Seconda parte
Dicembre 1992...
... Gudi e la sua famiglia festeggiarono in un clima quasi solenne la domenica del primo avvento. Seguendo rigorosamente la tradizione nordica venne accesa la prima delle quattro candele, che, una dopo l'altra, a mano a mano che passano le settimane, scandiscono il tempo che manca al santo Natale. Ed anche questa domenica, come ogni domenica, la nonna prima di sedersi a tavola, mentre alzavano i calici per un brindisi, con tono di voce pacata pronunciò le parole: "Buona domenica, e che il Signore ci guardi."
Naturalmente,
adesso buona parte di ogni sabato, lei lo dedicava ai minuziosi preparativi
per l'appuntamento serale con il suo avvocato.
Si sentiva
di nuovo donna e, cosa importantissima, donna desiderata.
Iniziava sempre con un lungo bagno rilassante. Immergersi nella vasca da bagno colma di acqua calda al punto giusto, che sprigionava dai suoi vapori un lieve aroma di fiori e cannella, da lei era considerato una vera delizia. In attesa che diminuissero, con un leggero fruscio, le minuscole bollicine di una montagna di schiuma che aveva eretto intorno a sé, ascoltava assorta un brano del concerto per pianoforte n. 21 di Mozart. Ad occhi chiusi, era concentrata sulle note cristalline che si dissolvevano leggere nell'aria, quando ebbe la sensazione che qualcuno le avesse dato un pizzicotto all'attaccatura del seno destro. Con la punta delle dita cercò di individuare cosa fosse, e non fu affatto meravigliata quando scoprì che era un "bubbolo", uno dei soliti detestatissimi "bubboli" che la perseguitavano dall'età della pubertà, spuntando, rossi e rigonfi nei posti meno opportuni, durante il periodo pre-mestruale.
La domenica mattina, Gudi davanti allo specchio, controllò l'evoluzione, stranamente non era diventato né rosso né più gonfio. Magari non ha intenzione di farsi avanti, pensò, sarebbe molto meglio se si ritirasse subito. Passò il lunedì. Passò il martedì, ma il bubbolo non aveva fatto una mossa, era sempre lì, uguale, e lei incominciò - ad insospettirsi. Mercoledì, anche volendo credere con tutta la sua forza che il suo sospetto fosse infondato, decise comunque di lasciare un messaggio nella segreteria telefonica della sua amica, dottoressa in ginecologia: "Ciao, Viviana, sono convinta che non c'è niente, perché al solo pensiero mi metto a tremare. Quando puoi, ti sarei molto grata se tu volessi passare da casa mia per dare una controllatina al mio seno."
Gudi aveva sempre avuto molta stima per lei. Sapeva che era un'ottima professionista, ma la conosceva molto meglio come impeccabile padrona di casa, moglie affettuosa e madre di una infinita pazienza. Ma al di fuori del ruolo di madre e moglie, il suo carattere un po' ruvido, poco complimentoso ed estremamente realista, intimoriva Gudi che spesso si trovava in difficoltà quando desiderava comunicare con lei.
Viviana la richiamò la stessa sera, confermandole che sarebbe passata l'indomani, giovedì, appena avesse chiuso l'ambulatorio...
Quando ebbe finito la visita, disse con il suo solito modo di fare serio: "Mi dispiace dirtelo, ho il sospetto che sia un tumore, sarà bene che tu faccia immediatamente degli accertamenti! Domattina presentati all'accettazione dell'Istituto dei Tumori, con la mia prescrizione per una visita urgente, e non dimenticare di portare il tuo vecchio numero di cartella clinica."
Due giorni dopo, sabato sera, Gudi non sapeva come comportarsi. Aveva cercato di imbastire un discorso su: cosa avrebbe fatto lui se si fosse sentita male. Però non aveva ottenuto altro che qualche risposta evasiva. Abituata da troppo tempo ad affrontare da sola i suoi problemi, decise di non insistere e di non svelargli la sua "spada di Damocle". Tanto per rinforzare la sua decisione, le venne in mente, che anche Giovanna d'Arco era salita da sola sul rogo. E poi..., ancora non era stata detta l'ultima parola...
Lunedì, già durante la visita, le fu confermato che si trattava di un tumore e così la stessa mattina si mise in lista d'attesa per il ricovero. Quella mattina affrontò tutto il percorso di visite, radiografie, biopsia e prenotazione, ciascuna con il suo tempo di attesa, con molta calma. Non si fece coinvolgere in nessuna conversazione, non memorizzò i racconti raccapriccianti che vennero captati dalle sue orecchie, però osservava tutto e tutti molto attentamente. Andava a caccia di particolari che avessero il potere di stuzzicare la sua fantasia, oppure il suo senso critico, capaci di tenere occupata la sua mente. Tutta questa finta calma si dissolse durante il tragitto verso casa. Si tormentava l'anima pensando a sua madre ed a suo figlio. Non era disperata. Si stava ribellando come se avesse ricevuto un verdetto di. ingiusta condanna. Si sentiva ribollire il sangue, tremando in tutto il corpo per un accesso di rabbia.
"Perché? Perché, si domandava, tocca ancora a me? Perché non ho il diritto di andare per la mia strada, pensando solamente al futuro della mia famiglia?" Gli anni erano passati inesorabilmente e troppo tardi si era resa conto di quanto passano in fretta. Da quando aveva ventisette anni, faceva da padre e da madre a suo figlio. Ogni decisione cadeva sulle sue spalle, e non era permesso sbagliare, mai. Aveva sempre cercato di essere una buona figlia, per una madre da un lato sempre disponibile e generosa, ma dall'altro lato esigente e intransigente come un generale. Ogni volta che si era innamorata, i suoi sentimenti più puri e sacri, erano stati ridotti a pezzi e gettati nel fango... Ma che razza di destino era questo? da quale fonte avrebbe raccolto la forza per comunicare la notizia alle sole due persone che contavano sempre di più sul fatto che in un futuro non troppo lontano, avrebbero potuto vivere serenamente sotto la sua ala protettrice? Questa volta non poteva risolvere da sola, e in gran segreto un altro "castigo"! E come avrebbe potuto pretendere di portare avanti il suo rapporto amoroso appena sbocciato e quindi nella fase più tenera, ma senz'altro anche nella più esaltante?... Possibile, che si fosse già esaurito il suo momento di tregua e il suo piccolo spazio di felicità?...
Ferma ad un semaforo, alzava gli occhi verso il cielo e scrutando con il cuore in gola, il suo impenetrabile colore plumbeo, queste erano le parole che lentamente prendevano forma nella sua bocca: "Signore, guardami, sono troppo stanca, sono troppo confusa, insomma, io,... io,... ne ho veramente abbastanza!..."
La prima cosa che fece fu chiedere il permesso di esonero dal tirocinio. Mancavano tre settimane a Natale. Ormai il più era fatto. Lei non avrebbe saputo nascondere il suo stato d'animo. Non avrebbe più saputo fare parte "dell'armoniosa allegria".
A casa, fece fatica a portare avanti, come al solito, i suoi preparativi pre-natalizi. Cercava di studiare, ma si rendeva conto che era troppo distratta, soprattutto perché si soffermava ad osservare suo figlio, sempre in lotta con il suo difficile mondo. Si impegnava per farle vedere qualche piccolo miglioramento, però si capiva che per lui non contava nulla. Deluso dagli esiti di tanti sforzi, imposizioni e sofferenze, incominciava a rimuginare sul suo passato, su come era stato, su quanto poco aveva vissuto, su che cosa avrebbe potuto diventare!
Gudi si sforzava di guardare dentro di sé. Cercava di ragionare con sé stessa. Aveva assolutamente bisogno di ritrovare il suo equilibrio, spirituale e psicologico. Aveva solo pochi giorni a disposizione, e poi non avrebbe più potuto tenere nascosta la notizia, né alla sua famiglia, né all'avvocato.
Venne di nuovo sabato e lei si recò al consueto appuntamento con la rinuncia nel cuore. Senz'altro, sarebbe stato meglio per tutti e due. Sapeva che lui, di disagi e sofferenze, ne aveva già affrontati e superati abbastanza nella propria famiglia. Gudi sapeva che un giorno avrebbe avuto bisogno di qualcuno, che con la propria presenza, l'avrebbe dovuta aiutare a varcare serenamente la "grande porta senza ritorno". Chi meglio poteva immaginarsi vicino a lei, se non il proprio uomo...
La cena si stava concludendo e lui era in attesa che Gudi si prendesse i soliti tre cucchiaini di whisky dal suo bicchiere per versarli nel caffè. Non lo faceva per bere un fac-simile di Irish Coffee. Era una piccola mania che lui le aveva concesso. Significava la sottile soddisfazione di un gesto da lei considerato di massima confidenza. Soltanto lei poteva pasticciare con il cucchiaino nel suo whisky, per di più in un luogo pubblico, considerando che non avevano una casa ed una vita privata per conto loro.
Adesso, per lei, era arrivato il momento di metterlo al corrente della situazione. Fece un profondo respiro, trattenne per un paio di secondi l'aria e poi iniziò a parlare: "Ascolta, amore mio, purtroppo già da qualche giorno avrei dovuto darti una brutta notizia, ma siccome per questo genere di notizie non esiste mai il momento giusto e tu tra qualche giorno parti per passare il Natale insieme ai tuoi figli ed ai tuoi parenti, non posso fare a meno di dirtelo ora."
Lui, subito
insospettito, alzò le sopracciglia e domandò: "Mica avrai
intenzione di lasciarmi?"
"Non esattamente..."
"Hai qualche
problema per incontrarti a Roma con me per capodanno?" "Non ho qualche
problema, solo uno, però vale abbondantemente per tutti!"
"Va bene,
se si tratta di Roby, non devi assolutamente giustificarti, spero che questo
sia ben chiaro, niente e nessuno ha la precedenza su tuo figlio."
"Ma non si
tratta di Robv, lui è felice quando sua madre è felice, quindi..."
"Allora, se
la causa non è Roby, sarà bene che ti decida a dirmi che
cosa hai..."
Un tumore al seno! Penso che stasera sia l'ultima volta che ci vediamo. Non voglio che tu debba fingere amore e stare vicino a me. Una volta operata sarò un mostro. E poi hai già superato tanta sofferenza, non voglio aggiungere anche i dispiaceri miei. Abbiamo aspettato tanti anni prima di decidere di stare insieme. Siamo appena all'inizio, e separarci adesso sarà più facile..."
Gudi teneva
la testa chinata in basso, non osava guardarlo, mentre rimaneva immobile
in attesa della sua reazione.
Dopo una pausa
abbastanza lunga, che evidentemente gli era servita per raccogliere le
idee ed assorbire il colpo, udiva, calmo ed inconfondibile, il timbro della
sua voce:
"Non voglio separarmi da te. Che uomo sarei abbandonandoti adesso. Ho scelto te così come sei. Se questo fa parte di te, sarà un imprevisto che affronteremo insieme. Tu sei una persona che non si arrende facilmente. Ed io, per quanto mi sarà possibile, ti aiuterò a vincere anche questa battaglia!"
Le sollevò il mento e lei, alzando lo sguardo, vide che i suoi occhi d'ambra luccicavano commossi, mentre con infinita dolcezza le baciava le guance rigate da lacrime silenziose.
La domenica del secondo avvento, Gudi si alzò presto, voleva cucinare il pranzo con particolare cura; ma sentiva un peso sempre più crescente opprimere il suo petto. La sala da pranzo, arredata con i mobili rustici portati dalla campagna, era raccolta ed accogliente. Gli addobbi, distribuiti con tanta pazienza, attribuivano a tutto una festosa allegria. La luce, sia delle candele del centrotavola, sia dei due abat-jour a stelo lungo affiancati ai due lati opposti del tavolo da pranzo, inondando tutto con un riflesso dorato, donava un particolare, intimo calore, e questo avrebbe dovuto riempirla di orgogliosa tenerezza. Invece sapeva che tra poco avrebbe dovuto tradire la loro serenità, così duramente conquistata. La domanda troppo spesso ripetuta anche adesso le martellava nelle tempie: "Perché, ogni volta che c'è da affrontare una situazione difficile, sono sempre così dannatamente sola?... Come, Dio mio, come potrò dimostrarmi più forte di loro? Tanto più forte, da saper disperdere le loro paure?"
Le sue meditazioni furono interrotte da uno schianto. Le era caduto il coltello ed il suo rumoroso rimbalzare era come un preavviso per Roby e la nonna: destatevi dal vostro torpore, la pace è finita. Il fracasso aveva riscosso la loro attenzione: colti alla sprovvista stavano seduti sulle loro sedie, all'erta, irrigiditi, leggermente spaventati.
"Scusate, non volevo spaventarvi. Sono un po' agitata, perché devo parlare con voi due, ma sinceramente non so come iniziare. So solo che da oggi dobbiamo restare uniti più che mai. Ci aspetteranno tempi difficili. Sono ammalata di cancro e devo essere operata per un tumore al seno..."
La madre la
interruppe subito: "No, non ci credo, vedrai che hanno sbagliato i tuoi
esami..."
