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TERZO: LA CHIRURGIA RICOSTRUTTIVA
Il disegno di Edoardo rende esplicito un processo che dentro Patrizia si era già avviato. Vita, morte, maternità, femminilità, amore ed eros si susseguono in un percorso dove la possibilità di un intervento ricostruttivo è solo una parte di un processo più ampio e profondo. "Il primo aggancio con la possibilità di un intervento ricostruttivo è stato con il chirurgo che mi ha operata. E’ stato un aggancio negativo. Non condivideva l’intervento ricostruttivo e me lo aveva sconsigliato E’ stato molto superficiale con me. Non solo perché ha aspettato dieci mesi prima di dirmi che i bordi del tessuto asportato non erano completamente in tessuto sano, ma anche per il discorso sulla possibilità della ricostruzione. Era necessario fare subito la mastectomia ed invece lui non mi ha detto nulla. Dopo la mastectomia il tumore è risultato essere grande tre cm. per quattro. Questo chirurgo ha combinato con me un mucchio di errori e non me ne rendevo conto. Sono psicologa, la mia cultura medica è molto scarsa e ancora meno lo è la conoscenza dell’oncologia". Dopo l’asportazione totale della mammella il chirurgo continuava a ripetere a Patrizia che con il tempo si sarebbe abituata a vivere senza un seno. Secondo lui era importante che si mantenesse in salute. Lei di fronte a questo ragionamento non riusciva a reagire in nessun modo. Si era affidata ciecamente ad una persona che pensava competente. A sue spese imparerà a non farlo più. "Non ci si può affidare ciecamente ad una persona, ho capito che in questo c’era anche una buona dose di passività da parte mia e desiderio e/o bisogno di delegare a qualcuno le scelte della propria vita. Successivamente mi sono scelta le persone con cui parlare, ragionare e farmi ascoltare. Adesso faccio anche cure omeopatiche ed altre che mi aiutano a rigenerare le cellule del mio corpo". Nel suo lavoro come psicologa con le donne operate al seno Patrizia ha la possibilità di incontrare altre donne che subito dopo la mastectomia avevano fatto l’intervento ricostruttivo. Aveva l’impressione che non vivessero in modo così intenso la mostruosità della mutilazione. Come lei anche loro avevano paura di morire, di fare la chemioterapia. Ma si spogliavano anche con più tranquillità, per certi aspetti aveva l’impressione che queste donne si sentissero ancora con un seno. Si esponevano allo sguardo altrui con più facilità. Il corpo per loro era già soddisfacente; per lei l’uso della protesi esterna era sempre una scocciatura. L’incontro con altre donne, che avevano fatto la mastectomia e anche l’intervento ricostruttivo, spinge Patrizia a riflettere sulla opportunità, anche per lei, di pensare a questo intervento. Guarda queste donne con curiosità. "Quando venivano per fare il massaggio o il linfodrenaggio mi accorgevo che si toglievano le magliette con più naturalezza - mi dice -. Forse era solo una mia impressione. Mi rendevo conto che per molte di loro la sessualità era ormai un capitolo chiuso. Si sentivano profondamente ferite nella loro femminilità però erano anche in un percorso di rielaborazione di sé, dove l’intervento ricostruttivo rappresentava solo un momento di questo lungo e impegnativo viaggio". Dal momento in cui inizia a pensare alla possibilità di un intervento ricostruttivo passano tre anni dove raccoglie informazioni e parla con diversi medici. Il primo incontro è con un chirurgo plastico di ....... Casualmente legge di lui su un depliant che spiega anche di una particolare tecnica ricostruttiva. Raccoglie ulteriori informazioni ed inizia a concretizzarsi nella sua mente che forse è possibile ricostruire il seno che ha perso. "Dentro di me una voce continuava a dirmi che non dovevo farmi