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il terzo
Nel 1999, all’ennesimo controllo sono andata abbastanza tranquilla. Mi sentivo bene, non c’era ragione per essere preoccupata. Avevo fatto la mammografia ed aspettavo l’esito. Pensai che era solo una questione di qualche minuto e poi sarei potuta andare a casa. Invece l’operatore mi aveva richiamata per ripetere l’esame. Gli avevo chiedo: ”Non è venuta bene?, Mi sono mossa?, 10 mesi fa non avevo nulla, c’è qualche cosa che non va?”. Solo dopo aver ripetuto l’esame mi è stato detto che s’erano delle piccole calcificazioni ma che erano da togliere subito. C’è ne era una a forma di stella che destava sospetti. Mi venne detto di aspettare il chirurgo. Mi sono seduta su una sedia e ho aspettato. Mi accorgevo che ancora una volta iniziavo a tremare, tremavo talmente tanto che facevo muovere anche le altre sedie. Uscì un operatore che mi chiese: ”Cosa fa lei qui da sola?”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, iniziai a piangere. Ero disperata, ero sicura di avere qualche cosa al seno. Era da operare. Non era un errore. Lo avevano visto per ben due volte. Come faccio ad andare da mia figlia, nel suo reparto e comunicarle una notizia simile? Anche mia figlia lavorava ormai da alcuni anni nello stesso Istituto, dando il suo contributo lavorando con amore. Ho capito che il personale non viene scelto, ma ognuno lavora seriamente considerando che il risultato finale si ottiene insieme; siano essi medici, infermieri o qualunque altro operatore sanitario. Mi accorgevo di aver pianto anche fin troppo, mi asciugai le lacrime. Credevo di riuscire a mascherare bene ed invece mia figlia appena mi vide si allarmò subito. Con le sue colleghe aveva contattato un chirurgo e si era informata del reale risultato della mammografia. Non c’era dubbio era proprio un carcinoma alla mammella. Si mise nuovamente in moto la macchina per il ricovero ospedaliero. Non c’era posto, si provò a cercare anche attraverso gli aiuti e le conoscenze. Inizialmente si riuscì ad avere una prenotazione dopo 10 giorni, successivamente questi diventarono di meno. Feci i soliti esami pre-ricovero. Io mi rendevo conto di non essere presente, non capivo quello che mi stava succedendo. In molti si stavano interessando di me. Mia figlia era agitatissima, piangeva, si tratteneva. Io pure. Nel frattempo si cercava di minimizzare. Le sue colleghe ed altre persone si prodigavano per aiutarmi. Alla pausa pranzo uscimmo insieme per un panino, io e mia figlia. Sedute al bar una di fronte all’altra e con un panino in mano si liberarono tutte le nostre tensioni. In mezzo a tante persone sconosciute scendevano giù mozziconi di pane con lacrime e parole senza sosta né vergogna. C’eravamo ancora una volta solo noi, con un problema grande o almeno a noi sembrava tale. Ho aspettato che finisse di lavorare e siamo tornate a casa insieme. Dovevamo trovare le parole per dirlo a mio marito, parole che non facessero male. Si è presa il carico lei di farlo. Ormai era entrato in casa nostra ancora questo tarlo del male. Mia figlia era ormai sposata, con un bambino e non so immaginare come abbia reagito stando da sola a casa sua. So soltanto che ognuno di noi ha reagito nel modo in cui gli è riuscito. Mio marito oltre essere rimasto senza parole non mangiava quasi più. Io non volevo appesantirlo ma la preoccupazione era davvero tanta. Fingevo di prenderla con filosofia. Pensavo: ”Tanto passa anche questa bastonata, prima mi operano e meglio è”. Mi mettevo a piangere anche involontariamente, non avevo più il controllo delle mie emozioni. La paura la faceva veramente da padrona, non volevo morire. Era appena morta una mia amica dopo 9 anni dall’intervento. La sua sembrava una cosa da niente invece quello che avevano diagnosticato a me era veramente grave. Carcinoma, una parola tremenda anche solo a pronunciarla, da sola dice già tutta la sua gravità. A mia figlia era stato detto che la causa di questo ulteriore tumore era legato in parte alle radiazioni fatte tanti anni prima ma anche al mio stile di vita. C’era qualche cosa in me che mi portava ad autolesionarmi. Come se il tumore me lo fossi cercato. Certamente la