che l'uno avrebbe trovato il suo rifugio nella costante presenza dell'altro?
Primavera 1990
"...
Nello specchio chiaro dei tuoi occhi,
nel sospiro
lieve di bacio in bacio,
venti desolati
investono urlando
l'ombroso
giardino dove è amore..."
Sarà stato l'effetto della primavera, del sotterraneo impaziente rimescolarsi della natura pronta per la sua rinascita. Anche Gudi incominciava a dare segni di inquietudine: sempre più insistentemente prendeva possesso di lei quello che chiamava: "il suo mal d'amore". I migliori anni della sua vita erano fuggiti via senza che lei avesse conosciuto e vissuto la serenità di un andamento regolare e costruttivo. Come donna, si sentiva tradita, umiliata, inutile ed arida. Nel profondo della notte, si rigirava nel letto alla ricerca di qualcuno da poter accarezzare, che potesse dare sollievo ai suoi brividi con il calore del suo corpo, sulla cui pelle potesse pigiare le narici ed inebriarsi del suo odore, in modo da poter approfittare di quella meravigliosa confidenza, nell'intesa reciproca di un atto d'amore non programmato. Desiderava che qualcuno l'ubriacasse parlando e cantando d'amore. Desiderava che qualcuno gridasse ai quattro venti: "ti amooooo...".
Subdolo e spasmodico, il desiderio di realizzarsi come donna, indubbiamente accanto a lui, ormai tormentava di nuovo la sua razionalità fino ad allora sostenuta. Dall'autunno il loro rapporto di precedente, tranquilla intesa si era rafforzato, ma la possibilità di progredire anche di un solo passo, dipendeva ancora dalla sua risposta alla domanda: "allora, non sei ancora libera?"...
Adesso mancavano pochi giorni a Pasqua e si incontrarono per farsi gli auguri. Come di consueto, sedevano, lui, dietro la scrivania, nella sua grande poltrona e lei, di fronte, nella poltroncina d'epoca. Chiacchieravano, scherzavano, finché lui, scusandosi, la pregò di pazientare un attimo, perché doveva finire di istruire una pratica. Gudi si era abituata a lasciargli il tempo di concludere il suo lavoro d'ufficio. Le dava un piacere particolare qualche minuto di intimità tutto per sé, poterlo osservare indisturbata ed in silenzio, come stava facendo in quel momento: studiava i lineamenti del suo viso, mentre lui, immerso nei suoi pensieri, sfogliava con calma uno dei suoi fascicoli; il modo in cui teneva la penna, mentre scriveva i suoi appunti; il suo abbigliamento, intonato, impeccabile. E poi accadde di nuovo, Gudi, perse il controllo della situazione: colpita da una incandescente freccia del suo "mal d'amore", non riuscì a frenare il malsano impulso. Ebbe sicuramente per tutti e due l'effetto di una cannonata, udire le parole che, incontrollabili, uscivano dalla sua bocca: "Quando avrò risolto i miei problemi e ci mettiamo insieme..., poi mi sposi?!..."
Lui non si mosse e non alzò la testa: probabilmente incredulo quanto lei, ascoltava il suono della voce che rieccheggiava nelle loro tempie. Lei era impietrita. Ancora una volta gli aveva chiesto un atto di fede e di generosità, per il quale lui non era disponibile. Spinta dall'istinto femminile ed anche dal panico, pensando che tra poco sarebbe stata troppo vecchia, aveva pronunciato la sua seconda proposta di matrimonio, e nel momento meno opportuno. Ma il peggio doveva ancora venire! Come un fulmine a ciel sereno, la colpì la sua tremenda risposta: "Giammai!"...
Esistono momenti
nella vita in cui vorresti diventare invisibile, sprofondare nella terra,
disintegrarti sull'istante. Bene, per Gudi questo era uno di quei momenti:
alzarsi dalla poltrona ed arrivare alla porta, le costò un pezzettino
di eternità.
Non ebbe più
il coraggio di cercarlo e lui "giammai" cercò lei.
Per fortuna era molto impegnata. Si concentrò ancora di più sullo studio e terminò il primo anno con un ottimo esame. Fu molto confortante constatare che almeno in questo era riuscita...
Estate 1990...
La casa in campagna era situata nell'Oltrepò. Dal giardino davanti alla casa, si godeva di uno splendido panorama sull'armonioso declinare della collina verso la pianura pavese.
