ATTO SECONDO: LA MALATTIA, LE TERAPIE E L’INCONTRO CON LA MORTE

Il quarto figlio. Avevamo anche pensato al suo nome ed invece dal capezzolo della mammella destra è uscito del sangue. Due anni dopo mi è stato diagnosticato un tumore. Avevo partorito tre figli, li avevo allattati tutti e tre per più di un anno. Pensavo di rientrare tra il gruppo delle donne che, secondo la statistica, non dovrebbero correre dei rischi di malattia tumorale ed invece non è stato così".

L’incontro con il tumore al seno ha segnato uno degli eventi più dolorosi della sua vita. Per certi aspetti anche il più sfortunato. "Ho fatto un intervento di quadrantectomia, un ciclo di chemioterapia e la radioterapia. Dopo tre somministrazioni ho dovuto interrompere la chemioterapia perché stavo molto male, avevo diverse forme di intolleranza e i valori del sangue erano completamente alterati. Anche la radioterapia è stata complicata. Mi ha provocato bruciature all’esofago e in una parte dei polmoni.

Accadevano dei fatti che mi stavano destabilizzando completamente e facevo molta fatica ad aggrapparmi alla speranza. A distanza di un anno dalla quadrantectomia ho dovuto sottopormi ad una mastectomia. Il medico non mi aveva detto nulla ma in realtà l’esame l’istologico del pezzo operatorio affermava che l’intervento non era stato radicale e che era presente ancora tessuto tumorale. La malattia non era stata tolta completamente e, quindi, per certi aspetti la chemioterapia e la radioterapia erano state inutili".

Nella sua vita l’esperienza della mastectomia è stata un ulteriore trauma. Sentiva che il corpo si alterava sempre di più e nello stesso tempo la possibilità di morire diventava sempre più probabile. Ripete che si stava lentamente avvicinando alla distruzione del suo corpo. Non si sentiva più intera. Inoltre l’assunzione della terapia ormonale aveva ispessito il suo utero e si resero necessari altri interventi, altri lutti, altre prove che il suo corpo si stava avviando a una totale disintegrazione. In sequenza le viene prima asportato l’utero e successivamente si deve sottoporre ad un intervento di ovariectomia e di annessiectomia. Dopo anche questi interventi era certo nella sua vita il rapporto con la procreazione era ormai finito.

Le implicazioni psicologiche di tutti questi interventi diventavano sempre più forti e preoccupanti. La letteratura psiconcologica è sufficientemente ricca di informazioni su tutti questi aspetti. Il periodo successivo alla mastectomia, gli effetti collaterali della chemioterapia, della radioterapia e le stesse implicazioni della chirurgia rendono questo periodo complesso, stressante e a rischio di disagio psicologico. Molte donne riferiscono alterazioni del ciclo mestruale, disturbi vaginali dovuti a secchezza, prurito, diminuzione dell’interesse sessuale e della frequenza dei rapporti, difficoltà con la dieta e in generale problemi di autostima e identità. Alcune riferiscono che la comunicazione con il partner, in seguito all’essersi ammalate di cancro, è diventata più difficile e complessa altre sottolineano in generale il miglioramento del rapporto. Alcune hanno difficoltà ad iniziare nuove relazioni, molte sono impaurite dalla possibilità che la malattia ricompaia e in generale dicono di sentirsi a disagio con il proprio corpo.

"Sentivo la mia identità che si frantumava in mille pezzi, si spezzava in tutte quelle parti di me che la chirurgia si portava via, la mia femminilità si scioglieva in tutte le medicine e interventi che mi facevano. Continuavo a fare un’infinità di ipotesi sul perché della mia malattia. Perché mi capitavano tutte quelle cose? Perché mi ero ammalata di un tumore?, perché stavo così male?

Stava maturando dentro di me una forma di depressione subdola e nascosta. Nessuno mi diceva -ti vedo depressa, forse devi farti aiutare-. Tutti davano per scontato che essendo psicologa avrei superato velocemente quei difficili momenti ". Patrizia inizia un profondo percorso interiore che l’avvicina sempre di più alla possibilità della fine della vita. Le sue risorse stavano venendo meno e il pensiero della separazione dai figli e dal marito diventava sempre più frequente. Stava cedendo le armi.