mia vita non era stata semplice. Problemi con la mia famiglia d’origine, il lavoro, l’apprensione per quanto avevo vissuto da giovane. Tutti questi problemi io non li avevo cercati ma avrei dovuto imparare a vivere meglio, con meno stress, più serena. Come potevo fare? Come potevo cambiare quello che era stato? Ed anche potendo sarei riuscita a farlo? In tutta la mia vita ho sempre cercato di dare del mio meglio, da bambina ubbidiente a ragazza modello; però non si era mai contenti di me. A scuola mi sforzavo di studiare ma non era mai abbastanza, il fidanzato, secondo i miei genitori, lo avevo scelto sbagliato. Mi avevano costretta a lasciarlo per ben tre volte. Per mio padre e mia madre non era un ragazzo sufficientemente benestante ed io per essere ubbidiente ho fatto anche quello. Poi però quel famoso fidanzato lasciato me lo sono sposato. Eravamo squattrinati, ma insieme ci siamo costruiti una famiglia. Avevamo 20 e 22 anni, lontani 400 km da casa, in cerca di lavoro. Dopo 8 anni dal matrimonio e con una bambina piccola ho avuto il primo cancro, poi il secondo e poi il terzo. Abbiamo avuto diverse situazioni difficili soprattutto legate a difficoltà di comunicazione però ci sono state anche diverse ragioni che ci hanno portato a continuare a vivere insieme. Abbiamo condiviso 33 anni di matrimonio e sono contenta che non abbiamo ceduto alla tentazione di separaci. Mi sono accorta che nella vita nulla è facile; né avere e crescere i figli, né avere e mantenere un lavoro; nemmeno divertirsi senza denaro. Divertimenti ne ho avuti veramente pochi, preoccupazioni parecchie: Che fare allora? Mi erano arrivati i tumori perché non avevo saputo vivere? Non ero stata in grado di pensare a me stessa? Però mi sembrava ingiusto che dovessi pagare anche perché mi ero fatta venire le malattie. Quando mi è stato diagnosticato il tumore alla mammella sono andata in crisi , la paura ma anche la rivelazione di aver sbagliato tutto. Chiarire con mio marito, cercare aiuto, comprensione e appoggio era servito solo a fargli dire: ”Va bene se la colpa è mia quando torni dall’ospedale io me ne vado e tu resti in questa casa”. Quella casa che era diventata completamente nostra da appena 4 mesi. Avevamo una casa nuova, ci eravamo finalmente sistemati, avevamo un bellissimo nipotino, eravamo diventati nonni da poco ed era da pazzi rompere un matrimonio. Io non volevo separarmi da lui, come non volevo la malattia. Tuttavia era presente. Non mi sentivo capita ma non volevo neanche farmi vedere piangere, così ho escogitato il modo per farlo liberamente. Sotto la doccia il rumore del pianto si confonde e l’acqua lava via le lacrime. L’acqua scendendo si mischia ai mugolii che escono sconnessi. Se gli occhi rimangono rossi si può sempre dire che è colpa del sapone. Per questo terzo intervento sono stata ricoverata nel reparto dove c'erano altre donne già mutilate come sarei diventata io. Ho cercato di farmene una ragione, sono diventata addirittura spiritosa e speranzosa che non tutto fosse poi così terribile. Dopo varie visite si decise per l’intervento. Mia figlia ne aveva discusso con i chirurghi, se non era necessaria preferiva che non venisse eseguita una mastectomia radicale. La decisone era stata molto lunga, si studiava il tipo di intervento da fare e anche se era il caso di effettuare la ricostruzione plastica contemporaneamente oppure in un secondo momento. Dopo tanto riflettere era arrivato finalmente il giorno dell’intervento chirurgico. Mi portarono il camice alle 8 del mattino, mi prepararono, mi diedero da bere delle gocce per prepararmi all’anestesia. Dopo qualche minuto però arrivarono a prendermi dalla radiologia per fare una scintigrafia. Dovevo farla il giorno precedente, ma si erano scordati. Così invece di andare in sala operatoria sono finita in un altro reparto. Mi fecero una iniezione con il liquido di contrasto. "Ecco fatto, ha sentito male?, Mi chiese il medico”. Sì, ho sentito male con l’ago in profondità, ormai non mi dovevo più stupire, si sopporta. In piedi, appoggiata a questa grossa macchina mi sentii dire al di là del vetro: ”Massaggi la parte, il liquido non si espande. Massaggi ancora, alzi le braccia”. Io