Centenaria, ma di costruzione robusta, all'esterno era coperta di un intonaco bianco, sul quale spiccavano porte e persiane color verde bottiglia. All'interno, era ampia e luminosa. Nella sala da pranzo, c'era perfino un camino, davanti al quale si radunava la famiglia per arrostire costine di maiale, salsicce, polenta, castagne, mele e verdure varie.
Una vera gioia per gli occhi era la cucina, comunicante tramite un arco con la sala da pranzo. Lungo i muri, larghe lastre di marmo poste sopra basi in muratura servivano da piano di lavoro. Nelle parti alte, tre rustici scaffali di legno mettevano in allegra mostra pentole di terracotta, ghisa e rame, vasellami pieni di pasta, farina, zucchero, sale, varie spezie, caffè e marmellate, rigirate e cotte pazientemente per ore ed ore da nonna Francesca. In un angolo, era collocato il pezzo preferito da Gudi: una stufa economica di una forma inconsueta, cioè tutta tondeggiante, perfino negli sportelli e nei piedi d'appoggio. L'aveva trovata nel cortile, in mezzo al mucchio di cose già destinate alla discarica dal precedente proprietario. Quando se ne accorse, fu amore a prima vista. Era come se le avesse suggerito: "non lasciare che mi buttino via così, prendimi con te..."; e lei non seppe resistere al richiamo. Impiegò parecchi giorni per ripulirla e rimodellare all'interno le parti mancanti in terra refrattaria. In compenso, il cibo cucinato sopra i suoi incandescenti anelli di ghisa, dentro pentole di terracotta, risvegliava in lei il sapore indimenticabile e così difficilmente ritrovabile della sua infanzia.
Al primo piano, c'erano le camere da letto, mentre una enorme stanza, già adibita alla funzione di bagno, durante l'inverno fungeva da posto dei mille brividi. Cinque mattine si, e una no, il suo termosifone era otturato da una bolla d'aria. Dopo aver consultato tutti gli idraulici della zona, persero la speranza nel suo buon funzionamento. Ma a Gudi fondamentalmente non dispiaceva poi tanto, perché dopo le notti in cui la temperatura scendeva sotto zero, il mattino le regalava una rara sorpresa. Aprendo la porta del bagno, le alte finestre di fronte a lei, le offrivano uno spettacolo straordinario, disegnato sui vetri, un giardino incantato, luccicante di immacolate fantasie di fiori e foglie di ghiaccio.
Poi c'era l'ampia zona del sotto tetto. Nella sua perenne penombra, ispirava un fascino segreto e particolare. Lo si poteva raggiungere appoggiando una scala al muro esterno. Quando con un po' di fatica si riusciva ad addentrarsi, inaspettatamente si veniva investiti da un miscuglio di fragranze di sorprendente intensità.
Ad ogni cambio di stagione, nonna Francesca depositava lì i suoi "tesori". Dalle travi penzolava di tutto: camomilla, menta, uva, fichi, rosmarino, salvia, basilico, cipolle, aglio, alloro e fiori secchi. Sul pavimento si trovavano scatole piene di semi e di bulbi ed alla fine dell'autunno si aggiungevano i vasi di gerani. Ma il tocco dell'ambiente stregato, veniva disegnato da un intreccio di ragnatele, che impolverate e spesso spezzate, svolazzavano soavi, sollevate da un impercettibile movimento d'aria, dando il loro benvenuto come irrequieti fantasmi.
Acquistando li casa, Gudi aveva preso in consegna anche due gatte tigrate. Fuffa, la capostipite, con un manto a sfumate righe grigio scuro, e Fiffi, inseparabile figlia con un manto a righe di colore grigio argento e sottili fili di bianco. Evidentemente non erano state abituate a passare molto tempo in casa. In estate, arrivavano di pomeriggio per mangiare un boccone, accettando qualche coccola; poi si defilavano nell'erba alta. In inverno, avevano instaurato il loro rifugio nel tiepido ambiente del sottotetto e verso sera gradivano molto mangiare il loro pasto in cucina. Poi, soddisfatte, cercavano la compagnia dei loro padroni di casa, raggomitolandosi vicino a loro sul divano e ricompensandoli con il loro pacifico "ron... ron...". Ad una certa ora però, non c'era niente che le potesse trattenere più a lungo: si posizionavano sul davanzale della finestra e miagolavano in coro e senza sosta, finché non le facevano uscire. Fiffi e Fuffa, ben presto contraccambiarono l'affetto che ricevevano, proteggendo la casa dall'invasione dei roditori e di altri piccoli animali. Così, quando ne catturavano uno, immancabilmente il trofeo, prima di essere consumato, veniva depositato sopra lo scendiletto della persona da loro prediletta, la nonna. Le gatte si erano accorte che la finestra della sua camera da letto, d'estate e d'inverno era sempre aperta di qualche centimetro.