delle illusioni, avevo fatto della radioterapia e il tessuto era sofferente." Nonostante ciò chiede lo stesso un appuntamento con il chirurgo ..... che le dà buone possibilità. "Possiamo ricostruire la mammella prendendo tessuto dall’addome e anche dalla schiena" le dice. Tuttavia il colloquio non è soddisfacente. "Con questo chirurgo mi sono sentita utilizzata, un fenomeno da baraccone. Era circondato da uno stuolo di tirocinanti che mi guardavano incuriositi. Perché i medici hanno bisogno di circondarsi di assistenti, tirocinanti, studenti e quant’altro? Sei lì, da sola, sotto lo sguardo di 5, 6,7 persone in camice bianco e non si accorgono di quanto tutto questo sia profondamente imbarazzante e , per certi aspetti, anche umiliante". Si congeda dall’appuntamento con la decisione che certamente questo medico non sarebbe stato il suo chirurgo plastico. Successivamente chiede un colloquio con un altro chirurgo plastico che lavora in una struttura oncologica milanese molto conosciuta. Il medico, di origine straniera ma residente in Italia, la rassicura sulla possibilità di effettuare questo intervento e anche lui le parla della necessità di prendere della pelle anche dal dorso. Nella lista di attesa era la numero 200 ed avrebbe dovuto aspettare almeno due anni. In un momento in cui stava maturando dentro di lei l’idea di sottoporsi all’intervento ricostruttivo due anni le sembravano decisamente troppi. "Mi era stata prospettata anche la possibilità di farlo privatamente. Nell’arco di due mesi mi avrebbero operata ma avrei dovuto pagare 35 o 40 milioni. Per me era un costo enorme e ho provato solo rabbia" Aveva impiegato tanto tempo a maturare l’idea dell’intervento ricostruttivo e questioni pratiche e di burocrazia lo impedivano. Sono passati ancora dei mesi, Patrizia si concede altro tempo. L’interesse per la psiconcologia la spinge a iscriversi a un corso di aggiornamento che il nostro Istituto organizza per psicologi. "Sei stata proprio tu - mi ricorda - che mi hai consigliato di parlare con i chirurghi plastici dell’Istituto. E’ stato positivo perché mi sono sentita ascoltata da te e anche da loro". Avevo perso memoria di questo evento e sento estremamente vero ciò che scrive B. Good, antropologo medico, quando afferma che i terapeuti sono costruttori e in certi casi complici delle narrazioni di vita dei pazienti. "L’incontro con il medico mi è piaciuto subito. Mi ha guardata negli occhi, mi sono sentita presa in carico, ho trovato rassicurante il modo in cui ha affrontato il problema. Mi ha confermato la possibilità di un intervento con il muscolo addominale però mi ha anche detto che secondo lui non era necessario asportare della cute anche dal muscolo dorsale. Mi è sembrato un approccio meno invasivo. Anche in istituto la lista d’attesa era di circa due anni. Però questo era quanto risultava dal computer, poteva capitare che si liberava qualche posto per cui mi hanno invitata a richiamare dopo qualche mese. Sono uscita dall’incontro con il chirurgo rassicurata e con tanta speranza". Dopo l’intervento chirurgico demolitivo, Patrizia, si era sforzata di accettare la mastectomia e il suo corpo ferito. In realtà questa accettazione non era mai stata profonda. La protesi si spostava continuamente, se si allacciava le scarpe, capitava che le cadeva; se andava al mare faceva fatica a fare il bagno. "La protesi galleggiava insieme a me" dice. Con i figli ci ridevano su ma in realtà si sentiva profondamente ferita. In casa girava senza protesi, quando usciva indossava sempre dei reggiseni contenitivi; aveva cambiato tre protesi. Una di queste si era anche rotta. Insomma le difficoltà erano sempre tante. "Che cosa hai trovato positivo per te nel modo di fare del chirurgo plastico?" chiedo a Patrizia mentre