| Un
fulmine a ciel sereno
Trovo appropriato questo paragone perché l’eventualità di sviluppare un tumore al seno non l’avevo mai presa in considerazione, perché non mi risultava ci fossero stati precedenti familiari. Ma un giorno mi accorsi di qualcosa che non avevo mai notato prima, pensai ad una piccola cisti e il medico avvalorò la mia ipotesi. Mi disse che non c’era motivo di preoccuparsi. Dopo qualche mese feci la mammografia e l’ecografia in una struttura privata. Non trovarono niente degno di approfondimento. Trascorsero alcune settimane ed ebbi la sensazione che questa cosa, aumentando di volume, mi provocasse fastidio e per chiarire ogni dubbio questa volta ebbi la fortuna di rivolgermi ad un medico veramente preparato. La diagnosi, l’intervento, accaddero così tempestivamente che i primi giorni mi sembrava più un brutto sogno che un dato di fatto. Arrivò il momento della radioterapia, il più pesante sotto l’aspetto psicologico, non per la terapia in se stessa, ma perché in quell’ambiente si può vedere in faccia la sofferenza e il declino della persona ammalata. Si aggiunga il mio bisogno di conoscere il significato dell’esame istologico e ancora l’aspettativa delusa che mi ordinassero dei farmaci in grado di aumentare le difese ; tutto questo mi provocava un’angoscia che non riuscivo più a gestire da sola. Allora presi l’elenco telefonico e scelsi l’Associazione "Noi e il Cancro". L’incontro con Caterina. Ricordo la mia insistenza per ottenere farmaci in grado di aumentare le difese, mentre Lei cercava di farmi capire che non sono così importanti. Infatti mi consigliò di partecipare a un seminario di psicoterapia ; questo accadde proprio al momento opportuno, e in quella occasione feci pure delle belle amicizie. Sono passati tre anni, sto bene e apprezzo di più la vita. L’incertezza del futuro c’era anche da prima, ma ora la sento di più. Ho imparato a trovare le mille ragioni per vivere serena, grazie anche a Caterina e alle sue inconfondibili capacità di intuire i bisogni e organizzare i mezzi per soddisfarli. Marcella Questo racconto è stato raccolto da: Associazione Volontà di Vivere, Padova |