Dopo le iniziali manifestazioni di disgusto, presto diventò un'abitudine entrare nella stanza e trovare morto e stecchito un topolino, un ranocchio, una giovane talpa o una lucertola rigorosamente senza coda. Al ritrovamento, era d'obbligo svolgere un preciso rituale. Chi avvistava la preda per primo, doveva, se era possibile, radunare gli altri membri della famiglia; altrimenti, anche una sola persona era sufficiente per elogiare ad alta voce il successo della caccia. E sempre dopo qualche secondo, una delle due gatte arrivava gongolante, con la testa dritta e fiera e con la coda alzata e leggermente ricurva sulla punta, come lo spioncino di un sottomarino. Si strusciava un paio di volte intorno alla gamba, dispensando soddisfatta fusa e poi, con passo da parata, portava via il suo manicaretto.
Dopo la fatica degli esami, Gudi colse l'occasione di unirsi alla sua famiglia e passare la piacevole stagione estiva in campagna. La casa era circondata da qualche ettaro di terra. Uno dei ritrovi più belli era sotto un enorme ciliegio, altissimo: ci volevano le braccia di due persone per misurare la sua circonferenza. Ogni anno li deliziò con la sua abbondante produzione di frutti grossi, croccanti e succulenti. In primavera, la sua imponente chioma di fiori spiccava come un manto di neve sopra il verde mare di fogliame del vigneto. Esisteva anche un maestoso vecchio albero di fichi. I suoi frutti erano verde chiaro, piccoli, con minuscole semenze, dolcissimi. Gudi e Roby, in compagnia di Dusky, che ne era altrettanto ghiotto, divoravano buona parte della frutta, senza ritegno, direttamente sotto l'albero.
Al mattino, Gudi si dedicava al restauro di alcuni mobili rustici. La loro bellezza era nascosta sotto diversi strati di vernice, color verde pisello, azzurro chiaro, marrone scuro e guarniti con fiorellini autoadesivi. Lavati con soda caustica, livellati con carta vetrata e dipinti con prodotti che potevano esaltare il loro colore naturale, un po' per volta riacquistarono il loro antico splendore.
Ogni tanto, di pomeriggio, cercava di prendere un po' di sole, oziando nel giardino; ma per una "che viene dalla città", inesperta delle insidie campestri, non era poi un'impresa tanto facile. Per esempio, un giorno si era appisolata, sdraiata in mezzo al prato, sopra un lettino pieghevole, quando, ad un tratto, un insistente solletico non le diede pace. Ancora assonnata, aprì gli occhi ed alzò la testa per scoprire cosa poteva essere. Dalla sorpresa rimase a bocca aperta. Evidentemente, aveva disturbato il percorso di una indaffaratissima colonia di formiche. Una parte di loro, imperturbabili, si erano fatta strada salendo in fila indiana sulle gambe del lettino; avevano curvato verso destra; avevano proseguito per circa un metro lungo il bordo esterno del telo da bagno per poi intraprendere a salire ed a scendere dal suo addome; curvando a sinistra, erano tornate indietro un altro metro, alla ricerca della gamba opposta del lettino, dalla quale erano discese in fretta per congiungersi ad un altro gruppo che, più astutamente aveva cercato di aggirare l'ostacolo, creando tra l'erba un nuovo sentiero meno faticoso. Per fortuna, non avevano deciso di scoprire cosa potevano trovare oltre il limite segnato del bichini. Gudi sobbalzò, ma il lettino si rovesciò, e lei, perdendo l'equilibrio, atterrò con un superbo tonfo sul suo fondo schiena. Alle piccole formiche, la sua caduta deve essere sembrato un terremoto e, mentre una parte di loro cercava di fuggire in modo convulso, l'altra, nel tentativo di difendere il proprio territorio, la riempì di pizzicotti, lasciandole per ricordo delle chiazze rosse ed un detestabile prurito.
