Avanti il secondo

Dalla prima diagnosi di tumore erano passati 17 anni. I controlli si facevano sempre più distanziati e tuttavia ogni volta incontravo la stessa paura. Prendere il treno, fare gli esami di controllo e poi la visita medica erano sempre delle fonti di ansia molto profonda. Chi non ha sperimentato una situazione simile può pensare, forse, che non sia vero eppure ogni volta era terribile. Avevo sempre la paura che mi dicessero che mi ero ammalata nuovamente: ”Ma cosa vuole avere, ormai è passato tanto tempo”, così mi veniva detto continuamente dai medici e anche da altre persone. Eppure da un po’ di tempo sentivo delle fitte sul fianco destro, un batticuore strano, respiravo e sentivo dolore. Mi sforzavo di cacciare via il pensiero della malattia ma il dubbio persisteva. Il mio medico continuava a non credermi, per lui era tutto un fatto psicologico. ”Non vorrà averli tutti lei i mali strani, è un fattore psicologico”, continuava a ripetermi. Stanca di queste risposte insoddisfacenti un lunedì mattina, approfittando del fatto che era il mio giorno di riposo, con il marito che era al lavoro e la figlia a scuola, ho preso il treno e sono andata a Milano al mio solito Istituto per parlare con qualcuno dei tanti medici che conoscevo molto bene. Visti i precedenti il dottore mi aveva consigliato di fare un’ecografia urgente che io eseguii in un altro ospedale. Infatti all’Istituto c’era da aspettare troppo tempo. La risposta arrivò nel giro di breve tempo. Un ombra di forma rotondeggiante, non ben definita al fegato. Al ritiro dell’esame c’era con me anche mio marito. Eravamo senza parole. Tremavo senza riuscire a calmarmi. 

Con quell’esame ci siamo recati all’Istituto perché quanto era stato trovato era sospetto. Si era deciso di ricoverarmi nuovamente per ulteriori controlli. L’attesa degli esami è stata terribile per tutti. Ognuno l’ha vissuta e dimostrata a modo suo. Io non volevo piangere, ma le lacrime uscivano da sole. Cercavo poi di smettere subito perché mio marito non parlava più. Si era chiuso in un mutismo che bloccava qualsiasi reazione. Mia figlia dopo le prime lacrime era a un livello di tensione tale che ha cercato di minimizzare. Mi incitava a non esagerare: ”Tanto non si sa ancora nulla di certo”, continuava a ripetermi. Chissà invece quante lacrime e pensieri saranno corsi nella sua camera! Mancavano due mesi alla fine della scuola, stava preparando la tesi e io non volevo preoccuparla ulteriormente. Mi rendevo conto che lei era più forte di me. Non parlavo per non piangere ma quando c'era silenzio era peggio per tutti. 

Una sera, nel bel mezzo del telegiornale, mentre riordinavo la cucina ho deciso e mi sono detta: ”Se anche questa volta me la cavo voglio un bel regalo: un cane”. Lo desideravo da tanto tempo sin da quando ero bambina. In una maniera o nell’altra però avevo dovuto rinunciarci sempre; ad un trovatello, ad un altro che mi era stato regalato, ad un altro ancora che era stato portato a casa. La sentivo una sfida, sapendo quanto era difficile che un cane venisse accolto a casa mia, la sentivo una sfida pari a quella che avrei dovuto riaffrontare se avessi ricevuto ancora la diagnosi di un altro tumore. 

Ho iniziato ad aspettare la telefonata per il ricovero. La telefonato arrivò alle ore 13 e in reparto mi stavano già aspettando dal mattino precedente. Fui anche sgridata per questo mio comportamento che ai loro occhi sembrava inspiegabile ma la segretaria del reparto in realtà si era dimenticata di telefonarmi. Appena uscita dall’ascensore ero stata sgridata, ancora prima che riuscissi a spiegarmi. Ricominciò la solita via crucis: visite, esami, ecografia, tac, risonanza magnetica e poi ancora tanti altri esami che non ricordo più. Ogni esame toglieva dei dubbi ma ne evidenziava altri. I medici non si decidevano ad operarmi finché non si conosceva con esattezza la natura di questa ombra di circa 6 cm che si trovava sul lobo del fegato. Nessuno poteva escludere una recidiva e pertanto mi venivano prescritti altri tipi di esami. Mi era stato detto che sarei rimasta in ospedale per non più di 3 o 4 giorni, ma in realtà ne erano già trascorsi 10 e si prospettava soltanto un cambio di reparto di degenza. C’erano dei contrattempi, l'esperienza del ricovero in ospedale è fatta anche di questo. 