cercai di obbedire, ma quel liquido radioattivo non si voleva assorbire, le mie gambe cedevano, sentivo anche l’effetto del pre-anestetico. Cercavo di reagire e mi muovevo a scatti. Mi raddrizzai, anche le braccia non stavano più su, mi appoggiai alla macchina, ma mi richiamarono ad assumere una posizione eretta. Reagii tenendo alzate le mani attaccandomi ai capelli e così stringendoli stavo almeno attaccata alla mia testa. Intanto il sedativo stava agendo sempre di più, non capivo chiaramente neanche le parole, ero stanca e il tempo di questo esame mi sembrava interminabile. Non mi reggevo più in piedi, presero una sedia a rotelle per accompagnarmi in reparto. Invece mi lasciarono in sala d’attesa perché si aspettava il risultato per la sala operatoria. La testa andò giù, ero tutta confusa, eppure ricordo tutto, anche la vergogna che avevo. Mi vergognavo a farmi vedere in quello stato, credo che avranno avuto compassione e si saranno chiesti se ero una persona normale. Sono rientrata nella mia stanza alle 11 del mattino e la mia compagna era già stata operata. Tocca a me, la mia R. mi salutò e io dal lettino feci l’ultima battutina spiritosa per far vedere che non avevo paura e per tranquillizzarla. Ricordo che il mio sentimento prima di addormentarmi era di fiducia o forse era solo rassegnazione. Ora toccava a me e conveniva pensare al meglio. Mi risvegliai con un gran bruciore. Vidi mia figlia, mio marito pallido e ricordo che tremavo. Le mie gambe saltavano da sole. Mi scaldarono tutti e due massaggiandomi. L’infermiera mentre mi metteva la flebo mi disse: ”Dai, non te lo hanno tolto tutto c’è l’hai ancora lì”. Quel seno che da giorni guardavo e riguardavo allo specchio, che cercavo di allontanare da me mentalmente, che gli parlavo dicendogli: ”Tanto non mi piaci più, ti lascio con il male che mi farà morire. Se ti tolgono è meglio. Sei diventato anche viola dopo gli esami e tra un po’ non ti vedrò più”. Beh, quel seno c’era ancora ed allora malgrado il dolore fisico avevo anche un po’ di speranza che la situazione non fosse poi così tanto grave. Mi tranquillizzai, sentii che i miei cari erano vicini a me. Mia figlia spinse mio marito a uscire a prendere un po’ d’aria prima che si sentisse male. "E’ tutto nella norma, posso addormentarmi", pensai. Mi cambiarono le flebo, però l’ago era fuori vena. Non se ne accorsero. "Il braccio mi si gonfierà", dissi a me stessa. Successivamente con il ghiaccio, le pomate, gli ultrasuoni e la fisioterapia è tornato come prima. Dopo qualche giorno mi tolsero il drenaggio e mi dimisero. Mi mandarono a casa: "Fuori dall’ospedale - mi dissero - si guarisce prima". Fortunatamente mi sono ripresa fisicamente velocemente, mangiando e riposando qualche ora in più. Ho cercato di reagire subito anche muovendo il braccio. Sentivo che era tutto molto importante. L’intervento è stato abbastanza vasto ma con un buon risultato estetico. Contemporaneamente era stata fatta anche una ricostruzione usando un muscolo interno. Sono stata contenta di aver fatto un intervento conservativo. Dopo l’intervento ho iniziato a prendere il … perché non potevo essere più sottoposta alla radioterapia avendola fatta in quella stessa sede diversi anni prima per curare il linfoma. Dopo 7 giorni ero già al lavoro. I punti ancora sulla pelle. Volevo riprendere subito. Credevo di non essere in grado di tornare al lavoro, di essere troppo malridotta. Pensavo che ad una persona malata come me non la riprendessero più ed invece non è stato così. Per questa ragione ho cercato di reagire e di essere quella di prima. Mi sono sforzata anche psicologicamente sul lavoro e in casa per far rientrare tutto nella norma. Ma il corpo parla da solo. Atteggiamenti, sfoghi improvvisi, persino una nuova e profonda ruga sul viso, segno di una perenne espressione preoccupata, rivelava ciò che si agitava nel mio animo. Stavo ancora fingendo? Chiedevo ancora una volta di essere presente solo per gli altri e mi stavo ancora dimenticando di me? Avevo costantemente paura, inoltre mi sentivo colpevole per aver creato quelle situazioni di malattia. Mi chiedevo: ”Chi mai può volere per me un cancro?", ma se si ha uno stile di vita sbagliato il