finisce di consumare il suo frugale pasto. Si ferma, riflette e poi dice. "Mi ha colpito il suo sguardo. Ho sentito che mi guardava veramente. Ho sentito una persona capace e competente. Ha inquadrato il problema da un punto di vista professionale molto velocemente e nello stesso tempo è stato delicato. E’ arrivato in ambulatorio con quasi un’ora di ritardo, c’erano altre persone che aspettavano e quindi ho pensato che poteva essere di fretta. In realtà mi ha dedicato tutto il tempo che sentivo utile per me. Ho sentito che mi accoglieva. Abbiamo potuto fare , con mio marito, tutte le domande che ci erano necessarie. Mi ha spiegato veramente bene e in modo comprensibile che cosa avrebbe fatto sul mio corpo. Mi sono sentita ascoltata e capita. Era come se mi comunicava che aveva tempo per me e per le mie domande. Ho sentito che tra di noi si stabiliva un patto terapeutico". La prima medicazione. "E’ calda, sente? Il calore è ben distribuito significa che si sta riprendendo bene". A Patrizia torna il mente il ricordo del parto. Anche quella volta aveva sofferto a lungo, il dolore era stato intenso e forte. Ma poi il figlio sulla pancia, quell’esserino tutto rosso e ancora bagnato le aveva fatto dimenticare la sofferenza. "hai una cosa bella tra le mani e dimentichi anche i punti vicino alla vagina. Ci stai anche seduta sopra" afferma. Dolore e gioia vissuti contemporaneamente. Trova delle somiglianze tra l’esperienza del parto e quello che succede con l’intervento ricostruttivo del seno. "alle parole del chirurgo ho dimenticato tutta l’esperienza del dolore provata fino ad allora" dice. L’intervento di ricostruzione con il muscolo retto-addominale è un intervento complesso che richiede grande impegno anche da parte della paziente. Il post-operatorio implica sacrifici e capacità di sopportazione. Per più di un mese Patrizia dorme poco, i dolori sono intensi. Nel letto deve assumere una posizione particolare, semiseduta con dei cuscini sotto le gambe, e per un certo periodo di tempo deve assumere solo quella. E’ necessario che i tessuti della pancia non si distendano troppo, si devono evitare lacerazioni. Dopo un po’ di tempo la schiena fa male, fa male anche la pancia, è difficoltoso camminare e non si riesce a stare dritte. Fortunatamente i medici le somministrano dei farmaci che l’aiutano a sopportare il dolore, a rimettersi in piedi senza difficoltà e a camminare senza percepire quell’intensa sofferenza che arriva dalla pancia e dal suo petto. Nonostante la difficoltà, le notti insonni e la sofferenza alle parole del medico :"è calda, sente? Significa che si sta riprendendo", lei ridimensiona l’esperienza del dolore e pensa che il futuro è già iniziato. Si tocca questo nuovo seno. Si guarda allo specchio. Sente tutto il corpo ancora suo. Corporeità riaccettata in tutta la sua globalità. "Osservo - mi dice mentre addenta il suo panino- che da quando ho fatto l’intervento ricostruttivo la mia postura è cambiata. Sollevo la testa, il viso è rivolto verso il mondo, tengo le spalle più dritte. Non sono più accasciata su me stessa. "Ho più consapevolezza di me, del mio corpo. Mi tocco, mi sfioro, mi accarezzo". Il seno le è sempre piaciuto tanto, il viso un po’ meno. "Mi è sempre piaciuta la parte centrale del mio corpo – prosegue - è tutto così morbido e caldo." Per Patrizia la perdita del seno è stata una grande sofferenza. Era la parte più bella di lei. "Sin da adolescente il mio corpo mi piaceva, mi appariva bello. Mi sono sviluppata precocemente, avevo due seni piccoli, tondi e sodi. Mi piaceva vedermi e farmi vedere. C’era tutto. Il fascino della seduzione, il piacere di avere un corpo di donna, di essere femmina. Mi è piaciuto partorire tre splendidi figli. Ho provato tanto piacere ad allattare. Poi è arrivata