Intanto impallidiva
sempre di più. Le stava cadendo il mondo addosso. L'aspro commento
del figlio fu: "Adesso mi capisci quando ti ripeto che questo è
un mondo infame e che non voglio più farne parte..."
Nel silenzio che seguì, Gudi rimase colpita dall'espressione di disperazione che segnava i loro volti. Si percepiva nell'aria le loro domande inespresse: "Perché mia madre?"... Perché mia figlia?"
Il primo ad alzarsi da tavola fu Roby, che andò a rinchiudersi in camera sua. Subito dopo, la nonna si rifugiò in cucina, alla ricerca di qualche lavoro da fare. Gudi rimase seduta. Osservava gli avanzi di cibo ancora sui piatti e il resto del pranzo che si stava raffreddando sopra i vassoi. Questa volta, non avevano più avuto la forza di stringersi l'uno contro l'altro. Non avrebbero mai voluto ammettere la loro fragilità, facendosi vedere, ancora frastornati, scoppiare in lacrime. Plasmati dagli eventi, avevano imparato a stringere i denti e smaltire il loro dispiacere, ognuno per conto proprio. Inoltre, lei sapeva che aveva mandato in frantumi ogni loro speranza in un nuovo, migliore futuro. Si era impegnata al massimo per mantenere la sua promessa. E non essendo più in età scolastica, ma vicino ai cinquant'anni, solo lei era in grado di giudicare quanta fatica e notti insonni le era costato. Non sapeva più cosa pensare. Non sapeva come consolarli. Nel petto, sentiva un dolore acuto, era come se le si spezzasse il cuore. Avrebbe tanto voluto alzarsi e scappare, magari su un'isola deserta e sperduta in mezzo all'oceano, dimenticando che era mai esistita, in attesa di essere azzannata ed uccisa con un colpo mirato, quasi come un atto di pietà, da un animale feroce. Tutto le sembrava meglio che essere divorata da una incontrollabile, maligna cellula impazzita che l'avrebbe straziata di dolore, costruendo i suoi tentacoli ed invadendo la sua carne, nella perversa intenzione di far marcire il suo corpo.
Rimase seduta a lungo fissando il vuoto, cercando di raccogliere i frammenti di pensieri che saettavano nella sua mente. Oltre al coraggio, non esisteva rimedio alla malasorte. Essa era un dato di fatto. Le soluzioni erano due: affrontarla e combattere o soccombere senza combattere. Punto e basta! Arrivata a questa conclusione, decise di sparecchiare il tavolo da pranzo e lasciare mano libera a sua madre nel rigovernare piatti e pentole. Intanto Gudi dispose sul tavolo del salotto una grande varietà di dolci ed il suo migliore servizio da tè; lasciò scorrere l'acqua bollente nella teiera sopra un mucchietto di foglioline nere, che immediatamente sprigionarono il loro aroma; collocò la teiera nel centro del tavolino e si guardò attorno. La stanza era sempre la solita, raccolta, accogliente, addobbata per i giorni di festa ed immersa nella luce calda delle candele e degli abat-jour. Perché rovinare tutto facendosi prendere dal panico? Ogni cosa a suo tempo, pensò: andò alla ricerca di suo figlio, lo prese per mano e lo portò in salotto facendolo accomodare in una poltrona e lo stesso fece con sua madre.
"Su,... non fate quelle facce, sono qui insieme a voi e non vi lascerò mai! E adesso consoliamoci con qualcosa di concreto, forza, assaggiate con me qualcuna di queste squisitezze..."
E mentre il sapore dei biscotti, del panettone, del marzapane e del tè ristabiliva la loro vulnerabile sicurezza, la televisione andò in loro aiuto con un vecchio film americano, la cui morale ideologica era semplice, ma efficace: "il buono vinceva sempre sul cattivo, l'amore faceva guarire tutti i mali e nulla poteva evitare un incuorante happy end.
Comunque, l'atmosfera natalizia era intrisa di angoscia. Quando fu finalmente il giorno della vigilia di Natale, Gudi, aveva confezionato e disposto sotto l'albero una montagna di regali e stipato il frigorifero con cibarie di ogni specie, ma nulla riuscì a far sorridere Roby e la nonna tanto da eliminare dai loro occhi lo sguardo triste e sperduto.
Per fortuna, i preparativi per la sua imminente partenza per Roma creavano qualche momento di distrazione. Lei cercava di coinvolgerli in ogni più piccolo dettaglio. Poi, per la scelta del suo abbigliamento, improvvisò una sfilata di moda con tanto di musica. Si esibì in maniera tanto scombinata, che la nonna, spesso, rimase senza parole, spalancando gli occhi inorridita, mentre il figlio si metteva le mani nei capelli, pensando che sua madre avesse perso davvero il buon gusto. Gudi lasciava che loro abbinassero di nuovo gonne e pullover e scegliessero i vestiti, le scarpe, le borse, i gioielli, le pettinature e le tonalità dei rossetti. Discutevano. Scherzavano. È finalmente, proprio in quella atmosfera di caotica confusione, durante un pomeriggio dominato dalla spensieratezza, si assottigliò la cupa tensione scatenata dalla paura per l'ignoto...
Capodanno 1992-1993...
... Conoscendo Roma, egli si improvvisò come sapiente e paziente guida. Gudi, attaccata saldamente al suo braccio, aveva l'impressione di essersi trasformata in "Alice nel paese delle meraviglie". Dovunque guardasse, qualsiasi angolo di strada girasse, era circondata da millenni di storia. Una sera, dopo cena, uscendo da un vicolo, inaspettatamente si trovò davanti Fontana di Trevi. Si fermò di colpo, dimenticandosi della gente che, vociante, affollava la piazza, irresistibilmente attratta dallo spettacolo che si offriva ai suoi occhi. L'eccezionale connubio fra il rigore classico degli elementi architettonici e la concezione scenografica delle sculture barocche riuscirono a trasportarla nel nicchione centrale, vicino alla maestosa statua di Oceano e a farla cavalcare con lui sulle onde impetuose del mare, su un cocchio a forma di conchiglia, trainato da cavalli marini preceduti da tritoni; ogni tanto, chinava la testa con un cenno di saluto alle loro virtuose compagne, la Salubrità alla loro destra e alla sinistra l'Abbondanza.
Egli aspettò pazientemente che Gudi ritornasse con i piedi per terra, poi la prese per mano e guidandola giù per la scaletta raggiunse con lei il bordo della vasca: prese due monetine, ne diede una a Gudi dicendo: "Voltati, e, mentre butti la moneta alle tue spalle dentro l'acqua, esprimi un desiderio!"
Eseguirono quasi contemporaneamente il loro gesto portafortuna e poi si avviarono per proseguire la loro passeggiata. Prima di risalire le scale, lei lo fermò ed alzandosi sulla punta dei piedi per poter raggiungere la sua bocca, la sfiorò con un lieve bacio. Mescolando il loro alito, voleva trasmettergli ciò che per lei non era solo un desiderio, era già una promessa... E tu, pensava Gudi, sperando di poter leggere la risposta nei suoi occhi, quale desiderio hai formulato?...
Festeggiarono
la sera di capodanno a casa di persone legate all'avvocato da lunghi anni
di affettuosa amicizia. Persone splendide, che, pur non conoscendola, la
accolsero a braccia aperte. Circondata dalla loro premurosa ospitalità
e vicino all'uomo che amava, per la notte di San Silvestro ed i due giorni
seguenti della loro permanenza, lei fu trasportata su un'ondata di felicità,
anche se, proprio nei momenti più entusiasmanti, avrebbe voluto
che suo figlio fosse presente, partecipe in mezzo a loro della stessa gioia.
ANNO 1993
7 Gennaio...
Finite le
festività, Gudi era di nuovo costretta a guardare in faccia la realtà.
Appena fu rientrata da Roma, le venne comunicato che la data del ricovero
era stata fissata per il ventisette gennaio. Essere al corrente del giorno
del ricovero la mise in uno stato di ansia così risentito che, di
notte, spesso si svegliava di sobbalzo, madida di sudore, ancora ansimando,
ma contenta di essere riuscita a fuggire ad uno dei tanti ossessivi incubi.
Invece, sarebbe stato molto più utile se avesse potuto usufruire
del sonno per ricaricare le sue energie, intenzionata com'era, a presentarsi,
durante il giorno, davanti alla sua famiglia con la più naturale
indifferenza. Purtroppo, e di questo si rammaricava, non sempre ci riusciva.
15 Gennaio...
Irrequieta e con una certa inclinazione alla fatalità, incomincio a farsi strada in lei il pensiero: "non si sa mai...". Perciò, decise da un giorno all'altro di partire per la Gran Bretagna: voleva far conoscere a Roby la sua amica Mavis...
Gudi aveva conosciuto Mavis circa quindici anni prima, durante il suo soggiorno-studio a Londra. Le era stata presentata dalla padrona della casa nella quale era alloggiata. Fin dal primo incontro, tra loro si era stabilita una grande intesa. Quando, dopo qualche settimana, era stata invitata da Mavis a trascorrere il week-end nella sua casa di Dover, Gudi aveva accettato raggiante, davanti alla prospettiva di passare qualche giorno in spensierata allegria. Aveva già avuto modo di conoscere ed apprezzare il carattere della sua nuova amica: radioso, sconvolgente nella sua vivacità e franchezza; dotata di una generosità senza limiti, ma anche chiacchierina fino allo spasimo...!
Dopo tre mesi di corso di perfezionamento in inglese, Gudi sicuramente aveva raggiunto una buona abilità linguistica, ma non era ancora in grado di affrontare senza difficoltà le conversazioni di Mavis, che scorrevano veloci come un fiume in piena. Ella era capace di tenere saldamente i fili di tre argomenti diversi saltando da un tema all'altro con l'agilità di un ranocchio sui petali delle ninfee; Gudi, imponendosi la massima calma, molto spesso riusciva a tenersi a galla, lasciando scivolare via il superfluo ed ancorando la propria attenzione sui principali soggetti delle frasi più elaborate o dispersive. Sapere afferrare i concetti era obbligatorio, perché quando Mavis riteneva di essere stata sufficientemente esauriente nelle sue spiegazioni o considerazioni, ti guardava con occhi grandi e umidi, da cerbiatta, esprimendo tutta la sua inesauribile voglia di confrontarsi con una risposta...
Gudi ricorda sorridendo questo piccolo aneddoto: Era primavera, quando, esaudendo il desiderio di Gudi, si erano recate in pullman in una cittadina presso Dover, per visitare una esposizione permanente di piccolo antiquariato. Durante il tragitto, avevano osservato le colline larghe e piatte che si confondevano una nell'altra; l'erba alta, di un verde intenso, che fluttuava ora più chiara, ora più scura, sottoposta all'incessante soffiare del vento; irregolari macchie bianche indicavano pecore al pascolo; piccole, ben tenute casette in mattoni rossi, circondate da altrettanto ben curati piccoli giardini, allegramente punteggiati da fiori primaverili, stringendosi una accanto all'altra formavano paesini compatti. Tutto infondeva la piacevole sensazione di indistruttibili tradizioni ed indisturbata tranquillità. Mentre Gudi, entusiasta, scattava le sue foto ricordo, Mavis, affabile e premurosa, puntava il dito: "guarda qui... hai visto là... e parlava... e commentava...", poi ad un tratto le aveva domandato maliziosa: "Sei sicura di aver messo la pellicola?..."
E, pregustando la possibilità dell'eventuale fattaccio, senza aspettare di sentire una parola affermativa, travolta da un attacco di ilarità, aveva proseguito il suo monologo.
Esauriti gli scatti disponibili, Gudi si era avviata verso il fondo del pullman, dove aveva lasciato la sua borsa da viaggio, aveva arrotolato la pellicola, aveva fatto scattare la chiusura per estrarla e cambiarla con una nuova. Quello che si era presentato ai suoi occhi, le aveva fatto quasi prendere un colpo. La macchina fotografica era vuota... non esisteva nessuna pellicola! Fingendo la massima disinvoltura, aveva cercato lo sguardo di Mavis, ma lei, miracolosamente, aveva deciso di confondere le idee all'autista.
Tirando un sospiro di sollievo, si era resa conto di essere salva. Mavis sarebbe stata capace di rievocare l'accaduto in qualsiasi momento e di divertirsi tanto, da farsi scendere lungo le guance copiose lacrime, continuando a ridere...
La loro amicizia aveva resistito a quindici anni di corrispondenza, sicuramente per merito di Mavis e del suo particolare modo di intendere il significato della parola amicizia. Lei era la parte generosa, senza egoismi, senza gelosie, senza rivalse ed orgogliosi silenzi. Scriveva le sue lettere periodicamente in modo semplice, genuino, sincero.
Adesso Gudi, seduta vicino a Roby, diretta versò l'aeroporto londinese di Heathrow, non vedeva l'ora di abbracciarla e farla conoscere a suo figlio. Mavis, candida creatura senza pretese.-..
Fu contenta della decisione presa, quando, rìei giorni che seguirono, vide l'amica che parlava con Roby, come se l'avesse sempre conosciuto, con sorrisi complici, con tenerezza materna, con franchezza affettuosa. Aveva portato suo figlio in Inghilterra anche per fargli conoscere una città spettacolare e versatile come Londra, ma quello che si rivelò più evidente e soddisfacente era che aveva portato Roby da un'amica!...