"Guardavo le altre donne, le mie amiche e cercavo chi tra di loro avrebbe potuto sostituirmi con i miei figli. Continuavo a fantasticare su una mia amica che non è madre. Lei e suo marito erano nostri amici intimi e le davo disposizioni su come avrebbe dovuto comportarsi con i ragazzi. A cosa doveva stare attenta, quali eventi sarebbero stati difficili nella loro vita. Ero convinta che non sarei vissuta a lungo. Sentivo impellente trovare una soluzione per i miei figli. Rispetto a Maurizio continuavo a pensare che era una persona forte e con l’aiuto di qualcuno o di qualche altra donna sicuramente mi avrebbe dimenticata presto. Ero certa che anche lui si stava rassegnando alla mia morte. Recentemente, invece, mi ha confessato in lacrime che aveva tanta paura che morissi che ma non aveva mai smesso di sperare. Ci sperava tanto, continuamente e con tutte le sue forze. Tratteneva dentro di sé una grande paura e io gli impedivo di tirarla fuori. Mi disperavo da sola e non gli davo l’opportunità di disperarsi insieme a me ma anche di sperare insieme a me. Non gli permettevo di darmi il suo calore, la sua forza e la voglia di lottare insieme".

Le fotografie di quel periodo ritraggono Patrizia magrissima e con un’espressione sempre cupa. Mangiava poco e il suo stomaco non assorbiva nulla.

Lunghi attimi di silenzio tra di noi hanno segnato l’intensità e la sofferenza del ricordo di quegli eventi. Dopo un lungo respiro e con voce esitante prosegue :" Mi ero illusa che stavo facendo un percorso di accettazione della morte ma in realtà mi stavo semplicemente rassegnando. Dentro di me c'era una grande confusione. Ad un certo punto mi sono trovata di fronte a un bivio, non sapevo se lasciar perdere tutto e fare finta di niente oppure guardare cosa c’era dentro di me e riprendere in mano la mia vita. Ho cercato di riemergere, di raccogliere informazioni sulla mia malattia. Ho conosciuto altre donne che avevano la mia stessa storia. Ne ho visto morire alcune che avevano fatto una semplice quadrantectomia e che avevano i linfonodi negativi e ne ho viste altre che nonostante avessero forme più gravi continuavano a vivere e a stare bene. Ho capito che non c’erano certezze, che ogni storia è diversa e che comunque non bisognava mai arrendersi. Dopo tutto questo percorso interiore ho capito che non mi importava più quanto tempo sarei vissuta, ma semplicemente il modo in cui sarei vissuta. Mi interessava la qualità del mio tempo e non più il numero di mesi o di anni.

Finalmente iniziavo a prestare attenzione ai miei bisogni. Ho sempre inibito tante cose buone di me, valide e vitali in funzione di cose mortifere. Per esempio gli altri sono venuti sempre prima dei miei bisogni. Lo spazio per me non lo trovavo mai, tutto doveva rientrare in una accettabilità da parte degli altri. Dovevo essere prima la brava figlia, poi la brava moglie, poi ancora la brava madre. Anche se tutte queste relazioni mi hanno dato gioia e amore ero sempre nella condizione di dare. Regalavo me stessa a tutti, ho capito che dovevo dare amore anche a me stessa. Ho iniziato una psicoterapia e un lento e costante recupero di me".

Patrizia gira in casa senza reggiseno, con una semplice canottiera. Il marito le è vicino, la sostiene, l’ascolta, la incoraggia, la ama, la desidera ancora. Cerca il suo corpo. Tuttavia la mastectomia ha lasciato una profonda ferita dentro di lei. "Tra di noi c’è sempre stata un’intesa sessuale molto forte, il sesso è stata una delle cose più belle del nostro rapporto ma io non sapevo più che cosa significasse desiderio.

L’avevo sperimentato anche dopo il parto. La testa è tutta lì, sul figlio appena nato e non c’è nient’altro che ti cattura. Tutto ti sembra meno attraente di quel piccolo esserino che stringi tra le braccia. Dopo l’intervento sentivo la stessa chiusura solo che il mio desiderio non si riversava su nulla. Semplicemente non c’era. Ero spenta. Avevo un corpo mostruoso. Ricordo il primo rapporto sessuale dopo la mastectomia. Lui mi ha tolto la canottiera molto lentamente. Con pazienza e tanta delicatezza. Ci stavamo riabituando tutti e due. Continuava a dirmi che per lui non era un problema, che mi amava, mi desiderava, mi pensava continuamente e che mi vedeva intera. Per me era tutto così difficile e complicato, non era un problema di orgasmo è che non riuscivo più a desiderarlo, non avevo voglia del suo corpo, facevo fatica anche a stagli vicina, a sentire solo il suo contatto". All’improvviso a Patrizia il suo corpo le diventa estraneo. Con l’asportazione del seno muore anche una parte profonda di lei. Continuava a ripetersi che l’importante era aver salvato la pelle ma era tutto inutile. Non c’era nulla da fare, doveva elaborare il lutto della femminilità perduta. Le serviva del tempo, tanto tempo per ricreare l’amore dentro di se. Amore per l’altro ma soprattutto per me stessa.

