LONTANO DALLE STRADE BATTUTE: DIARIO DI UN ANNO

Questo è il titolo di un breve ma intenso libro pubblicato da METIS, medicina e memoria. L’autrice è una filosofa e si chiama Delfina Lusiardi. Sono stati scelti due frammenti di questo diario e parte della post-fazione scritto dalla sua terapeuta.

30 Dicembre
Amputazione: questa mattina mi sveglio con una tristezza profonda. La parola dice un fatto. Questo fatto non può essere tenuto lontano da me, né può essere reso meno drammatico da parole più appropriate.

C’è un prima e un poi. Questa malattia scandisce la mia storia marcando una cesura radicale. Ogni rito quotidiano che avvicina il presente al passato come se nulla fosse accaduto diventa insopportabile. Anche il più piccolo sentore dell’inerzia o della ripetitività non può essere tollerato.

Riconosco il carattere vitale di alcune, molte relazioni che costituiscono una trama ricca di scambi e di corrispondenze. Sono la cosa più preziosa che ho. Non posso più accettare rapporti isteriliti, bloccati, non so reggerli.

Irene e Linda sono due studentesse uscite lo scorso anno: la loro telefonata irrompe come una boccata di ossigeno.

L’edicolante mi porta due film, due cassette che ha comprato C., Film vecchi, da guardare dopo cena. Stiamo imparando ad abitare questa casa.

10 Gennaio
C’è un uso del sapere tecnico che non sopporto. Non sempre si accompagna alla maschera del freddo distacco.

Può mimetizzarsi. Può assumere la maschera del rapporto protettivo che tuttavia non impedisce di riconoscerlo per quello che è: l’esercizio di un potere che mette fuori gioco ogni possibilità di scambio. Annulla o rende insignificante la relazione. Chi lo esercita si nutre del dolore e della paura dell’altro, alimentando in questo modo il suo io in cerca di prestigio. Il suo prestigio, la sua posizione sociale e non la sofferenza di chi è malato diventano il vero problema.

Sono cose che si sentono.

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Da oltre un anno porto nella mia cartella di lavoro le parole scritte, i bianchi silenzi, i disegni di contemplazione di Delfina....forse per mutuare con i sensi i percorsi del profondo, lasciare spazio al tempo, tenermi in con-tatto e a distanza.

In contatto/distanza con Delfina sto- dentro e fuori le strade battute- da quando c’è stata la cesura epocale della sua vita a seguito della diagnosi di un tumore al seno. All’inizio il Diario "scritto per se e ripulito per le persone care" era circolato tra noi come un dono prezioso ed elettivo. E sempre di più era diventato forte il desiderio di renderlo pubblico. L’avevamo detto a Delfina, e lei, silenzio e via... avevamo insistito a varie riprese.

Alla fine si era convinta. C. avrebbe pensato alla stampa e alla diffusione attraverso canali fidati e delicati, io alla post-fazione e ai fondi. "C" il compito lo ha svolto, il Diario è in stampa. Io tardo con la post-fazione. Resisto ad essere l’osservatrice privilegiata e a collocare l’esperienza di Delfina nel contesto sanitario oncologico. E tuttavia accade che mi metta a scrivere. fuori dal controllo che esercito tutti i giorni nella mia professione di medico.

Scrivo in aereo che mi porta a Lamezia, per alcuni giorni incontrerò dei colleghi calabresi. Assorta nei miei ricordi, guardo giù dal finestrino. Sto sorvolando Napoli, il cielo è sereno, il mare immobile per l’assenza di vento e vele. Ho un forte desiderio di pesci che guizzino lucenti fuori dall’acqua, che mi lascino con fiato sospeso al vederli inabissare possenti, la pelle, le squame dilatate nei pori a rendere l’incontro nelle diverse densità della materia.

E dal cuore balza fuori Delfina in/afferabilmente presente nel prima, nell’ora, nel poi con la continuità senza tempo dell’eternità.

Delfina di mare, alla ricerca di suoni, luci, colori, movimenti autentici di un corpo abitato e agito, un corpo pensato e segnato, vibrante a capire l’esterno, a riportare all’interno.

Delfina di terra, dai campi arati e sarchiati, la pace dell’ordine e la determinazione, la forza dei bulbi che si aprono varchi, dagli alberi incerti, potati e forgiati a nuovi vigori, la linfa che scorre, trasmuta, trasduce, trasuda.

Delfina e la guerra, presente e pregante, la forza buona e cattiva, interna ed esterna, il senso maschile e femminile, a destra e sinistra, in alto e in basso, la prepotenza di uno sull’altra, la dirompenza delle passioni e delle ragioni, la croce del tempo.

Delfina e le regole, i passi, il cammino, l’arresto, i ruoli, i doveri, le istituzioni, la polis, per rimanere quello che si è, ancorata, cautelata, per guardare in faccia le cose a sopportare parole ingombranti, per addomesticare l’immaginazione ed imbrigliare il pensiero, paziente d’attesa.

Delfina e il disegno, che lascia spazio al silenzio, riposa la mente, la quiete del vuoto che spazza lontano l’angoscia, un dentro e fuori dalle cose, contempla, fa il punto.

Delfina e le altre, la morte vissuta nella pelle, che spezza i ritmi sopiti, la storia già nota, i corpi in azione. La morte – cesura che riporta alla vita, contatta le forme, esplora la mente, guadagna fiducia, autorizza ad accedere all’essenza profonda e trova il divino.

Il mare sparisce e mi accoglie la pista, un caldo africano, la luce accecante, profumi di jasmine. All’autonoleggio dell’aeroporto di Lamezia l’operatrice mi riconosce, un dolce sorriso le imperla il viso abbronzato "Professore, a che punto siamo con la ricerca sul cancro?". Rispondo con un altro sorriso, la mimica gessata da anni di esercizio al potere e al dolore, lo sguardo lontano a cercare Delfina e un pezzo di me.

Registro da quando ho iniziato a lavorare nel campo dei tumori, praticamente da quando ero studente, le spalle si sono incurvate, lo sguardo ha poco orizzonte, il diaframma fa brevi escursioni, il plesso solare si ingolfa di forti colori. Anni di ricerca personale con Maestre/i di vita e l’amore degli amori più forti hanno evitato il disastro strutturale ed energetico, ma il disequilibrio c’è, si sente e si vede e richiede continue attenzioni. E adesso mi aspettano i colleghi di Kroton che chiedono certezze nei programmi di cura e prevenzione. Quello che dirò oggi, sarà superato domani, da altri dogmi, da altre illusioni, finché non saranno scoperte le cause del cancro.

Finora abbiamo cercato di imbrogliare il caos, di sfiancarlo, di arginarlo, di erigere dighe, di scavare solchi. La triste pragmatica ragione affronta il prorompente Caos, avanza a piccoli passi e perde battaglie importanti. Paura e impotenza che arrivano a sembrare indifferenza.

Che fanno Delfina e le altre? afferrano la luce, ricadono nel buio, si aprono e si chiudono, si trasformano, uno sguardo al passato, il linguaggio dei forti, l’amore per sé, la voglia di altro, ritornano indietro, i sensi allagati, l’ascesa al divino, il mistero che resta e che spinge a ricercare ancora.

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