25 Gennaio lunedì...
Ossessionata sempre di più dal pensiero: "Non si sa mai", Gudi fissò un appuntamento con il notaio...
26 Gennaio martedì...
Dopo pranzo, in previsione di un lungo sciopero ospedaliero si sottomise alle cure di un buon parrucchiere. Poi, andò perlustrando i negozi del centro città, alla ricerca di una vestaglia adatta. Strada facendo, attratta dal suo sereno aspetto "vecchia fattoria", comprò un cuscino a forma di cuore, confezionato con una stoffa in cotone a quadretti verdi e beige. A casa, durante l'ultima cena prima del ricovero, cercò di fare la spiritosa e di distrarre un po' suo figlio e sua madre, che si trovavano in difficoltà. Non sapevano più cosa dirle e comeaiutarla. Ed alle domande:
"A che ora devi alzarti?"... "Come dobbiamo fare per accompagnarti?" Gudi non poteva rispondere nient'altro che: "Dunque, calmatevi. Faremo semplicemente così: mi alzo alle sei e voi restate sotto le coperte. Alle sette viene il Taxi che mi porterà a destinazione. Vi telefonerò verso mezzogiorno. Voi due invece, senza premura, un giorno verrete a trovarmi accompagnati da amici, d'accordo?".
Dopo cena, aveva appuntamento con il suo cactus. Mentre lui cercava di nascondere la sua emozione con un'allegria fittizia, come se Gudi stesse partendo per le Seychelles, lei trasgredendo volutamente alle buone abitudini, in mezz'ora tracannò tre whisky. Rimase a bocca aperta davanti ad un cofanetto blu, sbucato dal nulla, nel cui interno luccicava un braccialetto. Completamente stordita, sia dalla sorpresa, sia dal whisky, non fece nemmeno caso alle parole di lui: "Ricordati, sono qui che ti aspetto, ma non verrò mai in ospedale a farti una visita!"...
Tornata a casa, lei si mise a riempire il suo borsone come se dovesse davvero intraprendere un viaggio. Perciò, non mancarono phon, bagnoschiuma, shampoo per i capelli, creme per il viso e per il corpo ed il suo profumo preferito. Due libri, un mangianastri con cuffietta, musicasette incise da lei, per io più di musica classica, un bloc-notes e qualche penna. In ultimo, aggiunse con molta attenzione tre camide da notte. Semplicemente bianche, con bottoni fino in fondo sul davanti, avevano un particolare molto prezioso. Sua madre, volendo esserle in qualche modo vicina, con la pazienza dell'infinito affetto aveva applicato a mano piccoli bordi di tenero pizzo.
27 Gennaio mercoledì...
... "Fammi
un quadro del sole.
Posso appenderlo
in camera mia
e fingere
di scaldarmi"...
Era arrivato il giorno del ricovero. Gudi si svegliò pensando: "via il male, via il pensiero, forza ragazza, cosa sarà mai? ti è andata bene una volta, perché non dovrebbe essere così anche in questo caso?"...(E. Dickinson)
Mentre aspettava il gorgoglio della macchinetta del caffè, inspirando profondamente l'aroma stimolante, preparò la tavola per una ricca colazione, anche per Roby e la nonna. Quando arrivò il momento di partire, andò nella camera dl ciascuno e svegliandoli con un bacino li rassicurò:
"Mi raccomando,
non fatemi stare in pensiero e tenete sempre presente questo, io ritorno,
ed anche presto!"
Prima di salire
sul taxi, diede un ultimo sguardo in alto, verso il balcone del suo ottavo
piano. Quell6 che vide, erano i suoi due tormenti, pallidi ed impauriti,
che agitavano le braccia in segno di saluto...
Un'ora più tardi, si trovava davanti alla porta di vetro opacizzato del reparto a lei assegnato. Si fermò un attimo per prendere respiro. Ancora non voleva crederci, ancora avrebbe voluto mentire a sé stessa, facendo finta che tutto fosse un malinteso, che non aveva aspettato il secondo suono della sveglia e quindi ancora stava cercando una via d'uscita da un crudele incubo. "Signore, guardami!", pensò, "dove sono arrivata, sempre da sola, in compagnia di me stessa, e adesso, se varco questa soglia, che cosa succederà? Signore,... guardami ancora,... dimmi, dove sto andando? In questo momento mi sento ancora forte e sana, con un nuovo futuro che mi aspetta. Un passo, un solo passo e tutta la mia vita un'altra volta cambierà. Io so come sono adesso, Tu solo sai cosa succederà tra un secondo, tra un minuto, tra un'ora, tra un giorno fino all'infinito. Oppure nel tuo grande libro sono segnate solamente due date: il momento della nostra nascita ed il momento in cui il nostro spirito si innalzerà sopra i nostri corpi morti, alla ricerca dell'eterno paradiso. Sarà questo il motivo per il quale io, davanti a questa porta, ancora una volta mi domando: Per quale scopo sono nata? Dove sta la ragione per cui io ho partorito un solo figlio con cui dovrà finire la mia famiglia? Dove si trova il significato di tanta sofferenza, per me e per tutti gli altri che sono destinati a sofferenze ancora più atroci?... Dove si trova la formula segreta che riesce a trasformare la disperazione in fede, fede assoluta, indiscussa, sottomessa agli eventi? Non si tratterà, invece, di rassegnazione, pura, disillusa rassegnazione? E quale, dunque, sarà alla fine la punizione per chi, come me non sa rassegnarsi e, pieno di collera, continua a ribellarsi?"...
Gudi si rese conto che era sempre più disorientata e che non poteva restare ferma davanti all'entrata e fissare il vetro. Così diede una spinta rabbiosa alla porta e, senza voltarsi, con passo deciso si avviò lungo il corridoio alla ricerca di un'infermiera. Con la spalla destra reggeva il borsone da viaggio. Sotto il braccio sinistro teneva stretto il suo cuscino a forma di cuore. Lo aveva eletto suo porta-coraggio, avrebbe avuto la stessa funzione della inseparabile copertina di Charlie Brown. Quell'oggetto rifugio-conforto, che con il suo aspetto rassicurante, country, rappresentava l'unico posto dove avrebbe voluto essere. A casa!...
Rimase più sollevata quando vide che le avevano assegnato una cameretta luminosa a due letti e fornita di un confortevole bagno. Il fatto di scoprire che essa era situata di fronte alla camera che l'aveva ospitata già tanti anni prima la fece, per assurdo, sentire meno estranea e chissà, forse, proprio giù, in fondo al suo cuore, pensava che ciò potesse essere di buon auspicio. Doveva anche rendersi conto quanto era piccolo il mondo, quando più tardi, scambiando due parole con la sua compagna di stanza scoprì che abitava in Versilia, nella stessa cittadina dove Gudi aveva vissuto, nel bene e nel male, gli anni del suo matrimonio.
La stessa notte, quando tutte le luci nelle stanze dei pazienti erano spente e solo una fioca illuminazione nel corridoio accompagnava i passi leggeri e svelti delle infermiere, Gudi fu vinta dallo sconforto. Sdraiata di lato, aggrappata al suo cuscino a forma di cuore, si stava sfaldando pezzo per pezzo il suo autocontrollo. Si accorse troppo tardi che l'infermiera era entrata nella stanza per il giro di controllo. Non potendo usare la coperta per nascondervisi, riuscì a chiudere gli occhi solamente nello stesso istante in cui la donna le puntò sul viso la luce della sua piccola pila, bisbigliando:
"Signora, ma
lei non dorme, sta piangendo,... non deve fare così,... mi dica,
perché piange?"
"Non riesco
più a trattenermi, ho paura,... tanta paura..."
"Vedrà
domani, quando verrà suo marito andrà tutto meglio!"
"Magari potessi
contare anch'io su un marito, io, non ho marito..."
"Capisco,
però non deve farsi prendere dalla paura. Mi ascolti, siamo tutti
qui per assisterla, in ogni momento. Vedrà che faremo di tutto perché
lei possa tornare a casa, guarita. Deve avere fiducia..."
Il viso dell'infermiera esprimeva comprensione ed il gesto di togliere una ciocca di capelli dalla fronte di Gudi esprimeva tenerezza, mentre concludeva:
"Su, adesso chiuda gli occhi e dorma, vedrà, andrà tutto bene..." "Fiducia,... fiducia,..." ripeteva Gudi lentamente, ..."sarà come dice lei...", e poi si augurarono la buona notte.
Comunque, poche parole ed un gesto affettuoso ricevuti in un momento così cruciale, presto avrebbero fatto il loro effetto...
Le mancava il concetto "avere fiducia" in un ambiente cosi tragico. Fiducia, grande parola, straziata e offesa da mille tradimenti! Eppure, Gudi si rendeva conto che, nel luogo in cui si trovava, era la parola chiave e lasciò che la parola "fiducia" occupasse buona parte del suo labile, inconsistente sistema nervoso. Chissà, forse si sarebbe sentita meno vulnerabile se fosse riuscita a trasformare la parola in un gesto reale, trasmettendo un po' di fiducia a chi, come lei, ne aveva esaurito le scorte o rinnegato l'efficacia.
In tanti anni di frequentazione dello studio del suo avvocato, tra Gudi e la segretaria era nata una bella amicizia. Matelda, di statura minuta, calma e misurata nei suoi modi, sempre disponibile, grande ascoltatrice, tenace nei suoi affetti. Uno scrigno a prova di bomba. Tutto entrava, confidenze, problemi, gioie e dolori. Niente usciva. Sapeva dividere in maniera esemplare l'affetto che nutriva nei confronti di Gudi e la dedizione per il "boss". Per Matelda erano due sentimenti ben distinti e, senza tradire nessuno, ad ognuno concedeva il suo massimo. Adesso, integra e fedele alle sue convinzioni, si era addossato anche il ruolo di paziente portatrice di messaggi, un giorno dopo l'altro, fino al momento delle dimissioni dall'ospedale.
Gudi si rese conto in breve tempo di essere circondata da medici ed infermieri veramente in gamba e di straordinaria disponibilità; però all'inizio le era molto difficile stabilire un contatto con loro, divisa com'era tra la paura, il dubbio ed una giusta misura di fiducia. Aveva anche iniziato con qualche compagna di sventura un rapporto di poche chiacchiere, ma, comunque, sostenuto da una speranzosa solidarietà.
Lei, come d'abitudine, fissava ed elaborava nella sua mente tutto ciò che filtrava con gli occhi e con il cuore, rifiutando istintivamente di assimilare i racconti troppo dettagliati e terrificanti. Fuggiva davanti alle supposizioni e alle lamentele anteposte ai fatti. Anche lei era stordita e spaventata e riusciva con fatica a mantenere un delicato equilibrio, che qualsiasi avvenimento e perfino una parola di troppo avrebbero potuto minacciare. In attesa che passasse il tempo, spesso, come un animale in gabbia, passeggiava avanti e indietro per il corridoio, oppure su e giù per le scale. Durante le sue camminate solitarie vedeva delle signore in camice bianco conversare a lungo con delle pazienti, sedute vicino al letto di chi non poteva alzarsi, oppure fuori nello spazio antistante all'ingresso. Qualche volta, era stata avvicinata con le migliori intenzioni e con modi garbati da una di loro. Ma alla domanda:
"Buongiorno, signora, come sta, va tutto bene?", Gudi si ritirava come un riccio. Insospettita, si metteva sulla difensiva, quindi rispondeva fredda e con voce brusca:
"Sto benissimo. Perché mi fa questa domanda? Mi scusi, lei chi è?" "Sono una volontaria della Lega per l'assistenza ai malati di tumore. La vedo spesso sola e così mi chiedevo se non volesse parlare un po' insieme a me "
"Sinceramente no. Spero che lei non si offenda. Comprendo che lei vuole offrirmi il suo aiuto; però preferirei restare da sola, la ringrazio... e mi scusi ancora..."
Poi allontanandosi in fretta cercava di raggiungere la sua camera. A questo punto, desiderava rifugiarsi nel suo letto e, sotto le coperte, unico territorio dove nessuno avrebbe osato disturbarla. Non voleva parlare e concedere nuove confidenze. Non voleva ricordare il passato, temeva il presente e non osava pensare al futuro. Chi la conosceva non aveva bisogno di chiedere mentre cercava di comprenderla e confortarla. Il rapporto di solidarietà che aveva instaurato con un paio di donne dello stesso reparto era fatto di una stretta di mano più forte del solito, di uno sguardo che non aveva bisogno di parole, di un sorriso, magari solo accennato, a labbra strette. Tutto il resto erano racconti di viaggi, commenti sulla moda, su qualche libro ed i suoi autori, opinioni su qualche film o sull'ultimo telegiornale. E se qualche volta, inevitabilmente, con il cuore troppo gonfio, si trovavano a parlare della loro malattia, cercavano di fermarsi a vicenda: "Per la miseria, ci siamo cascate ancora "
Ma, pur facendo uso di tutte queste precauzioni, spesso non poteva fare a meno di convincersi che era capitata nel tempio degli orrori. Matelda, durante l'ora di visite, grazie alla sua quieta presenza ascoltava tutto quello che Gudi le scaricava addosso e dopo, instancabile amica, con voce tranquilla e poche parole, riusciva a dare un senso a quello sconcertante caleidoscopio di terrore.
