ATTO PRIMO: DI MADRE IN FIGLIA

La prima figlia di Patrizia viene al mondo 4 mesi dopo la morte di sua madre. Vita e morte si sono mescolate continuamente nella sua vita sin dal momento in cui lei stessa è nata. "La mia nascita è stato un errore, in realtà non dovevo nascere", dice mentre nei suoi occhi si legge un’espressione di incertezza e disagio.

I medici continuavano a raccomandarsi con la madre che evitasse gravidanze. Soffriva di una forma grave di una malattia conosciuta in medicina con il nome di "morbo di Flajani-Basedow. Per Patrizia questa malattia significava soltanto il continuo dolore della madre, Il suo stare a letto quasi tutto il giorno, il suo sguardo strano, la sensazione di stanchezza e di sofferenza che non l’abbandonava mai.

"Signora, è preferibile che lei non abbia figli, ed invece sono nata io. Mio padre mi ha odiata per questo anche perché lo sforzo della gravidanza e del parto avevano aggravato ancora di più le condizioni cliniche di mia madre. Le sono venuti dei linfedemi un po’ in tutto il corpo e successivamente anche un tumore al cervello".

Ha sempre fatto da madre a sua madre. Sin da piccola continuavano a dirle :"stai attenta a tua madre, cura tua madre".

"All’inizio da piccola cercavo di aiutarla con le cose pratiche, standole vicino, facendole compagnia. Quando mi sono laureata in psicologia ho anche cercato di aiutarla con le tecniche di rilassamento e con l’ipnosi. Era molto faticoso e tutto difficile da gestire. Stavo insieme a lei rinunciando a molte cose che mi sarebbe piaciuto fare. L’unica cosa che mi ero concessa era di iscrivermi al DAMS a Bologna. Avevo un profondo bisogno di creare, costruire, recitare, fare, smantellare attraverso l’uso delle attività artistiche tutto il carico emozionale che l’esperienza con mia madre mi procurava. Era l’unica cosa che mi concedevo oltre il lavoro e il rapporto d’amore con un uomo. Per il resto tutto il tempo lo passavo con lei".

Con Maurizio, suo marito, si sono conosciuti che erano ancora due ragazzini e da allora non si sono più lasciati. Lui studiava ingegneria e nello stesso tempo lavorava in una pasticceria.

"A 20 anni l’ho sposato. Anche se lo amavo tanto sono consapevole che il matrimonio era soltanto una ragione per allontanarmi da casa mia. Era tutto così difficile e faticoso. I figli non arrivavano e per la verità non li volevamo".

Per loro due, marito e moglie, la vita e le relazioni familiari non erano state molto tranquille e non riuscivano mai a trovare quella serenità necessaria per affrontare l’esperienza della genitorialità. Spesso si ripetevano l’un l’altro :"con la vita che abbiamo fatto è meglio non mettere al mondo dei figli". Per entrambi era una realtà sempre rinviata.

"Continuavo ad avere scompensi ormonali - continua Patrizia - tutto il mio sistema ormonale era impazzito, avevo mestruazioni abbondantissime e dolorose, il ginecologo continuava a dirmi che era ora che facessi figli, che la mia femminilità stava scoppiando. Tuttavia dentro di me qualche cosa continuava a resistere".

Buona parte della sua vita l’aveva passata a cercare di conquistare la fiducia del padre che l’aveva osteggiata in molte sue decisioni compreso la scelta di proseguire gli studi e di andare all’università. Spesso ne aveva percepito l’ostilità malcelata, la negazione dei suoi desideri e aspirazioni era un suo costante rimando. Aveva anche provato a contrastare questi sentimenti in molteplici modi ma non era semplice. Da una parte doveva confrontarsi con lui, non farsi schiacciare dai suoi voleri e nello stesso tempo essere disponibile con la madre. La condizione di salute di quest’ultima era sempre più grave e quindi sempre più difficile da gestire. Era un carico emozionale enorme che portava sulle sue spalle.

"Quando mi hanno comunicato che il tumore che mia madre aveva in testa si era trasformato in maligno il desiderio di maternità si è fatto impellente. Ne ho parlato con mio marito e dopo 20 giorni ero in gravidanza. Sono consapevole che tutto ciò ha molteplici significati- sottolinea-. Ho sentito il bisogno di rinnovare la vita e per certi aspetti di fermare la morte".

Patrizia partorirà una bambina. C'è un filo sottile che collega tra di loro madre, figlia e nipote. Una genealogia al femminile che nella sua storia assume il significato di testimonianza della vita che si rinnova. Di certo, la sua , è stata una scelta consapevole. Una sorpresa per molti tra cui il padre

"Ma come, non hai fatto figli fino ad adesso e ora che tua madre è conciata così ti metti a figliare?", in questo modo il padre reagì alla notizia della sua incipiente gravidanza.