L’io di ognuno di noi è prima di tutto un Io corporeo, così ha scritto un grande pensatore che ha condizionato tutta la cultura del novecento: Sigmund Freud. Tuttavia Il corpo di cui stiamo parlando non è il corpo senza anima dei tavoli anatomici. Quello che M. Foucault ha descritto essere alla base della nascita della clinica medica. Il corpo di cui stiamo parlando è quello che sente, che vibra, che è carico di emozioni, che piange, che soffre o che gioisce. E’ il corpo che ciascuno di noi sperimenta direttamente nel mondo e nelle relazioni.

E’ difficile riprendere ad amare quando il corpo che si abita è sentito come straniero. Non ho potuto fare a meno di sentirmi profondamente commossa da questo racconto di Patrizia. Così ricco, intenso e anche doloroso, non ho potuto fare a meno di chiederle "Come ti senti a parlare di queste cose con me?"

"Mi sento bene - mi risponde, parlarne con te mi riscalda -, tutti questi eventi corrispondono alla parte più intensa della mia vita e poterla condividere mi da sollievo".

Un altro momento molto difficile per Patrizia è stato far vedere la ferita e la mutilazione alle figlie.

"Viviamo in campagna - continua a raccontarmi - e giravo sempre con magliette aderenti. La protesi mi dava fastidio e non la usavo quasi mai. Eugenia, la mia prima figlia era adolescente, le stava crescendo il seno e prestava una grande attenzione a questa parte del suo corpo. Viola, poi, aveva avuto da sempre un particolare attaccamento al mio seno e non mi toccava più. Sentivo la sua paura, il loro sguardo era sfuggente. Prima dell’intervento capitava spesso che si entrava in bagno insieme. Ora mi accorgevo che se entravo io, la mia figlia più grande usciva e Violetta riusciva soltanto a dirmi che non mi veniva vicino perché aveva paura di farmi male. Capivo che per loro era veramente drammatico. Continuavo a interrogarmi sulle implicazioni che la mastectomia poteva avere sul loro sviluppo futuro, sulla loro sessualità. Edoardo, poi il mio bambino più piccolo, è stato quello più vero e nello stesso tempo brutale. Continuava a ripetermi

"Mamma spero tanto che tu ti metti un seno nuovo perché non ti so guardare, così sei proprio brutta". Per me erano dei pugni nello stomaco, dei messaggi difficili da elaborare".

Un giorno per la festa della mamma Edoardo scrive a scuola una letterina con un disegno. Le maestre quando lo vedono fanno fatica a trattenere il pianto. Il disegno è il seguente e ci offre una intensa e toccante prova di come la mente di un bambino di sei anni può vivere la malattia della madre.
 
Mamma  soffre  d'una  malattia  e  per  guarire  ha  dovuto  rinunciare  ad  un  seno  ma  io  sono  contento  perché  tra  poco  lo  rimetterà

Il bambino ritrae la madre vicino a un tavolo apparecchiato. La disegna senza capelli, con il torace completamente piatto. Senza la protesi e anche senza l’altro seno. Nella mente del bambino la madre viene rappresentata come un uomo. Patrizia continua il lavoro psicoterapeutico, cerca di sdrammatizzare la sua situazione e tuttavia il rimando che ha dal suo nucleo familiare è difficile e complesso.

"Il tutto era invasivo molto più di quanto io stessa riconoscessi – ammette -. Le parole di Edoardo, mi hanno resa consapevole che questo bambino mi stava comunicando un problema e nello stesso tempo anche una speranza. Mi rispecchiava un problema di identità che sentivo profondamente dentro di me. Pensavo di abituarmi al mio corpo ma in realtà lo stavo nascondendo. Non riuscivo più a divertirmi e a sorridere".

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