Dopo la colluttazione con le formiche, aveva imparato a collocare il lettino sul piazzale di ghiaino antistante la casa, quando una invadente cicala decise di scegliere il giardino di Gudi come sua residenza estiva. Bisogna premettere che lei è capace di sopportare tante cose, ma assolutamente non riesce a resistere ai rumori, specialmente se poi diventano forti, insistenti e costanti nel tempo. Nacque così la grande contesa di diritto e di possesso tra la padrona di casa e la cicala. Inevitabilmente, dal primo giorno ci fu guerra aperta. Tutte e due, testardamente, volevano la stessa cosa: il giardino. La cicala era tremenda. Sapeva come doveva comportarsi per fare letteralmente perdere la testa a qualcuno. Sembrava che aspettasse l'arrivo di Gudi per divertirsi un po'. Finché non era comodamente sdraiata e magari in procinto di addormentarsi, "l'usurpatrice" manteneva il silenzio. Ma poi nel momento della massima tranquillità e pace, con un fragore inaudito, iniziava il suo assordante concerto. Gudi, sempre più stizzita, per un po' di giorni, passò l'ora di riposo ad inseguirla con la canna dell'acqua e la cicala, seccata, abbandonava il campo per ritornare il giorno. dopo, più arzilla che mai. Era evidente che bisognava cambiare tattica. Quindi, appena incominciava, perfida com'era, il suo stridulo sfregamento delle ali, Gudi, con un bastone grosso e lungo prendeva a battere sui rami dove supponeva la sua presenza. Anche questa funzione di disturbo fece scappare, ma anche rientrare, il giorno dopo, la cicala. Andarono avanti in questa maniera per una settimana. Poi, un pomeriggio, cantando per pura vendetta, decise che si era stufata di scappare e che non sarebbe mai più uscita dal giardino di Gudi. Quando iniziò a battere sui rami, la cicala ormai priva di timore, ben visibile saltava di ramo in ramo, da un albero all'altro. E Gudi, sempre più presa dal: "vedremo chi la vince", correva dietro a lei. Ma la buona sorte fu dalla parte della cicala. L'inseguimento ebbe una brusca fine, quando una sugosa, prematura pesca, decise di frantumarsi sulla testa della padrona di casa, sconfitta padrona del giardino. Questo le sembrò veramente troppo, ma non poté fare altro che, brontolando parolacce per la rabbia, rientrare in casa e ripulirsi del colante pasticcio sotto una benefica doccia. Durante il tragitto, con la coda dell'occhio, notò la presenza di Dusky. Sdraiato all'ombra dell'abete, la testa diritta ed attenta, gli occhi color miele leggermente obliqui, la lingua penzoloni, dava l'impressione di essersi molto divertito; però, le comunicò anche un silenzioso e malizioso messaggio: "... ma chi te lo fa fare??..."
Aveva ragione. L'ora della siesta fu trascorsa in camera da letto. Il canto della cicala era sempre vigoroso e trionfante, ma almeno poteva chiudere la finestra!...
Ancora oggi, quando ricorda quella casa, Gudi ha dei momenti di vero rimpianto. Le mancano tanto l'albero di ciliege, il vecchio fico e la sua adorata stufa economica tondeggiante.
Settembre 1990...
... Purtroppo, le cose belle finiscono in fretta. Arrivò settembre ed iniziò il secondo anno di studio ben diverso dal precedente. Gli studenti si spostavano a ritmo serrato tra le aule per le lezioni teoriche ed i reparti ospedalieri per il tirocinio.
Nei primi mesi, dovettero imparare come usare in modo corretto i vari macchinari e come effettuare dei massaggi adeguati alle diverse patologie.
Il trasferimento nel reparto di rianimazione, per Gudi fu uno shock continuo. Non riuscì ad evitare di rievocare ogni giorno il degrado fisico vissuto da Roby, quando si era trovato in condizioni simili a quelle di questi pazienti. Così, non riuscì ad apprezzare e sviluppare nel modo giusto la grande opportunità che le era offerta sotto il profilo studio-medicina.
Seguì
la pratica nel reparto. di chirurgia, in quello di cardiologia e di oncologia
dell'apparato respiratorio.