4 Febbraio giovedì...
Dal momento del ricovero erano passati nove giorni e Gudi aveva saputo che l'intervento era stato fissato per l'indomani mattina. Aspettò fino a mezzogiorno, poi prese in mano il telefono per chiamare a casa, dicendo tra l'altro: "...Domani è previsto uno sciopero nell'ambiente ospedaliero, quindi la data dell'intervento mi deve ancora essere comunicata..."
Sapeva già che Matelda l'avrebbe assistita nella veglia post-operatoria.
Quel pomeriggio noi riuscì a riposare nel suo letto in attesa dell'ora delle visite. Una forte inquietudine la spingeva ad alzarsi e ad andare verso la porta d'ingresso del reparto. Sentiva crescere in sé sempre più impellente, il bisogno di uscire e camminare, finché non avesse incontrato una di quelle chiesette poco frequentate, nelle quali le era capitato di entrare anche senza una particolare motivazione. Per lei, era confortante essere l'unica persona presente tra le loro mura, senza sentire la solitudine. Le piaceva lasciarsi catturare dai loro silenzi e osservare minuscole particelle di polvere, dorate dal sole, agitarsi dentro un raggio di luce che trafiggeva la penombra senza togliere la buia segretezza delle nicchie e degli angoli, ma, anzi, accentuandola. Simulare un viaggio virtuale dentro un affresco, dove persone ed angeli seminascosti fra i cumuli di nuvole si mi alzano verso l'infinito; ritrovare oltre le nuvole un giardino incontaminato, vigoroso ed esuberante di frutti e fiori; gioire della sensazione di avere finito la ricerca dell'oblio ed essere finalmente. accolta in un luogo sicuro, ispirato da una unica indiscutibile, inattaccabile forza, la pace. Pace e beatitudine! Nessuna necessità di interpretare e fraintendere l'amore, l'odio, il bene, il male, i pregiudizi e la giustizia. Nessun confronto col libero arbitrio sulle nostre scelte. Niente di niente. Solamente pace e beatitudine...
Dopo cena, il suo conflitto mistico si complicò ancora di più. Avrebbe potuto scegliere tra l'andare a messa con un gruppo di pazienti, oppure rinunciarci, anche perché avrebbe prima dovuto superare un'altra complicazione, che da sempre le creava dei problemi. Detestava pregare in gruppo. Detestava seguire frasi e liturgie prestabilite. Detestava che qualcuno le dicesse cosa doveva fare per purificarsi l'anima. Detestava sentirsi una peccatrice, consapevole di essere stata fino ad allora incapace di vivere secondo i dieci comandamenti. Non credeva che qualcuno potesse assolverla dalle sue tante colpe, grandi o piccole che fossero. Sarebbero rimaste con lei, e nel tentativo di dimenticare, sarebbero state cacciate di prepotenza nelle falde più profonde della sua memoria; però sarebbe bastata un'inezia per provocare un'improvvisa, violenta eruzione del suo senso dì colpa. Chiedere perdono in attesa di castigo non le era mai piaciuto. Non l'aveva mai abbandonata lo sguardo freddo ed inquisitore di suo padre, al quale lei si era sempre imposta di resistere, innocente o colpevole, che in quei momenti potesse essere. Le era stato sempre tremendamente difficile affrontarlo, tanto che appena sentiva i suoi occhi addosso, il viso le si accendeva di rosso porpora; già allora pensava che, se castigo doveva essere, avrebbe preferito il castigo immediato, senza la pretesa dell'atto di contrizione che lo precedeva. Quando era piccola, anche i suoi "peccati" erano piccoli e facilmente solvibili. Crescendo, le tentazioni avevano aumentato le induzioni al peccato e la gestione delle proprie decisioni era diventata sempre più pesante e impegnativa. Lei non credeva che si potesse ottenere, come facile rimedio a tutti gli errori o orrori commessi, l'assoluzione completa da parte di una potenza invisibile. Credeva piuttosto che la soluzione stesse nella capacità di trovare il coraggio di saper perdonare a se stessi e di non ripetere le stesse colpe, ma imparare dai propri errori a migliorare le proprie qualità interiori...
Comunque, alle fine vinse la spinta interiore e, quasi furtivamente inseguiva un gruppetto di donne che si stava dirigendo verso la cappella dell'ospedale. Gudi si appostò vicino alla porta, dicendo le sue preghiere e si impose di seguire la messa. Però, più che sulla messa, si concentrò sui volti estasiati ed assenti, completamente immersi nella preghiera, delle persone presenti. Tutti uniti da un unico desiderio: di avere salva la vita!... Come ammirava questa fervida capacità di credere! "Perché, Signore", pensava, "perché mi sento così indegna di invocare il tuo aiuto?... Sarà, Signore, perché non riesco a smettere d~ essere in collera con te per il percorso che mi è stato assegnato?... Sarà perché non riesco a pensare ad altro che a mio figlio e mia madre ed a che cosa sarà di loro se mi succedesse qualche cosa?... Sarà, Signore, perché non riesco a chinare umilmente la testa e pronunciare, senza tremare per il rifiuto, le parole: ...sono pronta, sia fatta la tua volontà... Sarà, Signore, perché insisto a ripeterti che ciò non coincide con la mia volontà?"...
Interruppe le sue meditazioni, per rifugiarsi, come qualche volta accadeva, tra una delle tante pieghe dello sconfinato manto della grande Madre, meno austera, meno severa, sempre disponibile: "Ave Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte"... Amen..
Amen..., si rese conto che anche la messa era finita. Con un'occhiata furtiva verso la grande croce sopra l'altare espresse un ultimo pensiero, quello più sincero: "Signore, perdonami...", poi uscì per prima dalla porta e si allontanò in fretta per raggiungere la sua camera.
Alla televisione, era appena iniziato il programma serale e, mentre la sua nuova compagna rimaneva assorta a seguire la sua trasmissione preferita, Gudi decise di chiudersi per qualche ora nel bagno. Sentiva la necessità di avere cura di sé stessa, come se avesse dovuto prepararsi per uno spensierato appuntamento. Incominciò col lavarsi i capelli e, sotto la doccia, lasciò che insieme all'acqua scivolasse via parte delle sue ansie. Finita la doccia, si concentrò su tutte le altre piccole cose che rimanevano da fare. Alla fine si infilò una camicia da notte fresca e applicò due gocce di profumo dietro le orecchie. Uscì dal bagno rinnovata e soddisfatta, pronta ad infilarsi sotto le coperte, quando la raggiunse il commento un po' acido della nuova compagna di stanza:
"Ma cosa diavolo stai combinando? Ti comporti come se tu fossi ospite di un albergo di lusso e non di un ospedale... Dove credi di andare domani mattina, eh??"
A Gudi, venne subito voglia di risponderle malamente, oppure, ancora meglio di metterla K.O. con un deciso pugno sul naso; ma immediatamente si ricordò di una situazione simile, vissuta tanti anni prima, e le rispose raccontandole l'aneddoto:
"Lo sai, quando avevo sedici anni fui ricoverata d'urgenza in una clinica per una appendicectomia. Durante il periodo di convalescenza, osservavo con stupore la mia vicina di letto, di una decina di anni maggiore di me, che ogni mattina, prima di colazione e ogni pomeriggio, dopo il riposino, seduta sul letto, si truccava il viso. Dopo qualche giorno, inevitabilmente, anch'io le feci la domanda: "Perché ti trucchi in ospedale?"... E lei, con il sorriso sulle labbra, ma soprattutto negli occhi, rispose placida: "Non si può mai sapere, potrei incontrare l'uomo della mia vita! E poi, pensi che le cose cambierebbero se mi abbandonassi qui, con la faccia smorta, lagnandomi dei miei dolori? Dammi retta, finché puoi, non lasciarti andare, sforzati, se è necessario, ma cerca di non perdere mai la voglia di avere cura di te stessa..." ....e ti posso garantire, proseguiva Gudi, che queste parole mi hanno aiutato molte volte nella mia vita, e stasera è una di quelle volte!" Come risposta, la compagna di stanza fece una dubbiosa alzata di sopracciglia, accompagnata da una smorfia della bocca. "Stupidaggini" mormorò ancora, mentre spegneva la luce sopra il suo letto, girandosi con la faccia dall'altra parte, pronta per dormire.
A Gudi non rimase altro che prendere un sonnifero e bere la sua camomilla. Poi si sistemò il più comodamente possibile, prese in mano un libro e, leggendo, piano piano, si lasciò coinvolgere dal suo contenuto, in attesa che un sonno buio e senza sogni cancellasse ogni emozione.
5 Febbraio venerdì...
Erano le nove del mattino. Alle sette, Gudi aveva già visto passare davanti alla sua porta la prima paziente diretta alla sala operatoria; poi aveva saputo delle successive "partenze". Al loro ritorno, sarebbe toccato ad un altro gruppo in cui lei era compresa. Innervosita al massimo, non si era mossa dal letto sul quale era seduta immobile, tesissima, torcendosi le dita sotto il lenzuolo in attesa del suo turno. Però, davanti a chiunque entrasse nella stanza per scambiare qualche parola, fingeva, con incredibile spavalderia, assoluta indifferenza. Per lei, fu quasi un sollievo quando arrivò l'infermiera con la puntura di un pre-anestetico. Voleva dire che, da lì a poco, sarebbe finito il supplizio dell'attesa. Però quando un infermiere, vestito con una divisa verde come le lenzuola sopra il lettino, entrò nella sua stanza per venirla a prendere, le venne un tuffo al cuore. Si rese conto che Matelda non era ancora arrivata, ma poi pensò che forse era molto meglio così, niente commozioni,.. per carità,... niente commozioni, tutto era già abbastanza complicato così...
Quattro lettini, ognuno sospinto da un infermiere, erano arrivati quasi contemporaneamente davanti all'ascensore. Le altre pazienti erano tutte circondate dai loro parenti, i quali, con gli occhi lucidi di lacrime e le gote accese per l'agitazione, riuscivano a malapena nascondere la loro preoccupazione sussurrando parole di incoraggiamento e tenendo stretta la mano della malata. Lo spazio era molto ridotto: tra i lettini sistemati alla meglio un po' per traverso e le persone che vi erano strette attorno, Gudi ebbe l'impressione di essere finita in un ingorgo davanti ad un cimitero, in seno ad una processione funebre. Comprese che la sua capacità di sopportazione si stava assottigliando; cercò di coinvolgere il suo infermiere in qualche battuta spiritosa sugli ingorghi e continuò dicendo:... "sono convinta che tra qualche ora ci ritroveremo tutti nei nostro letti, un po' più assonnati, ma, cosa importante, con un male in meno"... Qualcuna delle persone a lei estranee aveva captato le sue parole e cercava di sostenere il suo tentativo di sollevare un po' l'umore tetro dei presenti dicendo: "Brava, è così che si deve fare..."
Ma,... c'è sempre un ma in certe situazioni. Infatti, anche se Gudi né allora, né mai, se ne sarebbe convinta, sembrava che, senza volerlo e senza rendersene conto, avesse infranto le regole, poiché le reazioni delle altre pazienti furono inaspettate e molto diverse tra loro:
La prima voce era in po' velata dal pianto: "Meno male, signora, continui così, almeno mi distraggo un pochino..." La seconda voce suonò inaspettatamente tagliente:
Mi sembra fuori di testa, ma che cavolo sta dicendo? Un male in meno?" .. e poi subito: Mi raccomando tocca a me essere portata via per prima..."
La terza voce, indubbiamente colta da un accesso di isterismo, urlava: "Fatela smettere di scherzare! Lei, come sì permette? Incosciente che non è altro, non si rende conto che potrebbe anche morire, ha capito, tutti noi potremo morire!..."
Il brusio delle voci si tramutò in silenzio totale.
Per fortuna, la porta dell'ascensore si aprì e, siccome era la più vicina all'ingresso, Gudi fu anche la prima ad entrarvi. Nei pochi secondi che aveva a disposizione, prima che si richiudesse la porta, Gudi, alzando la testa e appoggiandosi sui gomiti, tentando di guardare in faccia chi aveva voluto pronunciare un oracolo, non volle rinunciare alla sua risposta:
"Morire? E chi ha voglia di morire? Non oggi, e, anche se così fosse, avrò almeno il diritto di andarmene con lo spirito allegro..."
Dentro l'ascensore, per qualche interminabile secondo, rimase in silenzio. Era arrabbiatissima. Quella donna, urlandole in faccia che la morte stava in agguato dietro ogni angolo, era riuscita a far oscillare la sua torre di autodifesa così faticosamente eretta. Sentiva farsi grosso l'odiato nodo in gola, sentiva premere un fiume di lacrime contro la diga della sua volontà. Udiva il cupo, lento scandire del suo battito. "Gesù aiutami,... come devo fare per resistere?" Agguantò con una mano la divisa dell'infermiere, dandogli dei forti strattoni. Il segnale fu accolto sull'istante. I suoi occhi la guardavano con sincera comprensione, mentre la sua voce la incalzava:
"Non adesso, signora, non molli, sarà esattamente come ha detto lei prima: tra qualche ora, un po' più intontita, ma con un male in meno, avrà ancora voglia di sorridere!"