"Sono stata molto felice di dire a mia madre che ero incinta. Lei non aveva mai insistito, dava per scontato che non li volessi e ricordo la gioia sul suo volto. Abbiamo deciso insieme, io lei e mio marito quale nome dare al bambino che sarebbe nato. Ci piacevano tanto Eugenia, Viola ed Edoardo. E’ strano, nel tempo sono nati tre bambini che abbiamo chiamato proprio così".

La madre muore quando lei è al quinto mese di gravidanza. Un mese dopo la sua morte, il padre si lega affettivamente con un’altra donna e rifiuta totalmente l’idea di questa bambina che da lì a qualche mese sarebbe nata. E’ un rapporto particolarmente complesso e difficile questo tra padre e figlia e lo diventa ancora di più dopo la morte della signora.

"Avevo bisogno di rinascere ed invece le difficoltà aumentavano sempre di più. Continuava ad impormi la sua nuova compagna verso la quale non avevo nessun sentimento di ostilità. Semplicemente non ero pronta ad accoglierla. Penso che per lui la solitudine era davvero insostenibile ma per me accettare questa nuova situazione dopo tutto quello che avevo sperimentato con mia madre era veramente difficile. Gli dicevo di fare come voleva ma di non portarla a casa. Lui si arrabbiava e mi rispondeva che non si sentiva rispettato e che non capivo i suoi bisogni."

Sicuramente era difficile per lei capire e condividere i bisogni del padre. La nascita della piccola Eugenia, inoltre, poneva altri problemi. La bambina era particolarmente irrequieta aveva bisogno di cure e di continue attenzioni. "Continuava a piangere, io avevo sempre la febbre alta e per di più avevo intense montate lattee che mi procuravano dolore. Dovevo corpo curare il mio corpo, crescere mia figlia e lui non la prendeva neanche in braccio".

Patrizia lavorava già come psicologa e nonostante questa complessità di vissuti non si era mai decisa ad andare in psicoterapia. Forse questa sua resistenza era solo espressione del vissuto di onnipotenza che a volte prende chi si occupa di relazioni terapeutiche. Il bisogno è sempre negli altri mai anche in se stessi.

Dopo la prima figlia arrivano altri due bambini: Viola ed Edoardo. "Li ho allattati tutti e tre. Allattare è meraviglioso ma per me è stato anche doloroso. Le mammelle si riempivano di latte in modo eccessivo ed erano spesso infiammate. Stavo bene solo quando il figlio iniziava a succhiare e tutta la tensione diminuiva. Allattare mi procurava sofferenza ma è stato anche uno dei momenti più belli della mia vita. Allattavo dappertutto, non mi facevo nessun problema".

Con i figli il legame è molto forte, unico. L’allattamento è stato come una sorta di prolungamento uterino e afferma di aver goduto pienamente di queste maternità sin dal primo sguardo tra lei e i suoi bambini. "Questi occhi puntati su di me, ci siamo guardati intensamente. Sono stati momenti molto belli, unici e speciali. Con l’ultimo è stata un’esperienza ancora più particolare. E’ nato, come si sul dire, con la camicia. Il sacco amniotico non si era rotto ed è nato coperto da questa sorta di cellofan. Era bellissimo. Il medico per non rompere il sacco amniotico non mi ha neanche fatto l’episiotomia. Mi ha detto di spingere forte perché era un evento talmente raro che voleva vederlo insieme a me".

Il piccolo Edoardo nasce avvolto da questo sottile strato di tessuto. Era biancastro, con tutti i capelli spiaccicati da una parte. Meraviglioso. Il medico aveva aperto il sacco, aveva messo il bambino sulla sua pancia. Lui aveva aperto gli occhietti e l’aveva guardata. Per Patrizia quei momenti sono stati indimenticabili e tutto il dolore che aveva provato per il parto improvvisamente si era attenuato.

"E’ stato tutto così struggente, intenso e bellissimo- afferma e poi prosegue – è difficile comunicare a parole la magia di quel momento. E’ un momento unico, dopo tutto quel dolore si nasce una seconda volta insieme al figlio".

A questo ricordo i suoi occhi si caricano di una luce intensa e particolare. La nascita è un evento difficile da dire a parole così, forse, come lo è la morte. Patrizia avrebbe continuato a sfornare figli senza fermarsi mai ma sulla sua strada stava per incontrare un evento che segnerà profondamente la sua vita così come lo erano stati fino a quel momento la malattia della madre, il rapporto con il padre, la relazione d’amore con Maurizio e i suoi tre splendidi figli

"Quando ho deciso di fare il quarto figlio è venuto fuori il sangue dal capezzolo" - afferma sospirando.

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