In cardiologia,
Gudi non incontrò grandi difficoltà. Osservò con stupore
che, una volta operati, i pazienti potevano godere di una rapidissima ripresa.
In oncologia dei polmoni, i pazienti lottavano con abbondanti secrezioni postoperatorie. Aiutarli ad espellerle, era di vitale importanza. La prima volta che ella dovette assistere una paziente, quasi svenne, cadendo in braccio alla docente, per poi uscire di corsa dalla stanza e lasciare libero sfogo al suo stomaco. Non aveva calcolato che, già da bambina, ogni cosa che usciva dal naso o dalla bocca di altre persone, pur sofferenti, la faceva piegare in due per i conati di vomito. Comunque, dovette ammettere che è giusto quando dicono: "volere è potere". Giorno dopo giorno, riuscì a controllarsi di più ed a produrre alla fine un'efficace assistenza, anche se uscì dalle camere dei pazienti sempre più pallida di come era entrata.
Nel reparto di chirurgia ortopedica, rimase sbalordita nel vedere quante persone riescono in un solo giorno a fratturarsi qualsiasi osso del corpo. Insieme alla terapista alla quale era stata affidata, scoprirono la sua predisposizione per il trattamento delle persone anziane. Le prime volte che si avvicinava a loro, vide nei loro occhi sempre la stessa domanda: "Che sarà di me?" Bisognava liberarli dalla paura, indurli ad avere fiducia: non era difficile. Basta affrontarli con pazienza, comprensione ed una abbondante dose di buon umore.
Ebbe la sua prima soddisfazione come terapista, quando prese in "consegna" un uomo estremamente schivo e timido, che aveva lavorato tutta la vita come spaccalegna. Vergognandosi del suo male, aveva sopportato per vent'anni dolori sempre più atroci all'anca. Quando non esistette più medicina in grado di portargli sollievo, non gli rimase altra scelta che farsi operare. L'intervento era riuscito bene, però non c'era verso di abituarlo a tenere la gamba in extrarotazione esterna: posizione assolutamente da evitare, per non compromettere la buona riuscita della riabilitazione. Anche i suoi occhi esprimevano la solita domanda, quando vide Gudi per la prima volta. Ella iniziò a fargli fare qualche movimento che non gli procurò alcun male, anzi, presto lo tranquillizzò, tanto da indurlo ad un incerto sorriso. Continuando gli esercizi, lei cercava freneticamente una soluzione al problema di extrarotazione della gamba e fu fortunata, poiché, prima di salutarlo, le venne l'idea vincente. Seguita dal suo sguardo stupito per l'inconsueto atteggiamento, disegnò sul ditone del piede il simbolo di "smaily": faccia rotonda, due puntini per occhi, un largo sorriso e quattro righe dritte sulla testa, le quali significavano i capelli ritti per la disperazione, del tutto simili a quelli del suo malato, come gli fece notare scherzosamente. Si raccomandò di ricordarsi che ogni volta che perdeva di vista "smaiiy", il piede era da raddrizzare! La mattina dopo, i suoi compagni di stanza volevano lo stesso disegno. Mentre, parlando tutti insieme, cercavano di convincerla, lei, con la coda dell'occhio osservò il suo paziente. Timido com'era, non avrebbe protestato: però lesse nel suo viso un'espressione di ansiosa attesa, pronta a trasformarsi in una vera maschera di delusione, se lei avesse acconsentito. Così, Gudi decise che "smaily" doveva rimanere del suo paziente, in esclusiva. Il piccolo gioco fece parte delle sue giornate fino al momento delle dimissioni. Uscì dal reparto e dalla vita di Gudi ancora con l'ausilio di un bastone, ma con due gambe dritte come fusi.
In quel periodo, i suoi pazienti anziani la coprivano di affettuosa simpatia e montagne di cioccolatini. Lei era felice. Aveva trovato una nuova dimensione.
Marzo 1991...
... Era arrivata una nuova primavera e finalmente, insieme alla restituzione del "prestito", si concluse definitivamente ogni rapporto con il "diabolico". Adesso, se avesse avuto ancora un senso, si sarebbe potuta proclamare: libera ..!?
