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Carissima Annalisa, prendendo spunto dall’articolo sulle conseguenze delle terapie oncologiche (‘Angolo news’ n. 12, settembre 1999, n.d.r.) mi sforzerò di descriverti le mie sensazioni riguardo all’accettazione della mia nuova condizione di vita (ho avuto un cancro nel lontano 1973, ma di questo ti parlerò un’altra volta). Mi hai strappato la promessa di un breve racconto e cercherò di mantenerla, anche se mi riesce più facile parlarne a voce che scrivere. Il momento peggiore per me è stato quando mi sono reso conto che, dalle stampelle, mi stavo avviando sempre più rapidamente verso la sedia a rotelle. Già non era facile accettare le stampelle, ma la sedia la vedevo come una fase terminale e orrenda della mia lenta degenerazione. Purtroppo ci sono arrivato, ormai sono più di 5 anni, e puoi immaginare quale sia stato il mio trauma quando mi sono accorto di aver perso completamente la mia autonomia. I primi tempi, e ti parlo di almeno tre anni, non riuscivo ad accettarmi, mi rifiutavo anche di uscire da casa, mi vergognavo della mia condizione, ero convinto che tutti mi guardassero come una bestia rara; questo in effetti succede ancora adesso, ma io reagisco bene. Mi accorsi anche che tendevo a diventare cattivo e scostante nei riguardi degli altri, quasi fossero responsabili dei miei problemi di salute. Mi porgevo agli amici nel modo sbagliato e avevo un atteggiamento estremamente critico e distruttivo verso ogni cosa. Insomma, vedevo solo il mio problema e non ero più disponibile verso gli altri. In parole povere, mi rifiutavo e facevo di tutto per farmi rifiutare; mi ero incattivito verso il mondo e non sopportavo le persone normali, mi faceva rabbia che loro potessero camminare e muoversi liberamente ed io no. In seguito mi sono soffermato un attimo a ragionare, ho cominciato a fare un’analisi profonda e impietosa del mio modo di essere, ho cercato di estrarre da dentro di me tutta la razionalità di cui ero capace e di vedere le cose in modo più obiettivo per poter capire sino in fondo le reali motivazioni del mio modo di essere verso gli altri, e smettere quindi di scaricare su di loro responsabilità soltanto mie. Detto cosi può sembrare facile, ma ti assicuro che non lo è stato per niente. Ho impiegato molto tempo a riuscire a capire bene il come e il perché del mio comportamento, ma alla fine sono riuscito a impormi di cambiare completamente registro. Mi sono detto: ormai sono così e devo farmene una ragione, non posso cercare sempre qualche capro espiatorio di colpe di nessuno. Questa è la mia realtà e la devo accettare! Da allora ho cambiato vita, in tutti i sensi. Mi sono comprato una macchina nuova, con tutti i dispositivi del caso e ora esco e guido regolarmente tutti i giorni; cerco sempre gli amici per andare fuori a pranzo e a cena, anzi mi sento cercato e richiesto da loro forse più di prima. Quando siamo fuori non parlo mai dei miei mali, ma rido e scherzo e spesso tocca a me il ruolo di consolatore degli altri. Infine, ho trovato anche l’amore di una persona meravigliosa che mi fa sentire perfettamente normale e con la quale ho un bellissimo rapporto. La mia vita è cambiata, non nel senso della mobilità e della salute, ma nel senso morale. Riesco ad affrontare tutto, anche le cose che agli inizi mi sembravano impossibili, con la massima serenità. Questa è la mia storia cara Annalisa, spero di essere stato chiaro ed esauriente e che possa servire d’aiuto a qualcuno che ha problemi simili. Sono a disposizione di chiunque volesse parlare con me sia per iscritto sia per telefono. Il vecchietto rotellato Questo racconto è stato raccolto
da: ANGOLO - Associazione Nazionale Guariti O
Lungoviventi Oncologici
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