Quando i pazienti sono numerosi l’organizzazione dipende da un insieme di persone e tra di loro possono esserci dei disguidi. Per chi però le vive in prima persona, per l’ammalato, sono sempre delle docce fredde. Mi avevano trasferito al 7° piano, in quel reparto si curavano le malattie al fegato. Un giorni il primario mi ha chiamato nel suo studio e su una lavagna luminosa e con una bacchetta tra le mani ha iniziato a spiegarmi. ”Vede questa parte scura sporge e spinge a sinistra lo stomaco, per questa ragione digeriva male. Inoltre spinge anche sul diaframma e per questa ragione avvertiva il dolore ed infine il respiro difficoltoso era legato al fatto che il sangue non era ben ossigenato e il cuore lavorava con difficoltà, ecco spiegato anche il battito strano che avvertiva. Opereremo domani, è in buone mani e la situazione non è grave”. Finalmente qualcuno che mi parlava in modo chiaro, pensai. Almeno sapevo che non ero stupida e tutti i sintomi che avvertivo non erano legati a motivi psicologici. Il mio medico continuava a dirmi: ”Si lamenta per ogni doloretto e pensa sempre al peggio. Cosa vuole che sia, non ci pensi. È tutta un’impressione”.

Avrei preferito che avessero avuto ragione loro, ma purtroppo non era così. Mio marito e mia figlia sarebbero arrivati nelle prime ore del pomeriggio ma io dovevo prepararmi per andare in sala operatoria e già alle 6 e 30 del mattino mi avevano chiesto di indossare il già conosciuto camice bianco. Che paura, che fare? Ho pensato: ”Telefono alla mia amica di Catania”. Volevo evitare ulteriori preoccupazioni a mio marito e a mia figlia e così ho telefonato a questa amica siciliana. L’avevo conosciuta durante il ricovero precedente. Avevo urgente bisogno di parlare con qualcuno che mi capisse e che potesse dirmi anche solo una parola di incoraggiamento. L’ho praticamente svegliata, l’ho informata di quanto avrei fatto ed è stato consolante per me sapere che c’era almeno una persona che mentre andavo in sala operatoria mi pensava. Dopo qualche attimo arrivò il barelliere con il lettino per andare in sala operatoria. Ho baciato il crocefisso della suora che mi ha detto. ”Dai che tu sei brava”. Ho pensato: ”Sarà vero, avrà capito che sono una brava persona oppure è stato solo un augurio?”.

Il lettino iniziò a muoversi, entrammo in ascensore ed io mi sentivo rassegnata a quanto mi sarebbe aspettato. Tremavo e saltavo nel lettino, non so se per il freddo o la paura. Ero distesa sul lettino nella sala attigua alla sala operatoria dove mi avrebbero aperto la pancia e sentivo le infermiere che parlavano tra di loro.

”Sai, questa mattina mia figlia non voleva i biscotti e neanche la brioche. Beh, io l’ho lasciata stare. Che si arrangino!”. Da un’altra sala arrivava un’altra voce: ”Hai visto il film ieri sera?”. Mi arrivavano discorsi su questioni qualunque, di ogni famiglia, questioni normali di ogni giorno. Ero sola in questa saletta e pensavo: ”Ma lo sanno che sono qui, che ho paura?”. C’era la porta aperta e vedevo dove mi avrebbero portata. Le domande si accavallavano nella mia mente...: “Perché non mi viene il sonno?, Mi addormenterò?, Ho freddo perché non mi coprono?, Cosa troveranno?”.

Dagli esami non si capiva molto bene. Dopo qualche attimo è arrivato l’anestesista. Mi aveva rassicurato: ”Certo che dormirà, non si preoccupi. Conti fino a …”. Credo di aver detto 1, 2 e poi niente più. Mi sono risvegliata fuori dalla sala operatoria. Mi bruciava dappertutto, mi volevano infilare un tubo in bocca. Stringevo i denti, non volevo. Arrivai nella mia stanza in reparto. Dopo vari movimenti per rimettermi nel mio letto, mi risvegliai completamente e avverti subito un fortissimo dolore in tutto il corpo. Non era ben definito. Anche adesso che scrivo e a distanza di tanti anni lo ricordo vivamente. Che sensazione terribile di dolore profondo. Mi viene da piangere anche adesso al solo ricordo di quelle sensazioni. 

Mi avevano messo il catetere, il sondino naso-gastrico, un grosso vaso sul comodino che mi richiamava la domanda: ”Quanto grave sarò?”. Intanto erano entrati nella stanza mio marito e mia figlia. Li sentivo, ma non riuscivo a vederli. Volevo continuare a dormire. Sentivo dolore dappertutto ma sapevo che erano con me. Mi sentii sistemare il lenzuolo, toccare il viso, dire: ”Questa volta è tagliata di traverso!”. ”Beh, ora posso dormire un po'”, dissi a me stessa.

