|
"Si, buon giorno, mi dica, la dottoressa sta visitando, non può venire. Ma no, signora non faccia così. Si tranquillizzi, richiami domani, è una giornata molto più tranquilla domani, vedrà che potrà parlarle". La mia collaboratrice mette giù il telefono mentre io, allarmata e abituata a registrare tutti gli stimoli le chiedo: "Chi è?". Capisco che dall’altra parte c’è qualcuno che piange. E’ la signora tal dei tali, nella miriade di nomi che ho in testa non riesco ad attribuire un viso a questo nome, comunque, prosegue la mia collega, stai tranquilla è una cosa bella. Mi calmo e continuo a visitare i pazienti. Alla fine dell’ambulatorio le chiedo: "Allora, cos’era la cosa bella che mi dovevi dire?" "Ho parlato prima con il marito e poi con la signora, però non è riuscita a dirmi molte cose perché scoppiata in lacrime, è incinta, vuole parlarne con te perché non sa cosa decidere". A volte un evento ti cambia tutto il senso della giornata, così all’improvviso mi sono sentita contenta. Ero felicissima, che bello, ogni volta che squillava il telefono correvo a rispondere, mi ero preparata anche tutto il discorso da farle, ero troppo felice, certo che poteva farlo questo figlio, ero tutta frizzante. ho aspettato la telefonata tutto il giorno ma non è arrivata. Ho il sospetto che sia una paziente che ho in testa però mi sento un po' imbarazzata a chiamare io e chiedere: "Sei tu quella che aspetta il figlio?". Sin da piccola sapevo che avrei fatto l’oncologa. Avevo più o meno cinque anni e mia sorella quattro. Mia madre passava molto tempo a letto, faceva tanti farmaci. Non capivo perché, non si poteva stare con lei, non la si poteva disturbare. Oggi so che le somministravano la morfina. Un giorno ci hanno prese e senza dirci il perché ci portate in un collegio tedesco. Siamo state lì 8 mesi poi un giorno mio padre ci ha riportate a casa. Durante il viaggio papa ha detto "Sono passato davanti a una chiesa, Gesù mi ha chiamato e mi ha detto "la mamma è morta". La nostra casa era vuota e la mamma non c’era più. L’avevano già sepolta. E’ stata una botta in testa terribile, non capisci più nulla, mi sono sentita anestetizzata, lo sono stata per molto tempo. Ho deciso che avrei fatto il medico, la medicina mi avrebbe spiegato che cosa aveva portato via la mia mamma e poi quello che era successo a lei poteva succedere anche a me. Ero pronta a fare diagnosi su me stessa. Se questa malattia l’aveva sopportata lei potevo sopportarla anch’io. A volte mi accorgo di confondermi con lei. C’era qualche cosa di molto chiaro dentro di me, volevo stare vicina ai malati di tumore. Volevo star loro vicina, vederli in faccia, cosa dicevano, come si sedevano, da chi erano accompagnati, come si esprimevano e che cosa raccontavano. Ancora durante l’università per un anno, mi sono infilata in un ambulatorio oncologico. Non mi interessava la medicina, volevo solo guardare i malati. Venendo da una storia di questo tipo non mi sento molto diversa da loro. Odio il potere e i medici che lo esercitano. E’ una cosa che mi fa rabbrividire, eppure la medicina è satura di relazioni di potere. Conosco molti colleghi che ne abusano e non ho nessuna fiducia in loro. A volte penso che con i pazienti possa essere già molto utile instaurare relazioni di buona educazione. Salutare, guardare in faccia, dare il tempo e darsi tempo, non alzarsi girando le spalle , spiegare quello che si fa, partire dal presupposto che si ha a che fare con una persona come te. In fondo è quello che succede con qualunque persona specialista o no. Il problema di molti medici è che questo potere lo si usa in modo negativo. Non so come mai ci si comporta così. Qualcuno vuole diventare milionario. Conosco medici molto bravi da un punto di vista professionale ma hanno un bisogno vitale di sentirsi al centro di qualche cosa, di avere gruppi di postulanti attorno a se, di borsisti, malati, gente che ti cerca, che ti rincorre, che ti supplica. "Ti opero, ti taglio, ti cucio, ti ricostruisco". Amano il potere e il controllo sul malato. Per esempio perché convocare i pazienti tutti alla stessa ora? È chiaro che nel momento in cui c’è un gruppo di persone che ti aspettano con trepidazione tu assumi potere. In questo momento sento che i problemi organizzativi di questo Istituto rendono impossibile anche la buona educazione. Perdiamo un tempo infinito in burocrazia, in disorganizzazione e in questa situazione parlare di relazione terapeutica è parlare di qualche cosa di molto lontano che quasi non c’entra con i nostri discorsi. Questo è un lavoro che ti impegna tanto , la ricerca è fondamentale e non bisogna mollare mai. E’ fondamentale investire tutte le nostre energie intellettuali ed umane. Cerco di fare questo lavoro con correttezza e coscienza, non riesco ad immaginare in quale altro modo potrei farlo. Non voglio abdicare al mio sapere di medico, vorrei solo essere aiutata a non morire in mezzo a scartoffie. Aiutatemi ad organizzare meglio il lavoro questo permetterà che venga fuori la parte migliore di noi. Per me lavorare con i malati di cancro è il naturale svolgimento della mia vita. Ho visto la sofferenza e il dolore da troppo vicino, mi hanno accompagnata e star vicina a questi malati è per me un’opportunità di vita straordinaria. A volte ho l’impressione che il compito della mia vita. Oltre che fare la scienziata, è di sistemare i rapporti umani problematici, forse perché il mio rapporto primario non è andato bene. A volte mi ritrovo a dire ai parenti: "Vogliatevi bene, anche se è un corpo sofferente, spaventato, che muore, che non vi darà più nulla. Da un punto di vista medico ci pensiamo noi ma voi non abbandonateli da un punto di vista umano". Provo dispiacere quando so che uno è sposato, che ha figli ma viene al controllo sempre da solo. A volte li convoco solo per parlare delle relazioni tra di loro però mi chiedo :"che diritto ho io di buttare addosso ai parenti tutto questo?". Ogni tanto mi viene nostalgia di mia madre e vado a trovarla. Le parlo, le affido qualche situazione difficile di qualche paziente. Le dico: "Tra un po' arrivo anch’io, così mi riposo: "La mia esperienza la sento come una ricchezza, penso che per certi aspetti mi abbia avvantaggiata, ma quello che è successo a me non è la norma. Mi chiedo come fanno gli altri medici?, quali schemi usano?, cosa pensano?, cosa dicono delle loro situazioni?, non possiamo essere scienziati totalmente separati dalle nostre emozioni, non posso pensare che siamo tutti una massa di stronzi. Con qualcuno a volte si parla, vediamo le debolezze reciproche ma con tutti gli altri?. |