IL PATTO DI CO-SCIENZA


Ti prego anche se è passato poco tempo fammela ancora. Ecco così, più rapidamente: "No, troppo velocemente non è possibile, ci siamo messe d’accordo almeno il tempo delle tre avemaria dette mentalmente:" Non so perché mi è venuto in mente proprio il tempo di tre preghiere alla madonna: "Adesso sta passando, sto già meglio. Quando me la fai tu dura molto più a lungo".

Non riesco a capire come possa essere vero da un punto di vista farmacologico ma succedeva. Chiedevo a lei l’aiuto per farla durare il più a lungo possibile perché io ero senza armi.

La ragazza sdraiata di fronte a me mi guida nel controllo del suo dolore. Ho deciso di credere in lei e insieme, soprattutto durante la notte quando tutto appare più difficile da gestire, stabiliamo insieme con quali tempi e ritmi somministriamo la morfina.

Ha 19 anni, la sua situazione è molto critica, della sua situazione si è scritto anche su riviste scientifiche. Ha fatto per un po' di tempo la multiterapia Di Bella e quest’ultima ha reso inefficace qualunque trattamento per il dolore. Abbiamo trovato vie di somministrazione differenti da quelle usuali e sperimento con lei questo patto di co-scienza. Io conosco la medicina, i farmaci e lei mi aiuta a trovare i tempi più adatti per se stessa.

Mia madre dice che da piccola continuavo a ripetere: "Da grande farò il dottore punto e basta." Diventare donna di scienza è stata per me una grande conquista anche perché sono stati anni dove contemporaneamente lavoravo e mi mantenevo da sola.

Quando mi volto indietro mi chiedo. "Qual è la voce che inconsapevolmente ho ascoltato perché approdassi qui?, questo è il lavoro che volevo fare, era ciò che volevo sperimentare nella mia vita anche se, credetemi, è molto faticoso".

Mi facevano paura le situazioni di emergenza e mi sto confrontando con il limite. Lavoro in un settore ad alta tecnologia dove le decisioni sono sul filo dei secondi. Avevo paura della morte ed oggi non la sento più una nemica. A volte, da piccola, nel mio letto, al buio mi chiedevo :"e se muoio questa notte?". Certe notti passavo molto tempo a darmi le risposte da sola.

Le relazioni con i pazienti qualche volta sono molto complesse, qualcuno non è neanche più in grado di parlare. Cerco sempre di capire di che cosa hanno paura, che cosa vogliono sapere. Pur credendo nella rigorosità scientifica quando incontro un paziente nuovo cerco di non essere razionale, è come se tirassi fuori le antenne per registrare anche qualche cosa d’altro che non necessariamente viene detto a parole. Voglio capire che cosa non mi dicono, che cosa il pudore o l’emozione del momento non permette loro di dire. La paura, è un’emozione molto frequente e difficilmente la verbalizzano, la paura mascherata è quella che mi fa patire di più, l’incapacità di esprimerla. Qualche volta l’ho vista anche nei parenti.

Lavoro spesso anche di notte e la notte è particolare. Si diventa tutti come più fragili, meno difesi. Una volta sono andata dai parenti e ho detto loro: "Stategli vicino, è alla fine". Mi hanno risposto: "Dottoressa non c’è la facciamo, ci aiuti lei:"

Ho cercato di farlo, gli sono stata vicino, per farlo respirare meglio ho fatto delle manovre anche pesanti. Mi guardava intensamente. Erano occhi che non mi chiedevano di salvarlo ma di aiutarlo ad arrivare dove doveva arrivare. Ho l’impressione che ad un certo punto i malati si affidano totalmente, si lasciano andare, come se arrivassero a conoscere chissà quale verità, ad un certo punto senti una serenità particolare, a volte mi chiedo se il trapasso non arriva prima che il cuore smetta di battere, si contatta una serenità che prima non c’è.

In medicina è frequente l’uso della parola: "Io ti guarirò:" Credo che dobbiamo iniziare a riflettere su un’altra parola :"io ti accompagnerò". Al cancro si può sopravvivere ma di questa malattia si può anche morire, sono convinta che finché non capiremo profondamente questa cosa non capiremo neanche l’approccio a questa malattia e ai malati. A volte sento che i miei interrogativi sulla vita e sul senso delle cose è lo stesso di molti malati. Mi occupo di anestesia, assenza di sensibilità, di dolore. Il dolore fisico lo posso trattare ma non riesco a capire il perché del dolore psicologico, non riesco a capire neanche perché il dolore e la sopraffazione siano così connaturate agli esseri umani ma anche a gli altri animali. Ne ho parlato a lungo con molte persone, laici e credenti e non riesco ancora a trovare risposte.

Questa è una malattia complessa, per certi aspetti misteriosa. Con molti pazienti ho avuto un rapporto molto stretto, oggi però sono convinta che non bisogna diventare amici dei pazienti. Si sta veramente male. Ciascuno di noi ha la sua dose di sofferenza e vivere anche quella degli altri è troppo. Siamo completamente circondate da persone sofferenti e anche noi abbiamo bisogno di aiuto, non si può avere energie per tutti.
La mia vita è un processo che si evolve giorno per giorno. Quando esco da qui e vedo mia figlia sono contenta. La maternità è stata un’esperienza sconvolgente. Amo tutto di lei, si organizza, fa le sue scoperte, le sue esperienze, mi piace tantissimo ma a volte è qua dentro che bisogna trovare energie per continuare a lavorare bene con i malati, a cercare di capire sempre di più questa malattia. Anche noi non possiamo essere lasciati soli.

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