Subito dopo Pasqua, accettò di lavorare per l'assistenza sociale in un paesino vicino a casa sua. Occupandosi di persone anziane disabili, nel contesto di un ospedale è tutt'altra cosa che entrare nelle loro case. Vivere, anche solo per poche ore al giorno, le loro angosce e, qualche volta, anche il loro abbandono, inevitabilmente la rese molto triste. Conobbe ancora un altro aspetto della vita, che fino ad allora aveva completamente ignorato: essere vecchi, ammalati e soli. Non avere nient'altro che ricordi. Ricordi tenuti in vita da mobili antichi, lenzuola e tovagliette ricamate, oppure qualche soprammobile e cornici con fotografie in bianco e nero, ormai ingiallite e rese opache dal tempo. Singoli oggetti rimasti della dote e salvati per miracolo dalla distruzione tra una guerra e l'altra, con i quali trascorrere la maggior parte delle giornate e delle insonni notti. Stanchi dì tribulare e di soffrire, pregavano con voce sommessa i loro cari, inseparabili compagni della loro memoria, di intercedere presso il Signore per il permesso dl poterli raggiungere il più presto possibile..
Fine giugno 1991...
Forse per stanchezza, forse per distrazione, agli esami del secondo anno non riuscì a raggiungere un punteggio tanto soddisfacente quanto quello dell'anno precedente. E ne fu abbastanza delusa.
Settembre 1991...
Intraprese il terzo ed ultimo anno di studio. Almeno così credeva. Molto tirocinio, ancora lezioni e, cosa più eccitante, la scelta del titolo per la tesi. Indecisa tra la "Sclerosi Multipla" oppure il "Morbo di Parkinson", scelse "Il Morbo di Parkison nel paziente anziano". Consultò una infinità di libri di testo e tesi già depositate negli anni precedenti. E quando pensava di avere abbastanza materiale, sì perse disperata nella stesura del testo..
Marzo 1992...
Per tutto l'inverno era rimasta vittima di raucedini, mal di gola e veri attacchi influenzali con febbri alte. Era come se, per una causa inspiegabile, non fosse riuscita a produrre abbastanza anticorpi alla sua difesa immunitaria. Ancora per tutta la primavera, rimase vittima di un incessante raffreddore; ma la cosa che la preoccupava di più era che aveva perso parecchie ore preziose di tirocinio e questo avrebbe potuto seriamente compromettere il giudizio finale del suo esame...
Prese la decisione di vendere la casa in campagna. La fragilità psicologica di Roby incominciava a creare dei problemi alla nonna, tanto che, per due volte negli ultimi mesi, non era riuscita ad evitare delle vere fughe da casa. Ogni volta, avevano dovuto chiedere l'intervento dei carabinieri, ed ogni volta avevano trovato il ragazzo tra Genova e La Spezia. Alla domanda: "Ma perché?"..., le affermazioni di Roby riuscivano a far raggelare il sangue:
"Avevo nostalgia della mia vita, com'era prima dell'incidente. Desideravo anche vedere mio padre. Mia madre non ha più tanto tempo a disposizione, deve lavorare per poter studiare. Così ho deciso di andare da solo alla ricerca della mia vita ed anche di mio padre. Però, durante il viaggio, mi venivano dei dubbi e continuavo a pensare: "E se veramente riesco a trovarlo e lui non mi vuole tenere con sé, come faccio?"... A questo punto non sapevo più se proseguire o tornare indietro. Ma poi pensavo: "Che senso ha tornare indietro?"... Non mi piace più vivere! Non questa misera vita di handicappato ripudiato da tutti.
Nemmeno mio padre si preoccupa di me!... La mia fidanzata è rimasta con me finché vivevamo senza preoccuparci dei soldi che spendevamo, poi è scappata con un altro... Ogni giorno mi guardo nello specchio e la prima cosa che vedo, senza far caso al resto, è la mia faccia deforme e mi domando: "Perché..., perché??!"...
Preso dalla disperazione si rivoltava contro Gudi urlando: "E tu! Tu! come hai potuto farmi questo! Tu, perché non mi hai lasciato morire in pace, quando avevi la possibilità di decidere? Perché dovevo sopravvivere per forza, per te! Perché tu la chiami vita, quella che stiamo vivendo adesso??!... Guardati, guarda la nonna, guarda me, siamo tre infelici senza via d'uscita e basta!"... Dov'è, dov'è quel bastardo che mi ha rovinato la vita?... perché non è mai venuto a vedere come sono ridotto??! Ricordatevelo bene, io, questa vita non la voglio! E' inutile che mi guardiate così,... oppure c'è qualcuno tra voi che vuole fare cambio con me??...
