| Una
corda tesa
Il tuo invito a scrivere le proprie emozioni per liberarsi dalle ansie ha trovato in me rispondenza, forse perché sentivo il bisogno di chiarire a me stessa, scrivendo, il senso di quello che sto vivendo. Premetto che vengo da molto lontano. A casa nostra non si poteva usare la parola "tumore" per via di uno zio la cui morte era risultata tragica. Poi si è ammalato mio marito: era il 1977, l’anno in cui a Parigi il Prof. Mathè ha annunciato che nella cura dei tumori si era passati da 0 a 1 e questo apriva finalmente la strada alla speranza. Mio marito non è stato quell’uno ed è morto e io ho cominciato a pensare che la prevenzione era una grande stupidaggine, perché voleva dire solo cominciare a soffrire prima, meglio lasciare alla sorte e pensavo che sarei stata grata a chi fosse riuscito a nascondermi la realtà, lasciandomi vivere più serenamente quel che mi restava da vivere. Poi mi sono ammalata io. La mammografia, la prima della mia vita a 66 anni, ha rivelato che c’era una "eteroplasia" e io che pure ho studiato greco, non sono riuscita a capire che equivaleva a neoplasia (o non ho voluto capirlo?) Ma chi mi ha steso il referto ha pensato alla possibilità di inganno? Infine sono entrata in ospedale per essere operata. Ricordo le mie lacrime sotto le coperte, lacrime di rabbia per non essere andata prima. Dov’ero quando i giornali, la televisione parlavano di diagnosi precoce, come di una possibilità per evitare il peggio? Poi l’operazione, la radioterapia, la brachiterapia, così pesante per l’isolamento: sola, con i tuoi pensieri. Sono venuta a chiedere aiuto. Vi conoscevo già, ero venuta a qualche festa. Non ero molto convinta dell’utilità di un’Associazione di persone unite da un problema comune. Ho avuto piccoli consigli pratici che i medici non mi avevano dato, insieme a una grande disponibilità. Pian piano avevo capito l’importanza della prevenzione: ricordo ancora le lacrime della sposina che era nella mia stanza, che si era sentita il nodulo ma il medico le aveva detto di aspettare qualche mese, che non era niente....... E avevo capito che avrei dovuto fare qualche cosa anch’io. Poi ho visto lo statuto di altre Associazioni, la VIDAS per esempio, che mettevano come condizione che per parteciparvi uno non avesse problemi personali o familiari di tumore ; giusto, mi sono detta e come potrei io aiutare gli altri essendo così coinvolta? Un giorno ti ho detto che avrei fatto il corso per volontarie quando fossi stata certa (?!) di essere guarita e tu mi hai risposto che era solo come fare una psicoterapia. Sono ancora del parere che il mio aiuto, per il momento, potrà essere solo pratico: se avete bisogno per telefonate, per scrivere, per mettere in ordine carte...... Però ho sposato l’idea di un’Associazione dove tutte aiutano e tutte sono aiutate. Ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: l’Associazione è come una corda tesa attraverso il guado di un fiume. Tu sei arrivata dall’altra parte e la tieni saldamente. Al di qua c’è il passato, la malattia, di la c’è il guado, la corrente che ti trascina via, ma anche la corda a cui attaccarsi. Io sono arrivata a capire, ma non lo capisco sempre, che non ha senso guardare indietro, a un passato che è proprio passato; non ne ha molto nemmeno guardare avanti in modo utopistico, ma con fiducia, sì. Quello che serve è vivere al meglio l’oggi, che è la sola cosa che mi è data, servendomi anche dei vantaggi che mi dà questa corda tesa sull’abisso delle paure che sono sempre in agguato. Visto il mio punto di partenza mi pare di aver già fatto parecchia strada. Grazie
Caterina.
Questo racconto è stato raccolto da: Associazione Volontà di Vivere, Padova |