Le appoggiò una mano sul braccio e lei si sentì invadere da un'ondata di speranza. Un istante dopo, fuori dall'ascensore, la sua innata curiosità le diede una mano a dissipare la sua angoscia.
Spinta attraverso un largo corridoio, poteva sbirciare a destra ed a sinistra, dentro le sale operatorie. Le sembrava di essere stata trasferita sul set di un film americano. Tutto le appariva quasi irreale, troppo grande, disinfettato, sterilizzato, lucidato ed il suo olfatto non avvertiva la tremenda puzza di etere. Davanti ai suoi occhi sfilava la più imponente e sofisticata attrezzatura che avesse potuto immaginare. Tutto le sembrava irresistibilmente affascinante. Invece di doversi accontentare di una qualificazione come fisioterapista, che grande conquista sarebbe stata per lei, se avesse potuto studiare medicina, molti anni prima! A quel punto, chissà, avrebbe potuto fare parte di una di queste équipe di professori, medici ed assistenti, tutti i giorni coinvolti nel destino di persone che avevano affidato alle loro mani la cosa più preziosa ed unica che potessero possedere, la vita. E da nessun altro come da loro, tutti pretendiamo un miracolo, non ammettiamo sconfitte. A parte la immancabile fifa, "Qui", pensava: "per forza deve andare tutto bene..."
La corsa di perlustrazione finì quando venne lasciata in una delle anticamere antistanti le sale operatorie. All'istante, arrivò l'anestesista: gentile ed amabile, nel suo modo di presentarsi, comprese subito il grande bisogno di Gudi di poter comunicare con qualcuno. In breve, tra loro nacque un blando chiacchiericcio, ravvivato anche dagli assistenti che, uno dopo l'altro, si aggregarono. Gudi era contenta e, sempre più sollevata, comunicò: "Sapete, penso proprio che oggi sia il mio giorno..."
Ma non fece in tempo a pronunciare la parola "fortunato". Fu interrotta bruscamente dalla voce che ordinò attraverso un altoparlante: "Emergenza, emergenza! Preparare immediatamente la sala X. Paziente in arrivo con emorragia interna"'
Si trattava della sala operatoria nella cui anticamera Gudi stava in attesa. In un attimo, la situazione si rovesciò: adesso ognuno, in silenzio, si occupava dei preparativi necessari per far fronte all'emergenza.
"Signora, dobbiamo trasferirla", e di colpo si trovò nel corridoio dove un aiutante, quasi correndo, la spingeva da una entrata all'altra:
"occupato"...
"occupato"... occupato"... ah, finalmente, qui non c'è nessuno,
siamo arrivati, auguri...?
E poi si trovò
da sola. Un lungo brivido percorreva il suo corpo. Era coperta solo con
un lenzuolo ed incominciava a sentire freddo.
"Bene", borbottava
con se stessa, "questo non ci voleva... e adesso che faccio?... Certo,
mi sembrava che filasse tutto troppo liscio... e quando mai succede a me?
Stare supina senza un piccolo rialzo sotto la testa, anche solo per un breve periodo, aveva causato a Gudi, da sempre, delle difficoltà, perché aveva la terribile sensazione di soffocare: adesso stava succedendo proprio questo guaio. Incominciò ad agitarsi. Cercò di girarsi, ma il lettino era troppo stretto. Tentò di muovere le braccia, anche questo era impossibile. Era praticamente intrappolata, a sinistra da un armadio pieno di strumenti chirurgici, medicine, bottiglie di glucosio, siringhe e altri oggetti, a destra da uno sconosciuto, impressionante macchinario. Qualche lieve suono le fece capire che nella sala accanto stavano operando e lei incominciò a preoccuparsi. Sapeva che in quella posizione non avrebbe resistito a lungo; ma il pericolo peggiore sarebbe stato che, ad un tratto, spinta dal panico, si mettesse ad urlare. Per lei, è ancora difficile calcolare quanto tempo era passato, da quando aveva iniziato a comprimere con tutta la sua energia l'urlo, che voleva uscire prepotentemente dalla sua gola, al momento in cui apparve un giovane medico che le sembrò un miraggio. Battendo i denti per il freddo, balbettò:
"Per favore,...
non se ne vada... ho i brividi e mi sento soffocare..."
Lui, con aria
troppo professionale, senza dire una parola, alzò lo schienale del
lettino, spostò il grosso macchinario, procurandole lo spazio per
muovere le braccia e la copri con una coperta di lana. Farfugliò
che sarebbe stato il suo anestesista, e che era in attesa che terminasse
l'intervento in corso; poi senza aggiungere altro, se ne andò e
la lasciò da sola.
"Che orco",
pensò Gudi, ma, ora poteva respirare liberamente e scaldarsi un
po' sotto la coperta.
Continuando
ad aspettare, il suo ridottissimo coraggio stava assumendo le forme di
un funesto incubo. Logorata dalla solitudine ed aiutata dal leggero stordimento
provocato dalla pre-anestesia, decise di parlarsi da sola, tanto non l'avrebbe
ascoltata nessuno.
In questo stato di totale smarrimento, fu sorpresa da una "faccia conosciuta". Non le sembrò vero, era un dottore che faceva parte del gruppo di medici del suo reparto e che aveva già visto un paio di volte durante le abituali visite del mattino.
"Ah, signora,
eccola qui... meno male... è tanto che la cerco"' Come mai è
tutta sola? Dove sono il medico e lo staff al quale è stata assegnata?
Aspetti un secondo, vado subito alla loro ricerca." Gudi non ebbe il tempo
materiale, né per fare un gesto, né per articolare una sillaba
ed il sorriso di gioia che aveva abbozzato in segno di riconoscenza si
stava trasformando in una smorfia di sbalordimento, mentre continuava a
cercare conforto ascoltando l'ironico commento della propria voce:
"Cara, ti
rendi conto che qui stiamo andando avanti a colpi di scena? Quasi quasi,
direi che sarebbe meglio riprovarci un altro giorno. Tra l'altro, lo senti,
incomincia a brontolare lo stomaco per la fame, poi sono scomoda, ho le
ossa rotte, mi pare di essere ubriaca e potrei svenire dal sonno che mi
è venuto..."
"Che c'è,...
ho sentito bene? Potrebbe svenire dal sonno? Ottimo..." Rieccolo, il dottor
"faccia conosciuta", con il suo viso rotondo, barbuto, illuminato da un
grande sorriso e da occhi buoni. Si stava scusando per l'imperdonabile
comportamento dello staff ed intanto, aggiunse, come niente fosse:
"Lo sa, vero,
che potremmo asportarle la mammella?"
Gudi credette che, dallo spavento, la lingua le fosse rimasta incollata al palato ed il cervello si fosse ridotto in poltiglia. Ci volle un po' di tempo prima che riuscisse a riordinare le idee ad a rispondere con un secco: "NO!"
"Come NOO! Aveva perso il sorriso ed i suoi occhi buoni esprimevano preoccupazione. "Non posso crederci! Nelle sue radiografie si vedono molte microcalcificazioni granulari. Solamente durante l'intervento saremo in grado di scoprire se si tratta di calcificazioni oppure di metastasi...", e poi continuò, rivolto a sé stesso: "E' mai possibile che tocchi sempre a me, mettere al corrente delle cattive notizie all'ultimo momento?"
Lentamente rimuginava: ... mammella,... metastasi..., e l'appunto, pure all'ultimo momento... Eh no! Per oggi basta e ne avanza così! Quando è troppo è troppo! Qui si sta giocando al lupo che sbrana l'agnello con la mia pelle!"... Si raddrizzò faticosamente per mettersi seduta e quando i piedi penzolarono giù dal lettino rispose: "Io,... io me ne vado... ho deciso, ne ho abbastanza... sono troppo stanca, non ce la faccio a mettere insieme un ragionamento serio...
Appena appoggiò i piedi per terra, si accasciò su sé stessa. Contemporaneamente, stavano per entrare in anticamera il medico del reparto, al quale era stata assegnata ed il suo staff di assistenti. La rimisero sul lettino. Uno di loro controllò il battito cardiaco, gli altri parlottavano agitati. Gudi continuava, come meglio poteva, ad insistere: "Ehi, sono stufa, voglio andarmene..."
Quando ebberofinito di scambiarsi le loro opinioni ed il dottor "faccia conosciuta" fu uscito, tutti gli altri si sistemarono in silenzio intorno a lei. Mentre la osservava, il volto del suo dottore era segnato da un'aria affranta. Durante il periodo di attesa per l'intervento, trascorso nel deprimente reparto di ospedale, era stato proprio lui, con la sua disarmante cordialità, che aveva saputo aggiudicarsi buona parte della sua fiducia. Adesso lei era proprio delusa e ricambiò il suo sguardo indagatore con aria di sfida. Indubbiamente, lui aveva un enorme bagaglio di esperienza ed una grande capacità di capire la psicologia femminile. Ora ne stava dando la prova:
"Mi hanno riferito
che lei sta diventando "l'angelo" dei nostro reparto... Dicono anche che
lei è sempre sorridente, gentile e disponibile..."
"Non capisco
perché mi dice questo... E proprio adesso".
"Sinceramente,
vorrei che lei si comportasse ora nello stesso modo con noi..."
"Impossibile...
Mi è passata la voglia. Si rende conto, che sono sconvolta... Nessuno
porterà via la mia mammella!... Lei si ricorda, vero... mi parlava
di quadrantectomia e basta!"
"Certo che
mi ricordo e sarà quello che faremo. Però, anche lei deve
ammettere che, finché non abbiamo potuto accertare che cosa si trova
sotto la sua pelle, anche la migliore radiografia lascia una piccola percentuale
di dubbio. Sicuramente, il dottore con il quale ha parlato prima è
stato un po' troppo brusco. Se vuole, le spiego volentieri un'altra volta
come procederemo. Vedrà, tutto andrà a finire come avevamo
previsto!..."
Lei fece uno
sforzo enorme per seguire le parole del dottore, ma soprattutto non riusciva
a prendere una decisione.
"Adesso che
ha sentito tutto, è pronta?... Possiamo andare avanti?"
"Non lo so...
Mi sento troppo confusa..."
Nel frattempo, gli assistenti incominciavano a scambiare qualche battuta scherzosa tra di loro, poi cercarono di coinvolgere anche lei.
"Andiamo, signora,
non sia così pensierosa...
"Sarei molto,
ma molto meno afflitta, se sapessi, ... visto, tra l'altro, che comunque
non ho scampo, ... che la piccola percentuale di rischio non mi renderà
menomata, ma un seno nuovo e bello, ... diciamo come quello di Marilyn
Monroe...?"
"Fantastico,
cercheremo di fare del nostro meglio, ma, visto che ne parliamo, cosa ne
direbbe se invece lo facessimo assomigliare a quello di ..."
Anche se cercavano di parlare sottovoce, si scatenò un putiferio. Erano tutti maschi e ognuno voleva dire la sua. Gudi, per quanto fosse sfinita, naturalmente non seppe resistere a far parte di un momento di allegria, finché, con la coda dell'occhio, vide entrare "l'orco", che, senza battere ciglio, rapidamente fece i preparativi per l'anestesia. Quando si curvò sopra, il suo braccio, per scegliere la vena migliore ed iniettare l'anestetico, lei replicò ancora ridendo:
"Non fateci
caso, il conto alla rovescia lo faccio sempre in tedesco..." L'effetto
fu quasi immediato, si sentì pervadere da una vampata di calore,
ma, prima di chiudere le palpebre sempre più pesanti, invece di
contare si raccomandò:
"Quando mi
svegliate, non usate il mio cognome,... potrei non... riconoscermi... tutti...
mi chiamano... Gudi.... Gudi
.. Gudi
..
La prima volta che riuscì ad aprire gli occhi, fu stupefatta di sentirsi galleggiare, immersa in un morbido nuvolone bianco. Non trovava nessun punto luce. Tutto era ovattato e silenzioso.
"Ahimè",
pensava, "qui andiamo male..."
Impegnando
tutta la sua volontà, riuscì a girare la testa.
"Gesù...
e questo chi è?"
Vide una faccia
infossata, esangue, immobile, ricoperta di un telo verde, sembrava fatta
di cera.
Terrorizzata
richiuse gli occhi. Non voleva credere a quello che aveva visto. Continuava
a galleggiare senza intravedere nulla che potesse darle una indicazione
su dove si trovava.
'Forse", pensava,
"forse se riuscissi a girare la testa dall'altra parte, forse andrebbe
meglio..."
Vide un'altra
testa esangue, fatta di cera, attaccata ad un corpo immobile, coperto da
un telo verde.
"Ma allora...
allora è vero, sto in mezzo ai morti... Sono morta?
Però
in che brutto posto sono capitata... No, no, qui non ci voglio restare,
neanche se fosse vero..."