la malattia e la mastectomia". Il suo racconto si interrompe e un lungo momento di silenzio ha sottolineato, nonostante siano passati diversi anni dall’intervento della mastectomia, tutta la gravità di quell’evento. Ma il racconto della sua storia è continuato e si arricchito di altre persone, altre situazioni e ricordi . "Dopo molto tempo ho deciso di chiedere l’intervento di ricostruzione e oggi mi sento innamorata di questo seno nuovo, è qualche cosa di pazzamente neonato. Al tatto è molto morbido. Mi tocco frequentemente e la sensibilità sta tornando. Prima non sentivo nulla. Ogni tanto mi grattavo. La pelle poteva anche diventare rossa ma ciò che vedevo non corrispondeva a ciò che sentivo. Cioè non sentivo nulla. Nessun segnale o sensazione. Poi i primi pruriti, le terminazioni nervose che hanno dato i primi segni di ripresa. Grande felicità del corpo che riprende a vivere. "Questo seno me lo caldeggio" afferma sorridendo. Tuttavia è da sottolineare che ciò che è accaduto dentro di lei va al di là del suo seno. C’è stata una sorta di rinascita e di rigenerazione globale. Una nuova vita che ha abbracciato tutto il suo essere. L’intervento ha solo segnato una tappa di un processo profondo, di una nuova accoglienza di se stessa. Ha iniziato a curare di più l’abbigliamento. E’ stata anche dall’estetista a fare la pulizia del viso. "Perché solo adesso? - si chiede - tutto questo non ha a che fare solo con le rughe che segnano il mio volto, mi piace che qualcuno si prenda cura di me. Mani che mi sfiorano, che mi massaggiano, che mi procurano piacere. E’ un’attenzione a me stessa che non mi ero mai concessa. Mi accarezzo il seno nuovo e mi accorgo che è stata una pratica di cura che mi sono data, non so quante persone potranno capire ciò che dico. Mi arrabbio quando sento molte donne che hanno avuto l’intervento di mastectomia e non osano pensare o esprimere il desiderio di farsi ricostruire, quasi come fosse un vezzo. Gli altri possono percepirlo come qualche cosa di superfluo, di non importante. Quante volte ho sentito dire queste frasi, le ho sentite dalla bocca di alcuni uomini e di tante donne"- mi dice pensierosa e prosegue- molte persone continuavano a dirmi che l’importante era la vita, mica la tetta. Sono d’accordo, la mia vita è qualche cosa di complesso e certamente va al di là della tetta e tuttavia questo intervento è stato come prendermi cura di me stessa". Molte persone hanno notato questo suo modo differente di vivere sé stessa e il mondo. "Non ti si riconosce più, sei più radiosa, più colorata". I commenti delle amiche sono confortanti. "Certo sto meglio. Dopo tanti anni dalle terapie il mio corpo ha ripreso a vivere. Ma soprattutto è dentro di me che è cambiato qualche cosa , evidentemente si vede anche fuori. Mi prendo i miei spazi, i miei tempi. Mi sono iscritta in palestra, seguo un corso di Tai Ji Quan. Ho sempre desiderato cantare. Non lo avevo mai fatto, non trovavo mai il tempo. Oggi so che i miei spazi di vita riguardano anche l’attenzione al mio corpo". Far l’amore ancora , con un seno nuovo. Respirare insieme, le mani che si cercano. L’unione di due corpi desideranti. Lasciarsi andare a un incontro voluto e temuto. Momenti di gioia, di commozione e di gioco. Intimità profonda e poi le lacrime comuni. "Non avevo mai pianto mentre facevo l’amore" mi dice mentre i suoi occhi si riempiono nuovamente di lacrime. Anch’io sento un nodo alla gola. Piangere insieme mentre si fa l’amore può essere un’esperienza nuova e da l’impressione di incontrarsi veramente, ancora, per la prima volta. Alla
fine di questi tre colloqui ho chiesto a Patrizia se Edoardo aveva fatto
qualche altro disegno su di lei dopo l’intervento di ricostruzione.
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