corpo ne patisce e ti parla. A proposito delle ferite del corpo, poi, dopo l’intervento e per parecchio tempo mi sono rifiutata di far vedere a mio marito il seno operato. Era più piccolo, più alto, la ferita sempre arrossata. Mi facevo un po’ schifo. Io non volevo farmi vedere e d’altra parte lui non mi incoraggiava. Probabilmente se mi avesse incoraggiata anche minimizzando, magari dicendomi: ”Dai, per fortuna è andata bene!!”, molto probabilmente mi sarei fatta vedere. Invece lasciava a me la decisione ed io non trovavo mai il coraggio. Un giorno una signora in ospedale mi raccontò che a suo marito l’aveva fatta vedere subito dicendo: ”Vedi che bel lavoretto hanno fatto?”. Per lei era stato semplice. Un giorno ho provato anch’io usando le stesse parole. Ho preso il coraggio a due mani ed ho cacciato indietro tutti i se e tutti i ma…: ”Hai visto che bel lavoretto hanno fatto?", ho detto a mio marito. Lui non si aspettava una simile affermazione. È rimasto stupito, perplesso e poi ha detto: "Ma è più bella dell’altra, è come quando eri giovane!”. Mi accorgevo che un primo scoglio era superato ma non finiva tutto lì. Cercavo di essere allegra e briosa. Alle persone con le quali mi confidavo non sembrava vero che avevo avuto tutte quelle vicissitudini di salute. Ricevevo parole di incoraggiamento e di ammirazione. Credo che mi servissero queste parole per sentirmi un po’ più forte così come mi credevano le persone quando guardavano il mio comportamento. Dentro di me c’era però una grande paura e confusione. Un grande passo è stato quando per la prima volta all’Istituto ho incontrato una dottoressa speciale. Si, per me lo è stata. Non avrei mai creduto quanto potesse essere utile essere seguita da una psicologa. La psicologia è lontana da noi, non è per tutti anche se credo che ne avremmo bisogno tutti in generale. Chi non ha problemi interiori? Ecco io ne ero carica ma non mi sarei mai rivolta a lei se non mi fosse stato consigliato da un medico. Così però non è stato, in un momento di necessità si vorrebbe essere capiti e che gli altri possano leggere direttamente dentro la nostra testa. Non dico di chi sia stato il merito di questo primo incontro con lei, fortunatamente ne sono seguiti altri più o meno ravvicinati in relazione al bisogno mio e alle sue disponibilità. Quante cose vorrei dire di questi incontri, quante pagine scriverei ancora, non so da che parte iniziare. Vorrei parlare del momento attuale, di come mi sento bene. Il primo incontro è servito a fare un po’ di conoscenza, dando risposte anche a domande riguardanti la malattia. Già dal secondo incontro ho capito che la dottoressa che mi stava di fronte, seduta a terra come me era una persona semplice, disponibile ed il suo atteggiamento mi invitava ad essere la persona che io sono e non quella che voglio far conoscere agli altri. Capivo che per la prima volta nella mia vita potevo essere me stessa e non fingere. Perciò sono partita scusandomi per le risposte inesatte che avevo dato la volta precedente. Le ho raccontato quanto mi sentivo triste e piena di pensieri negativi. Mi dicevo pronta a superare questo male e anche altri problemi ma non era così. Ero a pezzi, con il morale a terra e le lacrime sempre pronte ad uscire. Credo di essere stata sull’orlo di un esaurimento nervoso. Erano accadute troppo cose ingiuste contro di me, nella mia vita avevo dovuto sopportare troppi dolori; le malattie e non solo quelle. I nostri incontri sono proseguiti senza un programma, domande e risposte e/o consigli con frasi difficili; anzi non accadeva nulla di tutto ciò. Tutte le volte che tornavo a casa mi chiedevo: ”Cosa sono andata a fare questa mattina? Cosa mi è rimasto dentro da imparare per la mia vita? In che modo posso migliorare?. Ora mi sembra di capire meglio che cosa è accaduto tra me e la dottoressa. E’ stata una apertura del nostro tempo. Ho iniziato a guardare veramente il mondo, le persone, le mie relazioni. Qualche volta era una frase semplice che lei diceva tipo: ”Che bella giornata che è oggi. Bene, come si sente. La trovo bene, come è stato questo periodo?”