La sua prima reazione, come si può intuire non era la rassegnazione: lei si ribellava, contestava. Le è tuttora impossibile ricordare se lo avesse fatto ad alta voce oppure solo con il pensiero. Quando le sembrò di scivolare via e di galleggiare di nuovo nella profondità grigia del suo nuvolone, decise di dire una sola parola: "Aiuto!... Aiuto...!?" e l'avrebbe ripetuta finché qualcuno non l'avesse ascoltata...
E qualcuno
l'ascoltò e la tirò fuori dal suo torpore a furia di darle
dei pizzicotti sulle guance: "Va bene... va bene... stia tranquilla...
mi sa dire come si chiama?" "Gudi... dove?... dove mi trovo?"
"Ah, lei è
Gudi, Gudi, piacere di conoscerla..."
"Mi dica...
prima mi dica, dove sono?..."
"Si, si, ma
si calmi..., si trova nella stanza dove aspettiamo che vi risvegliate dopo
l'intervento... Guardi, ci sono altre due persone che le fanno compagnia
Lei voltò
la testa a destra e a sinistra e poi sorrise: "Io, questi li ho già
visti. Allora sì... sì! Signora, guardami... ce l'ho fatta!"
E si perse
ancora nella sua sfera nebulosa, ma, questa volta, non aveva più
paura.
Arrivata nella sua stanza la sistemarono con premurosa cautela nel suo letto. Lei promise di non vomitare in cambio di un cuscino; poi intravide il viso rassicurante di Matelda. Ogni volta che riuscì ad aprire gli occhi, la trovò seduta vicino a lei; tranquilla e pronta a sorriderle. Del suo dormiveglia post-operatorio, Gudi ricorda altri due fatti:
- l'incubo di una ripugnante specie di folletto, coperto con un mantello largo e nero. Aveva in faccia un ghigno cattivo, labbra sottili tra le quali spuntavano piccoli denti aguzzi e occhi scuri, lucidi, con lo sguardo pungente e malvagio. Volava come un pipistrello da un angolo all'altro, facendo ondeggiare le pareti, oppure precipitava con la intenzione di caderle addosso, qualche volta addirittura insieme al soffitto.
Doveva essere notte fonda, quando si rese conto che sarebbe stato meglio lasciare tornare Matelda a casa sua; però era anche poco propensa a rimanere sola. Alla fine, decise di fidarsi di nuovo delle parole della stessa infermiera che l'aveva consolata la prima notte del suo ricovero. Matelda la salutò: "Fa la brava, mi raccomando, non fare i capricci." Gudi di rimando borbotto: "Più brava di così..."
Chiuse gli occhi e fece in tempo a pensare: "Sono in buone mani... ma certo, ... sono in buone mani..." e si abbandonò tra le grandi, accoglienti braccia di Morfeo.
6 Febbraio sabato...
Di buon'ora,
come sempre, arrivarono le infermiere. Gudi era già sveglia, aveva
dormito un sonno profondo e si sentiva in forma. Più del forte dolore
sotto la scapola, che era rimasto della stessa intensità del giorno
precedente, la pungeva il bisogno di avere notizie sull'esito dell'intervento:
"Meno male
che siete arrivati,... si, si, sto bene..., ma sentite, io vedo solo questo
monte di medicazioni, però sotto, ... sotto che cosa è rimasto??"
"Oh, non si
preoccupi, è andato tutto bene, ho assistito all'intervento. Le
rimarrà una cicatrice da quadrantectomia sul seno ed un'altra sotto
l'ascella per lo svuotamento, che purtroppo è stato necessario.
Le abbiamo anche inserito in ogni taglio un tubo perché le ferite
spurghino bene e per evitare la possibilità di un'infezione. Per
adesso, stia serena, il male è stato tolto. La cosa più importante,
della quale si deve preoccupare, è riacquistare al più presto
tutta le funzionalità del suo braccio."
Gudi non volle sapere altro e si affidò alla cura delle infermiere. Con molto riguardo, l'aiutarono a lavarsi ed a vestirsi. Le consegnarono due borsettine di tela con lunghi cordoni al posto dei manici e le spiegarono a che cosa servissero.
"Opportunamente nascosto agli occhi di tutti, in ogni borsetta è inserito un contenitore applicato in fondo al tubo che parte dalla ferita. Camminando può tenere i manici in mano, oppure se vuole essere più libera, li può sistemare alla cintura della vestaglia".
Pettinata, lavata e rivestita di indumenti puliti, lo stomaco, stimolato dal leggero aleggiare della fragranza del caffè, si fece sentire brontolando e gorgogliando insistentemente per la fame. Gudi chiese alle infermiere se potevano aiutarla ad alzarsi: da sola, non ne era stata capace, perché il dolore alla scapola aumentava in modo da mozzarle il respiro, ogni volta che cercava di staccare il dorso dai cuscini, per piegarsi in avanti. Neppure le infermiere riuscirono a metterla seduta sul letto, perciò adottarono una tattica diversa: lasciarono che le gambe di Gudi penzolassero fuori dal letto, mentre imprimendo al corpo un movimento a semicerchio spingevano il dorso verso il centro. Poi, una tirandola in avanti per le braccia e l'altra, facendo forza sulle spalle, cercavano insieme di tirarla su; ma lei, più il busto si alzava, più diventava rigida e paonazza dal male. Al terzo tentativo, l'infermiera dietro di lei perse la presa e Gudi piombò indietro a peso morto. Si udì una specie di "crack". Tutti erano ammutoliti dallo spavento, tutti avevano lo stesso pensiero: "le ferite... i punti!"
Con grande sorpresa dei presenti, la prima che riprese la parola fu proprio Gudi: "Credo di avere una buona notizia,... per il momento il dolore non c'è più!"
In vestaglia e con i manici delle borsette in mano, si avviò lungo il corridoio alla ricerca del carrello che portava la colazione alle ammalate che non erano in grado di usufruire della sala da pranzo. Forse, pensava, una comprensiva inserviente le avrebbe anticipatamente allungato una scodella di caffè-latte "sotto banco". Fu quasi subito bloccata nell'intento dalla voce del suo medico: "Ecco la nostra Gudi, già in piedi!? Dove sta correndo a quest'ora?"
"Dietro il carrello della colazione, ho una fame da lupo!" "Beh, bisogna proprio che la lasci andare, ma prima mi conceda di farle un complimento. In tanti anni di esperienza, non ho mai visto una paziente andare, e restare sotto anestesia con il sorriso sulle labbra!"
Lei rimase perplessa. Non succedeva più da anni, ma in quel momento, sotto lo sguardo divertito del dottore, stava arrossendo come una scolaretta; siccome il suo stomaco fece di tutto per aumentare il suo imbarazzo, chinò la testa mormorando: "Grazie", e, quasi fuggendo, riprese la ricerca della colazione...
A metà mattina, telefonò a casa, ma, appena percepì l'ansioso affanno che trapelava nella parola: "pronto", pronunciata da sua madre, si convinse sempre di più di avere fatto la scelta giusta, tacendole la data dell'intervento.
"Hallo, Mammi, lo sai, ieri, lo sciopero non c'è stato e così hanno deciso di operarmi lì per lì... Certo, tutto bene! Ascolta, adesso ti racconto..."
7 Febbraio domenica...
Era l'ora delle visite dei parenti e lei era appena arrivata nel¾'anticamera del reparto quando si aprì la porta. La prima persona che vide fu la sua amica Stefania, intenta a bloccare la porta per lasciare il passo alla madre di Gudi. Appena riconobbe la figlia, le si illuminò il viso, ma dopo due passi, rimase immobile, esaminandola da capo a piedi e, ancora prima di abbracciarla, commentò con voce stizzosa: "Potevi anche comperarti due borsette nuove!"
"Oh Mammi, sei unica!", fu tutto quello che riuscì a rispondere e poi, osservando l'espressione divertita della sua amica, non resistette al prenderla un po' in giro, prima di spiegarle chi gliele aveva date ed a che cosa servissero.
Stefania, discreta, gentile, colta ed estremamente sensibile, non lasciava mai niente al caso. Difendeva a spada tratta la natura, gli animali, le sue opinioni e chiunque fosse stato colpito da un atto di ingiustizia. Detestava l'ignoranza e la maleducazione. Franco, suo marito, era un uomo tutto d'un pezzo e di poche parole, spesso distaccato e di poca confidenza. Se lei teneva la spada, lui reggeva lo scudo. Avevano in comune una cosa che li rendeva speciali ed insostituibili: sapevano accoglierti nel loro cuore grande e generoso. L'affetto e la pazienza, che avevano dimostrato per una persona come Gudi, così irrequieta e sempre in mezzo a qualche disastro, era inesauribile. Comunque, nessuno avrebbe saputo immaginare che Stefania un giorno avrebbe avuto un ruolo molto speciale nel destino di Gudi...
Nei restanti giorni di convalescenza, le pazienti ricoverate nell'ala destra del reparto dovettero affrontare anche dei momenti di estrema incertezza. Dalla stanza quasi di fronte a quella di Gudi, ogni tanto, sia di giorno, sia dl notte, si sentivano uscire dei lamenti, accompagnati da versi strazianti, causati dall'impossibilità della paziente di tenere sotto controllo il dolore e dalla ribellione di uno stomaco lentamente massacrato da metastasi. Logorata e sfinita da mesi di sofferenze e speranze perdute, la donna invocava aiuto o, nel peggiore dei casi, anche la morte. Tutti erano in apprensione, nessuno lo confessava apertamente, ma la domanda era inevitabile: "Un domani, toccherà anche a noi?"
8 Febbraio lunedì...
Dopo pranzo, tutte le pazienti cercavano di recuperare un po' di pace con il sonnellino pomeridiano. Gudi si era appena ass6pita, quando, dalla camera di fronte, gli iniziali lamenti si trasformarono in urla laceranti
"Santo cielo", pensò, mentre le si accapponava la pelle, "così è impossibile andare avanti." Alzatasi, si infilò la vestaglia, raccolse le sue borsette ed uscì dalla stanza. Come era prevedibile, nel corridoio non c'era nessuno. Non sapendo cos'altro potesse fare, con la schiena appoggiata al muro, rimase in attesa. Dopo qualche minuto, le infermiere lasciarono la stanza.
Non si può spiegare perché una persona si comporti in un modo piuttosto che in un altro. Tant'è che Gudi rimase immobile al suo posto. Sapeva che l'ammalata veniva assistita giorno e notte, a turno, dal marito e dalla sorella. Li aveva visti passare accanto a lei, schivi, smagriti, tesi e silenziosi. Provenivano dalla Sicilia.
Era ancora profondamente immersa nelle sue riflessioni sul loro destino, quando vide uscire la sorella. Accostando la porta, si voltò per proseguire lungo il corridoio, quando si rese conto che non era sola. Gli sguardi delle due donne si incontrarono. Ogni parola sarebbe stata inutile, così Gudi le tese le braccia, e lei, piccola, esile ed affranta vi si rifugiò, lasciando che un pianto convulso desse sfogo alla sua pena. Appena si fu sufficientemente calmata andarono a prendere un tè caldo dal distributore automatico situato in anticamera. Lo sorseggiarono, in piedi, in silenzio, cercando entrambe, con qualche furtiva occhiata, di scoprire chi avevano di fronte. Finito il thè, sempre in silenzio, Gudi la accompagnò fino alla porta e, sinceramente dispiaciuta, non sapendo come esprimersi, non seppe dire niente di meglio che: "Se ha bisogno,... sono là, di fronte..."
Dopo cena, sentì bussare timidamente. Era lei, la donna che aveva conosciuta nel pomeriggio. Entrando in punta di piedi, per non recare fastidio alla nuova compagna di camera di Gudi, che si era già fatta conoscere per il suo modo brusco e poco cortese, domandò:
"Mia sorella e mio cognato vorrebbero conoscerla. Vuole venire...?" Affascinata, Gudi rimase ferma in fondo al letto a contemplare la figura minuta e delicata, appoggiata semiseduta su una pila di cuscini. Il bianco delle federe e delle lenzuola ed il rosa pallido della camicia da notte, accentuavano il contrasto con la carnagione color bronzo. Il viso era di un perfetto ovale, le labbra morbide ben disegnate, gli zigomi alti, evidenziati dalle guance leggermente infossate, due occhi grandi, scurissimi, fieri e luminosi: il tutto era incorniciato da lunghi capelli lisci, di un nero corvino, raccolti sulla nuca da un fine nastro di seta. Era inevitabile che la fantasia di Gudi si accendesse, immaginandola in un leggero sari color smeraldo chiaro, ornato da preziosi ricami eseguiti con fili d'oro e d'argento. Una principessa indiana, emersa dai racconti di Salgari!
"Ho apprezzato molto il suo modo di confortare mia sorella... volevo ringraziarla..."
La malata incominciò a respirare affannosamente e dopo poco dalla sua bocca usciva un rigurgito di schiumoso liquido bianco. Con una smorfia di disgusto, lo sputò nel recipiente che teneva con due mani.
Gudi non sapeva come comportarsi: doveva restare, oppure sarebbe stato meglio uscire?
"Non mi deve ringraziare, sono momenti che capitano. Piuttosto desidera che me ne vada o esiste la possibilità di aiutarla in qualche modo?" Fece segno di attendere. Terminato il conato di vomito, si pulì la bocca e tentò di respirare profondamente per riprendere fiato. "Sinceramente non lo so,... oltre ad essere tormentata... da questa incessante nausea... ho anche tanto mal di schiena."