Roby era diventato un tipo di poche parole, ma quando, non riuscendo a trovare uno scopo nella sua vita arrivava al punto massimo della sua sopportazione e investiva Gudi con la sua verità, il suo punto di vista, per lei era sempre molto difficile gestirlo. Non si poteva perdere nelle banalità di un: "ma Roby, che cosa dici"... oppure che senso avrebbe avuto replicare: "Io, faccio cambio con te"...
Quante volte aveva rigirato questa ipotesi nella sua testa, domandando. anche con molto impeto: "Signore lassù, tu che hai tutto: dimmi perché lui, e non io?"... forse la risposta che doveva accettare era proprio questa: "davanti ad una realtà del genere, troppo giovane, e senza studi conclusi, con una nonna a carico, che cosa sarebbe diventata la sua vita, da solo, senza parenti, cosa avrebbe potuto fare per sé stesso e per lei?"... Oppure lui, a dispetto dì tutto, sarebbe riuscito meglio di lei a ricostruirsi una sua vita, occupandosi anche della disgrazia della propria madre?"
Quante volte si era persa nel labirinto delle sue esacerbazioni mentali! Forse un giorno, con il tempo avrebbero trovato un modo per accettare gli eventi, senza farsi del male, fantasticando su irraggiungibili chimere... Intanto nel frattempo, inarrestabilmente, sarebbero dovuti andare avanti.
Con la vendita della casa, tutto sarebbe forse cambiato in meglio. Gudi avrebbe potuto finalmente esaudire il desiderio di sua madre e comperarle un appartamento tutto suo. Era arrivato il momento in cui, anche lei, aveva bisogno di staccarsi da loro e vivere una lunga pausa di tranquillità e pace.
Gudi, da parte sua, era felicissima di riprendere il "passerotto" ormai ventisettenne, di nuovo sotto la sua custodia. Aveva deciso di diventare libera professionista, proprio per poter conciliare il lavoro con il tempo libero che le serviva per poter seguire Roby ed occuparsi delle faccende domestiche.
Ora occorreva renderlo responsabile di sé stesso e di chi gli stava vicino. Doveva imparare a convivere, prima con sé stesso e poi con gli altri. Doveva provare ad integrarsi nella "società". Occorreva di nuovo avere polso e determinazione. Così come aveva fatto all'inizio, avrebbe dovuto rimettersi nei panni della mamma "cattiva" e intransigente. Sarebbe stato un altro duro compito. Lui, in quegli anni, era cresciuto, era diventato un uomo, quindi non poteva più esigere l'ubbidienza dell'adolescente, bisognava arrivare a farlo ragionare e soprattutto a prendere coscienza del fatto che non era poi tutto così brutto, che doveva volersi bene ed avere rispetto per la vita e per sé stesso. Ma cosa non avrebbe fatto Gudi, pur di migliorare le sue condizioni?
In ogni momento libero si dedicò con entusiasmo quasi frenetico a riportare il suo appartamento ad un nuovo splendore. Strappò via la carta da parati. Stuccò e livellò ogni buchino che incontrava. Mescolò per ore colori e dipinse soffitti, pareti e termosifoni. Disinfettò e strofinò in ogni angolo, riordinò armadi pieni di oggetti casalinghi e biancheria e scaffali stipati di libri. E di notte batteva la sua tesi, già rivista e corretta.
Maggio 1992...
Alla fine di maggio, riuscì a mettersi d'accordo con l'acquirente della casa e ricevette in acconto una somma, mentre la vendita si sarebbe dovuta concludere alla fine di luglio, in coincidenza con i suoi esami. Non le sembrava vero. A casa, tra le sue quattro mura, dette sfogo alla sua gioia. Saltellò per tutte le stanze ululando come un indiano.
Quando fu il momento di ritirare la tesi stampata e rilegata, non credette ai suoi occhi. La rigirò fra le mani come se si fosse trattato di un prezioso gioiello di Tiffany. Con le dita accarezzò le pagine. La sensazione era straordinaria. Se fosse esplosa, sarebbe stato per orgoglio...
Il giorno delle "bastonate", cioè del benestare per l'ammissione agli es