. A me bastava un semplice aiuto per iniziare. Prima della seduta non sapevo mai cosa dire ed invece la dentro diventava un monologo, da un argomento deviavo su un altro che collegavo ancora ad un altro, recente o lontano negli anni. Non volevo piangere, non potevo credere che qualunque ricordo fosse associato in modo così forte alle lacrime. Mi vergognavo ma le lacrime uscivano lo stesso. Mi sono scusata diverse volte per questo ma lei mi metteva sempre a mio agio, comprendendomi ed aiutandomi a vedere i punti principali. Sì, erano poi quelle parole sagge che io mi portavo a casa, che mi ripetevo continuamente nella testa per cambiare le mie opinioni sulle cose, per confrontarle con le sue. La malattia aveva lasciato dei segni profondi dentro di me. Credo che l’aiuto serva a chiunque vive questa esperienza anche solo per una volta. Dentro di me c’erano però delle cose che bollivano da tanto tempo e di cui non ero consapevole neanche io. Sì, mi sentivo come l’Etna che in questi giorni esplode e si apre dei varchi. Credo di non essere stata piena di lava e lapilli ma di ricordi, vicende dolorose vissute sin dall’infanzia fino ad oggi. Erano emozioni che avevano bisogno di uscire con esplosioni di lacrime. Sono passati tanti mesi da quel primo incontro, ci sono state vacanze estive e natalizie che hanno scandito questi appuntamenti. In tutto questo periodo ho partecipato anche a degli incontri di gruppo: il progetto Ulisse. Il nostro gruppo si chiamava Itaca. Durante questi incontri ho raccolto e serbato per me tante esperienze per poter vivere meglio, capire di più il mio passato, il presente e vivere il quotidiano con tutte le sue difficoltà anche piccole ma che viste da chi è continuamente sotto pressione vede male e solo in una direzione. Se mi guardo indietro a vedere il lavoro psicologico svolto in questi anni mi accorgo che il miglioramento morale mi fa star meglio anche fisicamente. Reagisco meglio in famiglia, non mi faccio travolgere dalla stanchezza, non so più come si faccia a lamentarsi di tutto, trovo sempre (o mi sforzo) una parola positiva anche ai contrattempi, affronto con gioia anche le fatiche fisiche che ultimamente mi sovrastano. Sento di vivere con gioia, è una gioia dentro che non è allegria, è qualche cosa di più sottile, che mi fa dire sempre: ”Sì”, ma volentieri. Continuo a dire grazie a Dio, grazie per la vita, grazie per il lavoro, grazie per la stanchezza, significa che ho le forze per lavorare, stancarmi e godere del riposo. Grazie Signore per le persone che (sembra che lo facciano apposta) mi danno quel buono di cui vado cercando, bisogna proprio saperlo riconoscere, apprezzarlo e farne tesoro. Una mia amica, quarantenne, ha avuto una grossa perdita: le è morto il marito. E’ morto senza riuscire a vedere i suoi bambini crescere. Ha perso il papà quando era piccola e adesso il marito. Le è rimasto un carico pesante, far crescere questi figli e vivere con il suo dolore che continua a dire: ”È solo mio”. Svolge una vita intensa, insegna ed ha ripreso a vivere anche con qualche svago. C’è già chi mormora che non è una vedova modello. Io la conosco bene, profondamente e quando abbiamo occasione di parlare assorbo il bello di questa donna che mi insegna a riflettere e a godere di quello che ho. Anche gli incontri del gruppo Itaca e successivamente di Ulisse a cui ho partecipato mi hanno dato molto perché insieme ad altre persone di età, sesso e malattie diverse, ci siamo riuniti con l’aiuto della nostra psicologa che ci ha guidati a ritrovare noi stessi e le nostre emozioni anche intense, per liberarci dai nostri incubi, buttare fuori le nostre ansie, gridare le nostre paure, ridere, piangere e rilassarci. Ognuno poi è tornato alla sua vita di tutti i giorni, con la malattia, la chemioterapia o la radioterapia. Ognuno è tornato alla proprie abitudini, ma è comunque cambiato qualche cosa dentro di sé. Ci è rimasto il ricordo delle nostre tristezze raccontate e condivise, ma il raccolto è stato positivo. Non è stata solo una mia impressione, ci siamo scambiati le nostre opinioni più di una volta sull’utilità di queste iniziative. Tutti ci siamo detti più di una volta che se fosse possibile vorremmo fare il bis e anche il tris. Recentemente con il gruppo abbiamo condiviso anche un momento