"Vuole che
le faccia un piccolo massaggio, può darsi che trovi un po' di sollievo!"
"Lo farebbe
sul serio...?"
"Certo...!"
Lasciò subito cadere le sue borsette. Si fece aiutare per sistemarla comodamente di lato, liberò la schiena il più possibile dall'ingombro della camicia da notte e, con le mani rese più lisce e scorrevoli dal borotalco, diede inizio al massaggio con movimenti lievi e ritmici. I minuti passarono lentamente. ognuno era assorto nelle proprie meditazioni. Quando Gudi decise di concedersi un momento di pausa, comprese, dal respiro tranquillo e regolare, che le sue intenzioni erano state premiate. Alla piccola donna, tanto bella e tanto sfortunata, era stato concesso un momento di tregua, si era addormentata.
Per non disturbarla con troppe manovre, la copri solo con un lembo di coperta, poi restò per un po' immobile, controllando che non si fosse svegliata; allora facendo qualche cenno con le mani, cercò di far intendere al marito ed alla sorella: "restate fermi seduti dove siete, non dite una parola, ci vediamo domani..."
Fece due passi per avviarsi verso la porta, quando fu bloccata da un doloroso strattone sotto l'ascella. Mentre una delle sue borsette, trascinata per terra, la stava seguendo come un minuscolo cane al guinzaglio, l'altra era rimasta impigliata dietro la ruota del letto. Se ne era completamente dimenticata!
Il piccolo massaggio fu tanto gradito che Gudi prese a ripeterlo ogni sera e qualche volta anche di pomeriggio, quando l'ammalata stremata e stanca di soffrire, mandava la sorella a riportarla da lei.
Gudi ogni volta che l'andava a trovare aveva preso l'abitudine di salutarla con l'appellativo più affettuoso, che, dopo il loro primo incontro, le aveva suggerito il cuore: "Ciao, principessa..." E lei in cambio le regalava il suo più bel sorriso!
14 Febbraio San Valentino...
Da giorni, confabulava con Matelda sulla scelta del regalino che avrebbe voluto fare al suo innamorato. Decise di donargli un libro, anche se sapeva che lui, probabilmente, non avrebbe mai trovato il tempo per leggerlo. Ma a Gudi, oltre al racconto tra realtà e mistero, era piaciuto soprattutto il titolo. Era esplicito: In attesa di Lei!
A sua volta, sperava di ricevere qualche cosa di speciale, fosse pure solo un messaggio.
Venne Matelda e le consegnò un pacchettino minuscolo, che aveva la superficie superiore interamente coperta da un fiocco dorato. Conteneva un paio di orecchini, bellissimi, che, portati col braccialetto, avrebbero formato una splendida parure.
Per lei, immediatamente divennero oggetto di orgoglio, soddisfazione e, immancabilmente, anche di vanità. Pavoneggiandosi, non resistette a dichiarare a chiunque li guardasse:
"Belli, vero?!", e, volutamente peccando di presunzione, aggiungeva, "sapete, il mio fidanzato me li ha regalati per San Valentino!", pronunciando con particolare esaltazione la parola "fidanzato".
Quella sera non riusciva a prendere sonno. Era molto soddisfatta del regalo che aveva ricevuto, però, ripensandoci, quando aveva visto tutte le altre donne vicino al rispettivo marito o fidanzato, anche lei si era inventato il fidanzato, non aveva voluto essere da meno delle altre, non le bastava identificarlo come amico o innamorato. Dopo cena, tutta la sua baldanzosa allegria si era mutata in profonda delusione e tristezza. Era la prima volta, da quando lo conosceva, che la sua voce ascoltata al telefono, le aveva colmato il cuore, l'anima ed ogni sua cellula, di abbandono e solitudine. Durante la notte, pianse lacrime amare e nella sua desolazione, non riusciva a impedire che nella sua testa facessero ritorno sempre le solite rime della stessa poesia di Paul Valery:
"... Io vissi
dell'attesa di te,
il mio lento
cuore,
non era che
i tuoi passi..."
Si addormentò quando il cielo iniziava a colorarsi di un rosa vago, tipico dell'alba invernale, immaginando fino all'ultimo di sentire arrivare dal corridoio l'eco dei suoi passi!
Pur restando negli anni che seguirono fedele a lui, non le fu facile accettare la realtà, che rimase identica a quella della sera di San Valentino, e cioè, di essere comunque sola, e che oltre i loro più o meno brevi incontri, assolutamente niente sarebbe cambiato. Per lui, probabilmente era il massimo che voleva dare; per lei, era il minimo che poteva ricevere. Così, con il passare del tempo, si rassegnò, convinta che lei, su questa terra, l'amore, nel senso di vita vissuta insieme alla persona amata, orgogliosi l'uno dell'altro, di essere stati capaci di sostenere quell'intricato sentimento, fatto di sacrifici e soddisfazioni, di sincerità e rispetto, di tenerezza e passione, di fedeltà e comprensione, come un frutto proibito, non lo avrebbe mai, mai, dovuto desiderare...
18 Febbraio giovedì...
Ore sette e trenta. Gudi stava chiudendo la sua borsa da viaggio: era pronta per tornare a casa. Il giorno precedente l'avevano liberata dai tubi, le cicatrici si stavano rimarginando bene, senza infezioni, senza febbre, tutto era proceduto nel migliore dei modi. Doveva solamente attendere il suo turno per la consegna della lettera di dimissioni e l'ultima medicazione. In attesa di essere chiamata, contava il passare delle ore con una certa insofferenza. La sua mente era già estranea all'ambiente ospedaliero. Pensava a quanto avrebbe ancora dovuto studiare per superare con onore i suoi imminenti esami finali, a come avrebbe potuto organizzare il suo futuro lavoro, a dove avrebbe voluto trascorrere le vacanze estive e a come avrebbe potuto renderle bellissime per far dimenticare a Roby e alla nonna, questa disavventura.
Ore undici. Entrò in segreteria per la consegna della lettera di dimissioni.
Ore dodici e quindici. Era coricata sopra un lettino da visita ginecologica, con le gambe ciondoloni ed i piedi appoggiati su uno sgabellino, il busto supino con il braccio destro steso il più possibile all'indietro, oltre la testa, praticamente bloccata, gli occhi invasi di lacrime, ma la bocca serrata per non ammettere quanto doloroso fastidio accusava alle ferite. Gudi era in questa situazione, quando un giovane medico dello staff, appena terminata la medicazione, le annunciò: "Sono molto dispiaciuto, ma le devo dare una cattiva notizia. Dalle analisi risulta che il suo tumore è maligno..."
Non comprese subito; ascoltava il suo cuore che aveva preso a battere al ritmo di un tamburo e la sua eco continuava a scandire la parola fatidica: ..ma...li...gno. . ma...li...gno... finché non ebbe il coraggio di ripeterla con un filo di voce: "Ha detto... maligno??"
Non sentiva più dolore né disagio. Fissava il dottore, in attesa di una risposta e lui, senza parlare, chinò la testa in segno affermativo.
"Vuol dire... quel... maligno!... Quello che può ritornare, come, dove e quando gli pare... senza preavviso!... Ditemi che non è vero... non deve essere vero! Io ... mio figlio...
Il solo pensiero
di suo figlio la trascinò via in un vortice di vertigini.
"Signora,
che succede, non vorrà mica svenire...?"
Quando fu in grado di restare ferma sulle proprie gambe, le offrirono una pillola per calmarsi, la accompagnarono nella stanza accanto e la fecero accomodare davanti al medico di turno, le cui dichiarazioni furono concise e poco complimentose, tese a farle accettare la sua nuova ambigua posizione di ammalata di cancro. Era entrata a far parte del grande esercito delle ammalate di tumore maligno. Altro che: "Tolto il male, tolto il pensiero!" Si ricordava bene di questo detto popolare, che si era imposta la mattina del ricovero. Distratta da queste riflessioni, la voce del d6ttore le giungeva da lontano, mentre proseguiva:
"Naturalmente, oggigiorno esistono delle cure, con una buona percentuale di riuscita di sopravvivenza; le statistiche confermano periodi da X anni a Y anni, poi c'è chi ha superato le statistiche e chi è riuscito ad ottenere una completa guarigione. Purtroppo, accade che ancora troppe persone interrompano il trattamento, altre invece, ancora peggio, lo rifiutano dall'inizio e nessuno saprà mai se avrebbero potuto avere salva la vita. Certo, sappiamo che non è per niente facile sopportare gli effetti della chemioterapia, però disponiamo anche di una grande organizzazione..."
'Eccola", pensava, "la parola temuta da tutti, e che non mi sarei mai sognata di sentir pronunciare... eccolo, l'unico rimedio senza alternativa: la chemioterapia!"...
L'aveva vista subire dalla sua prima compagna di camera. Decisa, non aveva parlato quasi mai. In sette giorni, non aveva toccato cibo, per la paura di vomitare, limitandosi ad un po' di tè al mattino ed al pomeriggio insieme con due, tre cracker e, ogni tanto una caramella contro l'amaro in bocca. Il marito le stava vicino dalla mattina alla sera. Quando si tenevano per mano, anche senza parole, nell'aria era tangibile la loro solida unione. Gudi ricordava quell'atteggiamento chiuso, ma pieno di dignità; pero, aveva avuto occasione di osservare il comportamento incongruo e scomposto di altre pazienti che per altro non riuscivano ad evitare gli effetti della durissima cura...
Il medico le disse inoltre che avrebbe dovuto aver già iniziato il primo ciclo. Le scrisse il numero telefonico di un ambulatorio della Lega contro i Tumori, raccomandandole di prendere appuntamento quel giorno stesso...
Aveva ricevuto un invito a partecipare ad una battaglia, della quale nessuno le avrebbe garantito il buon esito. La tentazione di scappare divenne quasi una necessità e quando, infastidita ed incapace di ascoltare ancora una sola parola, si mosse per alzarsi, il medico aggiunse:
"Adesso si
presenti subito allo sportello delle prenotazioni per farsi mettere in
lista per un ciclo di venti sedute di radioterapia... e, mi dia ascolto,
non perda tempo!"
"E se tutto
questo non lo volessi fare?!"
"Cara signora
Gudi, la decisione ultima naturalmente spetta a lei, può scegliere
di lottare e guadagnare tempo o forse, guarire del tutto, oppure restare
abulica, facendo finta di niente. Ha davanti a sé due incognite,
ci dorma sopra, e mi auguro che lei, domani, abbia fatto la scelta giusta!"
Lei annuì brevemente ed uscì e testa bassa dall'ambulatorio. "Tombola!" pensò, se pensare si può chiamare...
Non scese nell'atrio per prenotare la radioterapia. Non disse nulla a Matelda, mentre, insieme, lasciavano l'Istituto. Durante il tragitto in taxi, cancello le ultime ore dalla sua mente e non fu nemmeno difficile. Il subconscio della sua autodifesa entrò subito in azione: fu come girare un interruttore per interrompere il filo delle comunicazioni. Questo doveva essere nient'altro che un giorno di festa, per tutti! Voleva abbracciare forte e farli sentire al sicuro, Roby e la nonna, e ridere insieme a loro e vedere brillare nei loro occhi la gioia; perché lei aveva mantenuto una promessa: era ritornata! Tutto il resto poteva aspettare. Emozionata, strinse la mano di Matelda: erano quasi arrivate. "Domani", pensò, ricordandosi ad un tratto la famosa frase di Rossella in "Via col vento": "... non ci voglio pensare adesso, ... domani, domani è un altro giorno..."
20 Febbraio sabato...
Era pronta per uscire ed incontrarsi con il suo innamorato, voleva scoprire di nuovo il gusto di liberarsi della congelata bramosia che aveva accumulato per lui. Si sentiva abbastanza in forma da poter guidare la propria macchina, ma rimase incredula quando si accorse che ogni volta che doveva manovrare il volante della station wagon senza servosterzo, il suo braccio destro era troppo debole per affrontare lo sforzo. Parcheggiare, poi, si rivelò una impresa difficile e dolorosa. "Adesso", pensò, "come se non bastasse, al più presto dovrò anche cambiare macchina!"
L'emozione ed il sollievo che lesse nello sguardo intenso dei suoi occhi la' compensarono di tanta sofferenza. Mentre continuavano a scrutarsi a vicenda, Gudi, notò che lui non si era mosso di un passo per venirle incontro. Passarono altri secondi e lei incominciò ad avvertire qualche lampo di incertezza:
"E se non la avesse più voluta come donna? E se adesso gli avesse fatto ribrezzo?"