Dopo un po’ mi risvegliai ancora e vedi mia sorella che era venuta a trovarmi da Torino. Non mi aspettavo una sua visita, mi aveva fatto molto piacere. Finalmente dopo qualche giorno riuscii a rimettermi in piedi, mi spostavo trascinandomi dietro le flebo. Camminavo tutta gobba perché la ferita mi faceva molto male. Le domande che frullavano nella mia mente erano sempre le stesse: ”Mi raddrizzerò? Tornerò come prima?: Questa volta credo di no, sono troppo conciata male”. Mi accorgevo che mi ponevo le domande e mi davo le risposte da sola.

Mia figlia mi aveva regalato una piantina di violette. Sapeva che mi piacciono molto. Le ho messe sul bordo del lavandino e mi facevano pensare a lei anche quando non c’era. C’era un bigliettino e un quadrifoglio disegnato da lei con su scritto: ”Non è vero ma spero ti porti fortuna lo stesso. Tua R.”.

Facevamo a gara a raccogliere i quadrifogli, a chi li vedeva per prima e bastavano anche queste piccole cose per farci sentire in sintonia. Ci capivamo con i piccoli gesti io e lei. Il giorno successivo all’intervento era venuta a trovarmi solo la sera, era stata con il suo ragazzo a trascorrere un giorno diverso visitando un parco che voleva vedere da tempo. Io le avevo dato il consenso giorni prima perché era stressatissima tra la scuola, la preoccupazione per me e per il papà che stava vivendo anche lui un momento difficile. Come era bella con quell'abito blu a piccoli fiori! La vedevo bene. Si era svagata un po’ ed io avevo trascorso lo stesso la mia giornata con la visita di mia cognata. 

Scrivo anche questo particolare per questa ragione. Non so se mai lei leggerà questo scritto ma quel che aveva fatto quel giorno, incoraggiata da me, le aveva creato dei problemi interiori e piangendo al telefono mi aveva detto: ”Per ben due volte mi hanno fatto notare che ho sbagliato a non essere lì con te. Sono stata a divertirmi mentre tu eri in ospedale”. Per gli altri era tutto logico ma io sapevo quanto bisogno avesse anche lei, non tanto di assistermi, ma di riposo. So che mi pensava e non aveva mancato di prodigarsi in altri momenti. Spero che il mio consenso sia valso più di tutte le parole degli altri ed anche voi mamme che, forse state leggendo questo scritto, anche se state vivendo una situazione diversa dalla mia, lasciate che i pensieri tristi investano il meno possibile i nostri/vostri figli. Queste situazioni lasciano troppo il segno ed io purtroppo ne so qualche cosa. Quando sono stata dimessa e sono tornata a casa ho saputo con gioia che non era maligno. Era stata fatta una resezione, si era pulito un po', ed io ricominciavo a vivere. 

Durante il ricovero avevo conosciuto una signora di Firenze. Veniva spesso a trovarmi. Era stata dimessa prima di me ed era venuta a salutarmi. Stavo facendo il riposino pomeridiano e per non svegliarmi mi aveva accarezzato dolcemente il viso, mi aveva baciata sulla fronte ed io che ero sveglia non ho avuto il coraggio di aprire gli occhi. Sono stata lì a fingere di dormire per gustarmi queste carezze. Immaginavo che fossero di mio marito, so che lui non lo avrebbe mai fatto ma io volevo crederlo lo stesso. Ho sentito che mi diceva: ”Ciao”, dentro di me ho risposto al suo saluto. Non l’ho più rivista e di lei non ho mai saputo più nulla. Tuttavia è sempre presente nei miei pensieri. Avevo ripreso a fare i controlli. Si notavano piccole macchioline, ma che non destavano nessuna preoccupazione. Potevano stare lì ed intanto il tempo passava e anche i controlli si diradavano nel tempo. 

I miei genitori non erano venuti a trovarmi in ospedale. Non era di nessuna utilità né a loro né a me. A dir la verità non erano stati nemmeno informati. Nel mese di maggio, alla festa della mamma ero ancora ricoverata. Ho chiamato mia madre al telefono, portavo ancora il sondino naso-gastrico. Volevo farle gli auguri, lei mi aspettava a casa sua, a 200 km di distanza. La mia voce era strana e le dissi che avevo l’influenza con una forte tonsillite. La pregai di non chiamarmi a casa perché avevo la febbre, avrei dormito e che se mi chiamava mi avrebbe svegliata: ”Non preoccuparti, ti chiamo io”. 

