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Sono uscita dalla saletta del day hospital che non mi reggevo sulle gambe, ho cercato di aprire l’armadietto dove tenevo i miei indumenti ed ho dovuto provare diverse volte perché le mani tremavano così tanto che non riuscivo a trovare l’imbocco della serratura. Che strana la vita, alle 10 del mattino ero una persona sana, alle 12 avevo un tumore al seno. Come molti milanesi sono passata molte volte attorno a queste strade vicine all’Istituto e spesso ho pensato al dolore che queste mura racchiudevano. Ho sempre sperato che la mia vita non avesse nulla da condividere con questo luogo ed invece in una giornata di luglio particolarnente calda, avvolta da un camicione bianco ero seduta nel day hospital, nella saletta adiacente quella dove mi avevano asportato il nodulo. Ero tranquilla, circa due mesi prima avevo sentito un nodulo al seno. Avevo fatto gli esami radiografici e la visita dal senologo. Il medico mi aveva tranquillizzata dicendomi che alla palpazione appariva come una semplice alterazione della ghiandola mammaria assolutamente non preoccupante. Avevo chiesto che se era possibile l’avrei tolto comunque. Così quella mattina di piena estate mi ero alzata presto e mi ero presentata all’ambulatorio per l’asportazione di quella piccola tumefazione. Eravamo tutti molto tranquilli fino al punto che durante l’intervento avevamo scherzato un po' tutti. Mi hanno servito un’abbondante colazione e mi hanno chiesto di aspettare circa trenta minuti. Questo era il tempo che serviva per effettuare l’esame istologico. Il tempo! trenta minuti velocissimi, cosa sono trenta minuti nell’arco di 50 anni?, molto poco, eppure ognuno di quei minuti non li ho più dimenticati. Dopo circa mezz’ora ho visto rientrare il medico. Ho notato subito la sua espressione abbattuta. Aveva lo sguardo basso e ad un tratto mi sembrava stanco. Ho come sentito che faceva i conti con una situazione difficile. Più tardi ho capito il perché di tutto questo. L’ho invitato ad essere estremamente chiaro. Mi ha detto:" l’intervento di oggi purtroppo non è stato sufficiente, il problema c’è ed è necessario intervenire nuovamente, la ricovereremo in tempi molto brevi ". Ho sentito il mio respiro fermarsi, ero sotto shock. Era accaduto tutto così velocemente, ho cercato, però, di non scoraggiarmi. Gli ho chiesto se me la sarei cavata e se avessi dovuto fare terapie strane, mi ha risposto che sicuramente me la sarei cavata perché il tumore era stato preso in tempo e che dopo l’intervento si sarebbe stabilito che cosa fare da un punto di vista dei trattamenti terapeutici. L’ho trovato molto tenero ed umano. Mi ha sorpreso comunque che lo abbia detto direttamente a me, fuori in sala d’attesa c’erano mio marito e mia madre completamente ignari di ciò che mi stava succedendo. Penso che mi sia stata comunicata la diagnosi in modo corretto tuttavia mia chiedo se è giusto così per tutte. Ho sempre voluto sapere tutto della mia vita e penso che sia meglio parlare in modo chiaro con i pazienti. E’ importante essere preparati a tutti gli eventi con consapevolezza. Sono pochi i pazienti che se lo vogliono negare tuttavia mi chiedo di fronte a pazienti meno preparati e più fragili di me se non sia utile un po' più di cautela. Mi sono affidata in tempi piuttosto brevi alle strutture dell’Istituto che è diventato per me fonte di sicurezza e benessere psicologico. Sono stata operata e credo assistita al meglio. Ho avuto una magnifica impressione delle persone dell’Istituto e della struttura in sé. |