Impaurita, respinse subito le sue supposizioni e, facendo appello "all'amore che tutto può", con passi lenti attraversò la stanza. Arrivata di fronte a lui, lo strinse a sé e premette il viso sulla morbida stoffa della sua giacca, alla ricerca del suo profumo. Le era di conforto sentire che era sempre lo stesso: aria salmastra e uva sultanina, delicato, un po' svanito, come il ricordo di una promessa del passato... Scostandosi da lui, gli pose una mano lievemente sulla guancia e poi, sfiorandogli la tempia con la punta delle dita, cercava di leggere nel suo viso. Si accorse di qualche rapida contrazione delle mascelle, non riusciva più a nascondere la sua commozione. La prese per le mani e, intrecciando le dita insieme alle sue, chinò il capo cercando la bocca di lei con le sue labbra. La baciò con sensuale delicatezza, perdendosi nello spazio e nel tempo, parlando d'amore e desiderio, di nostalgia e rinuncia. Con questo bacio piangeva il suo autunno senza futuro, si appellava alla speranza, compagna fedele di ogni età, volteggiando insieme a lei, sulle note più dolci e più melanconiche, che possa esprimere un solitario violino...
Lui, così austero ed inavvicinabile, senza alcuna riserva, si era abbandonato dentro l'anima di lei, per una sola volta, unica ed indimenticabile. Lui le aveva detto tante cose, belle e tristi, le aveva fatto anche capire che, se mai ci fosse stato un malinteso oppure una rottura tra loro, non sarebbe accaduto a causa della sua operazione. L'incantesimo si stava ritirando negli angoli semibui della stanza con la stessa lentezza con la quale lei vide svanire dal viso di lui, l'espressione di incondizionato trasporto, che aveva trasmesso anche nel suo bacio. Sempre l'uno di fronte all'altra, lui, diviso tra la passione e la logica del suo atteggiamento abituale, sembrava esitante, intimorito, mentre lei rifiutava di rientrare nello schema ordinario, ora che le loro anime stavano ancora avvinghiate e riluttanti a lasciarsi, lei aveva ancora sete dei suoi baci, voleva sentir scivolare le sue mani carezzevoli sulla sua pelle, desiderava con tutta se stessa che lui spegnesse il fuoco che aveva acceso nelle sue vene. Ma lui, come sempre, era più forte, o più saggio. La spinse lontano da sé, la fece sedere e le chiese: "Senti Gudi cara, non sono sicuro se posso chiedertelo,... ti dispiacerebbe mostrarmi la tua ferita?"
"Se è questo quello che vuoi... ecco, ...guarda..."
Con calma, incominciò a sbottonarsi la camicetta e se la sfilò per metà. Lui appena vide la gran quantità di ovatta e nastro adesivo che copriva il suo seno fin sotto le ascelle, rimase troppo impressionato. Con una mano cercò appoggio sul bordo della scrivania, con l'altra, tentò di ricoprirla. Poi quasi di corsa si rifugiò nella sua poltrona. Con le mani percorse da un quasi impercettibile tremore, si accese una sigaretta e con voce rauca si accinse a darle una spiegazione: "Sono molto confuso, ma sono sicuro che riuscirai a comprendermi. Anch'io stasera ero pervaso da un quasi incontenibile desiderio di te. Però, sapendoti in queste condizioni, ho paura della tua fragilità. Ho paura che con un movimento irrazionale potrei farti del. male... Credimi, lo sto dicendo contro la mia volontà,... portiamo pazienza per qualche giorno in più, vuoi?"...
Aveva capito, e anche se sull'istante non era capace di ammetterlo, gli era grata per il suo riguardo. In quel momento mancava la protettiva serenità che si può trovare solo nella propria casa. Mancava l'impudica, collaudata intimità di una propria camera da letto...
Lui proseguì con il timbro della sua voce di nuovo sotto controllo, mentre nei suoi occhi si alternavano guizzi di luce di divertita ammirazione:
"Lo sai che ti adoro! Sai anche che sono in difficoltà davanti alla sofferenza causata dalle malattie. Non posso che ringraziarti con tutto il mio affetto per la tua comprensione, e per il fatto che non ti sei lamentata per il mio totale rifiuto di entrare in ospedale per farti una visita. Sono felice di saperti di nuovo vicino a me. Ora mi devi promettere, anche se sarà una strada piena di insidie che dovrai percorrere, che tu senza indugiare oltre, inizi le terapie che ti sono state indicate. Sarai costretta a dare ancora prova della tua resistenza e del tuo coraggio. Cercherò di dominare le mie difficoltà alle tue sofferenze e ti starò vicino come meglio potrò, sicuro che tu, amore mio, tu vincerai!"
Subito si chinò di lato per frugare nella sua cartella di lavoro e presentarle soddisfatto la sua sorpresa per lei: un cofanetto per gioielli, grande e quadrato. Adesso Gudi comprese i guizzi di luce nei suoi occhi. Lei, che non si aspettava un altro regalo, balzò in piedi, facendo qualche salto di gioia. Per aprire il pacco più in fretta, buttò per aria il fiocco, stracciò l'involucro di carta, pigiò il bottone di apertura: il meccanismo scattò e, davanti ai suoi occhi stupefatti, apparve uno splendido collier, ultimo pezzo, il più importante, della parure. Gudi rimase muta e con una gran voglia di piangere. In tutte queste settimane si era tenuta dentro di sé la rabbia e la delusione, per il suo categorico rifiuto di starle vicino anche in ospedale. Aveva provato ad accettare la sua decisione, cercando di trovare una risposta nelle sue spiegazioni. Adesso non poteva rimanere indifferente. Ogni cosa era rivolta a lei, con estrema sensibilità, tatto e profondo sentimento. Avrebbe voluto dirgli tante cose, ma nessuna parola sembrava in grado di esprimere esattamente ciò che lei provava. Questo era lui, il suo modo di manifestarsi: non avrebbe mai potuto convincerlo e giammai costringerlo, a lasciarsi modellare a suo piacere, né indurlo magari nel ruolo di quel principe azzurro che aveva sempre visto in lui. Era lei, che aveva scelto lui, e lui aveva acconsentito alla sua scelta. Era lei, che a prima vista, si era follemente innamorata di lui, e lui aveva acconsentito a farsi travolgere da questo turbinante amore. Lui l'aveva avvisata, che pur essendosi innamorato di lei, non avrebbe mai mosso un passo oltre le proprie convinzioni. Toccava a lei, accettare, oppure no. Così, da quella sera, Gudi, con lo sguardo sopra il gioiello, ma con la mente impegnata nel contrasto con il suo cuore, decise di arrendersi e mettere il loro futuro nelle mani dell'uomo, che da quel giorno considerò il suo compagno.
Morire, dormire, non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore, a ogni infermità naturale della carne...
Appuntamento
prima chemio fumetto per le ore dodici...
L'esame dell'emocromo
era nella borsa. La pastiglia antivomito, come prescritto, era stata inghiottita
con grande apprensione. Era un pezzo che, pronta per uscire, invece di
varcare la soglia della sua camera da letto, continuava a camminare disperata
avanti ed indietro nello spazio limitato che aveva a disposizione. Nei
pochi giorni trascorsi a casa, si era resa conto di quanto si sentisse
stanca e tesa, tesissima. Una corda di violino, troppe volte suonata, troppo
consumata, quasi contenta di essere spezzata. Aveva accumulato troppa tensione
nelle ultime settimane. La notizia del cancro, l'intervento, la notizia
dell'esito maligno. E adesso la chemioterapia e la radioterapia e poi chissà
cos'altro ancora!...
Le due realtà, maligno e chemio, la perseguitavano in ogni minuto della giornata e, ogni notte, scivolava senza volerlo negli abissi del mare in attesa di essere catturata da una enorme, repellente piovra, che, dopo averla avvolta nei potenti tentacoli, succhiava attraverso le ventose, con perfida soddisfazione, fino all'ultima goccia, la sua linfa vitale.
Quello che desiderava era fuggire da tutto e da tutti. La cosa migliore sarebbe stata fuggire nel sonno. Un sonno profondo, senza responsabilità, senza doveri, senza speranze mai esaudite. Dormire, dormire, magari per rinascere, o, forse meglio, questa volta, senza rinascere, solo dormire, nient'altro che dormire...
Gudi aveva rifiutato dall'inizio la terapia, e, di giorno in giorno, si era convinta che non aveva più la forza necessaria per affrontare la situazione. Non voleva pagare il prezzo della speranza.
Ore undici:
Ormai si era
spogliata di nuovo e stava seduta in pigiama sul bordo del letto. Aveva
deciso, non voleva uscire dalla sua stanza, non voleva uscire dalla sua
casa, non voleva raggiungere l'ambulatorio della Lega. Nemmeno la vergogna,
né la rabbia che aveva provato, confrontando la sua vigliaccheria
con il coraggio delle persone che andavano in quel posto da sole, erano
stati in grado di aiutarla. Ora, quello che lei voleva era solamente dormire,
dormire per dimenticare,... dimenticare... dimenticare!
Si sarebbe aiutata con un sonnifero, anzi, meglio due e se si fosse svegliata troppo presto, ne avrebbe preso un altro e un altro ancora finché non si fosse liberata anche della sua inesauribile stanchezza. Dopo, semmai, domani, dopodomani, forse un altro giorno qualsiasi, avrebbe ripreso in mano le redini della sua vita.
L'inaspettato squillo del telefono le fece depositare la scatola dei sonniferi sul comodino ed allungare la mano verso l'apparecchio. Il suo cupo: "Pronto ??" non tolse l'entusiasmo dalla voce di Stefania: "Ciao, ho saputo che sei tornata a casa, meno male,... ero preoccupata, perché non ti sei fatta sentire?... Dimmi, come stai?..."
Gudi, ancora intorpidita, comunque percepiva che questo non era stato un semplice squillo del telefono, questo era stato il suono imperativo delle potenti campane a favore della vita! E così colse l'occasione per confidarsi con la sua amica: "Non so come dirtelo, sto male, sto tanto male, mi sento in trappola..." Stefania ascoltò, pazientemente, fino alla fine e, tralasciando ogni commento superfluo, con voce ferma, decisa, che non ammetteva possibilità di replica, come Gudi non l'aveva mai sentita, le rispose: "Purtroppo, Franco non c'è. Dovrai guidare tu! Fatti trovare tra venti minuti sotto casa, ti accompagno io..."
E' in queste occasioni che si incomincia a credere al disegno misterioso del destino e l'invito alla fede ed al coraggio si fortificano quando, dopo anni si è ancora in grado di ricordare e di raccontare.
Avevano cinque minuti di ritardo, quando suonarono il campanello dell'ambulatorio. La porta venne aperta da una signora in camice bianco. Era inaspettatamente bella. Una massa di morbidi capelli biondi incorniciavano il viso, nel quale irresistibile, dominava un grande, raggiante sorriso. Non più giovane, la sua età era comunque resa indefinibile da un suo personale tocco di classe. Sapeva regalare frammenti di sicurezza così intensi, da convincere pazienti irragionevolmente dominati dal rifiuto, come Gudi, a non fuggire, se l'attesa al proprio turno subiva un leggero ritardo.
Lei avverti subito un odore acre, sgradevole, che le riempiva le narici di medicina "cattiva", disinfettante, di tanta paura, e le si depositava come colla sulla bocca dello stomaco. Era alle prese con un forte giramento di testa quando riapparve "l'angelo biondo" per accompagnarla nella stanza, che Gudi, per i prossimi mesi, avrebbe temuto più di ogni altra cosa al mondo: "la stanza dei veleni!"
Si voltò
per salutare Stefania, ma lei era già pronta per seguirla: "Non
temere, sono qui,... il mio posto adesso è vicino a te..."
Il sollievo
di Gudi questa volta superava di gran lunga la gratitudine che aveva nel
cuore.
Dentro la stanza dei veleni, era attesa da una dottoressa: piccola, snella, capelli lunghi, lisci, castani, raccolti sulla nuca in un disinvolto chignon. Rimase subito colpita da due grandi occhi scuri con l'espressione tenace e disincantata di chi conosce la sofferenza, in netto contrasto con la sua giovane età. La sua risolutezza si mischiava ad un carattere aperto, sensibile e conciliante. A Gudi sembrava di essere circondata dai "tre moschettieri". Erano lì, intorno a lei, compatti, inflessibili, per il suo bene. Lei, ancora, non era riuscita a reprimere la sua grande voglia di scappare. Si sentiva persa in una marea di emozioni: con una mano protesa alla prima iniezione, stringeva nell'altra il filo d'Arianna, che avrebbe dovuto condurla attraverso un tortuoso labirinto psicologico. Durante i preparativi tutti avevano cercato di distrarla, di minimizzare quello che stava per accadere. Si rendeva conto dello sforzo che stavano facendo per stabilire un contatto con lei. Incominciò a partecipare alla loro conversazione ed a riversare su di loro un discorso fiume; quando si accorse che era l'unico modo per resistere si raccomandò ansiosa:
"Vi scongiuro,
se dovessi smettere di parlare, non restate in silenzio, insistete, continuate
a chiacchierare".
"Tutto quello
che desideri, basta che tu faccia la brava!" risposero in coro..."
Il liquido, iniettato molto lentamente, entrava veloce nel flusso sanguigno. Poteva seguire il suo effetto "agghiacciante" in ogni parte del corpo... Il cervello, immediatamente nebuloso e formicolante, la bocca asciutta e ovattata, la violenza di qualche deciso pugno nello stomaco, due ghiaccioli congelavano le ovaie; poi ebbe la sensazione che, dentro le scarpe, le unghie dei piedi, come se tentassero di formare un ricciolo, si stes