esterno all’ospedale: abbiamo visitato l’orto botanico. Io non lo avrei mai fatto, è stata una occasione piacevole, interessante e vissuta con calore. Non credo che possa esserci un collegamento, ciò che accade deve essere casuale, ma da quando mi sono sentita capita, accolta, abbracciata, alleviata dai fardelli ho iniziato a stare bene. Noto che altre persone trovano in me un supporto, spesso mi sento dire grazie, oppure: ”Mi sei stata d’aiuto”. Mia cognata e anche mia sorella che mi ha sempre considerata non al suo pari, che mi ha sempre giudicata e sminuito quanto dicevo, ultimamente mi ha ringraziata. Altre persone hanno avuto parole di apprezzamento per ciò che esprimo, io sono la Marisa di sempre ma forse con una luce diversa. Credo che questa luce traspaia. Sono trascorsi due anni dall’intervento al seno. Per 5 anni dovrò prendere il … ed ogni sera questa pastiglia mi fa ricordare a che cosa serve. Vorrei dimenticare ma non è possibile, c’è chi ti spinge a non farlo. Fino a poco tempo fa tutte le volte che la prendevo dicevo: ”Ma, mi farai bene o male?”. Sappiamo qual è il rischio. Oggi non ho più questo pensiero, credo che a qualche cosa mi serva, se Dio vorrà starò bene altrimenti vuol dire che mi aiuterà a superare gli ostacoli. A volte credo di non meritarmelo tutto il suo aiuto, non lo prego abbastanza come vorrei. Molte volte penso: ”Ma le persone che non ce l’hanno fatta non l’avranno invocato anche loro?”. Io sono qui con i miei precedenti a rialzarmi ancora. Quando entro in Istituto incontro nei corridoi persone con il corpo magro, il colorito del viso che parla da sé. Persone gonfie per le cure che subiscono, che camminano strisciando i piedi sul pavimento. Se vado nei reparti dove sono stata ricoverata io immagino che cosa avranno nel loro cuore, sicuramente i miei stessi pensieri di allora, quando stavo male per la chemio o la radioterapia. Si, siamo proprio tutti uguali, il dolore e la paura sono presenti quando c’è la malattia. Anche chi fortunatamente ha un responso negativo è stato in ansia per qualche giorno o settimana e poi riprende, sollevato, la vita di tutti i giorni. Tuttavia si porterà dietro il segno, il ricordo di quei giorni di paura. Chi ha già una diagnosi di malattia sicura e viene ricoverato, vive come in un’altra dimensione, preoccupato solamente di che cosa accadrà della sua vita. Vorrei augurare a tutti, indistintamente, una buona ripresa. In alcuni momenti bui della malattia sembra difficile che questa ripresa ci sarà e che la vita possa continuare come prima. Questo può accadere. Ho compiuto 28 anni in ospedale, oggi ne ho 53. Non sono pochi ma sono ancora giovane per essere nonna ed io lo sono da tre anni. E' un bimbo meraviglioso, sempre sorridente, allegro, mai tranquillo questo è vero (ne sanno qualche cosa la mamma e il suo papà). Non è mai tranquillo, neanche di notte ma esprime con risate e abbracci quello che sente. Mi scompiglia i capelli, io mi abbasso vicino a lui e poi mi dice: ”Nonna, sei bellissima lo stesso, anche spettinata. Vieni ti sistemo io. Nonna, nonnina, vieni che giochiamo con i dinosauri. Nonna ci nascondiamo? Nonna questa minestra è speciale, le lasagne della nonna sono speciali!!”. Chi è
mamma lo sa, ogni bimbo mette tenerezza. Il suo profumo è unico.
Io ricordo ancora mia figlia piccola, anche i particolari del suo corpicino
sono stampati nella mia memoria. Con tutte le vicissitudini, che di volta
in volta lascio indietro, devo confessare che sto vivendo davvero una seconda
giovinezza, con qualche chilo in più. Adesso con l’animo più
sereno, anche grazie alla mia dottoressa speciale, godo la tenerezza di
questo bimbo, la sua esuberanza, il suo disordine, le sue risate, i salti
sul letto che spinge anche me a fare. Le foto fatte al mare insieme riempiono
il mio cassetto. E’ troppo bello, io sono felice e confesso quando dorme
qualche notte a casa mia, mi sdraio vicino a lui. Inspiro profondamente
il suo profumo, ascolto il suo respiro, accarezzo i suoi capelli e mi scendono
le lacrime di gioia che vanno a finire nelle orecchie. Grazie signore.
A febbraio nascerà anche un fratellino. W LA VITA.
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