Così è stato, lo hanno saputo soltanto dopo alcuni anni. Se avesse saputo la vera ragione della mia voce strana non sarebbe comunque cambiato nulla per me. Dico che non sarebbe cambiato nulla ma mi accorgo che la vera ragione è legata al fatto che era il modo migliore per dire a me stessa che me la sarei sbrigata da sola lo stesso. Tanto mia madre mi avrebbe soltanto rattristata di più. Lei non era certamente un supporto per me, mio padre poi non lo avrei di certo voluto come compagnia. Il ricordo dello scontro avuto con lui dopo il primo intervento era per me ancora troppo vivo. Lo mandai fuori dalla stanza. Ero dolorante, mi avevano operata il giorno precedente. Mi avevano aperta come un pollo; dall’alto in basso e lui mi disse: ”Non fare finta di lamentarti, lo sappiamo lo stesso che sei stata operata!”. Non avevo forze, la gola mi bruciava, dal sondino non usciva granché ma il sentirmi non creduta, specialmente in quei momenti, mi ha fatto esplodere. L’ho cacciato via: ”Esci, non ti voglio qui”. Con un filo di voce cercai di ribellarmi al suo modo di fare. Oggi, dopo anni, sono molto dispiaciuta di tutto questo. So che avevano fatto diverse ore di treno per venirmi a trovare, per stare con me 10 minuti. Tuttavia sapevo che erano stati costretti da mio marito a farsi vedere da me anche solo per pochi minuti. Come potevano non credermi? Ero conciata talmente male!!. Mah, cose passate, tristi per diversi motivi. Ormai rimediare e/o chiarire non si può più. Anche il secondo intervento era stato superato e mi dicevo sempre: ”Spera di non aver bisogno dei tuoi familiari”.

Dopo 10 giorni dall’intervento e con metà punti da togliere ero già al lavoro. C’era bisogno di me. Il titolare che era anche mio amico aveva problemi famigliari e cercando di minimizzare il fatto che avevo 40 punti sulla pancia ho ripreso a lavorare. Qualcuno mi aveva detto che ero stata incosciente. Volevo sollevarlo da qualche problema. Già consapevole del fatto che la risposta della biopsia era negativa volevo riprendere al più presto la vita di prima. 

Ad una visita di controllo avevo saputo che ero positiva all’epatite C e dovevo state attenta per le persone che vivevano con me. Dopo anni e vari esami ho saputo che nel mio sangue non c’erano più tracce di questa malattia. Che sollievo!!!! Nel mentre mia figlia aveva iniziato a lavorare nello stesso ospedale, così l’andirivieni da questo ospedale è continuato nel tempo anche per ragioni non strettamente legate alla mia malattia. Quando faccio i controlli c’è sempre tanta apprensione, però tutto procede tranquillamente. Molte volte sono uscita dalle visite di controllo sorridendo e mi dispiaceva per quelle persone che vedevo stare male o che magari erano ancora in attesa di una risposta. Quando si sta male ci si chiude sempre in sé, si crea una forte tensione allo stomaco, alla pancia, manca il respiro. Allo star male non ci si abitua mai. L’attesa per i controlli fa diventare egocentrici, si pensa solo a se stessi sperando il meglio ma con la paura della sorpresa negativa. 

Quante persone ho incontrato in tutti questi anni che ho frequentato questo Istituto! Spesso con gli operatori ci sono stati disguidi. Ci si scoccia, ci si lamenta perché essendo malati vorremmo tutte le attenzioni per noi, da parte di tutti, dai medici agli impiegati. Tuttavia mi rendo conto che una mole di lavoro così grande, continua e intensa fa sì che non sempre è facile far funzionare bene una struttura. Può essere facile che ci scappi la scortesia; magari è solo per la stanchezza. 

Mi rendo conto che ogni persona che lavora può avere qualche mancanza. In tanti anni io però posso affermare che ho ricevuto tanto da un punto di vista umano. Tutte le prestazioni nei diversi settori sono state eseguite con scrupolo e professionalità. Per tanto tempo ho creduto che il personale venisse scelto secondo criteri non solo professionali ma anche umani. Infatti ciò che ho trovato in questo ospedale non l’ho trovato facilmente in altri. Molte volte ho comunicato questi pensieri agli operatori quando venivo per i controlli medici o per le visite. Sono stata assistita con cura e attenzione. Certe volte sono piccoli gesti come l’infermiera che mi aiutò a infilarmi le scarpe perché scendendo dal lettino ero travolta dai conati di vomito oppure quando mi sono state date risposte esaurienti alle domande che ponevo. Certe volte mi sono sentita orgogliosa ad essere stata curata in un ospedale come questo. Nella mia sfortuna sento di essere stata tra buone mani. 
 

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