| IL MIO
VIAGGIO: L’ABC del morire, partire senza partire, amare ed abbandonare
e il peso insopportabile del sapere
Mi è
stato chiesto di scrivere la mia storia dentro la malattia. Ci ho pensato
a lungo in questa settimana, ne ho accennato ai miei, ho provato a costruire
tracce, percorsi, ipotesi di stesura.
E’ una
settimana difficile: al suo termine mi aspetta una serie di esami di controllo
e, come al solito, l’ansia è difficile da tenere a bada. Ancora
una volta il mio equilibrio (così precario!) si sgretola ed io arranco
alla ricerca di…. accettazione, ignoranza, pace, che altro… non so bene.
Allora
riparto, vado a leggere gli sfoghi e le riflessioni che di tanto in tanto
in questi anni ho affidato alla carta, quando proprio non ne potevo più,
mi sentivo le parole premere in gola come un grido di aiuto troppo a lungo
trattenuto e che non sapevo a chi rivolgere.
La carta
sopporta così tanto!!
Rileggendo
qua e là ho trovato una citazione che forse ben riassume ciò
che ho cercato di fare, ciò che credo tutti coloro che entrano nel
“pianeta cancro” devono affrontare:
“Questo
è ciò che col tempo bisogna imparare
L’ABC
del morire
Del
partire senza partire
Dell’amare
e dell’abbandonare
E il
peso insopportabile del sapere“
Ebbene
ho aperto il mio abbecedario nell’ottobre del ’97: un nodulo percepito
con l’autopalpazione, la trafila della diagnosi, l’attesa del responso
con la prima altalena di speranze e timori. Una settimana di viva angoscia
dalla quale trovo riparo solo nel lavoro e nell’abbraccio di mio marito.
Così trascorro le giornate a scuola e le sere rincantucciata sul
divano, chiusa nel cerchio delle sue braccia, appoggiata a lui sia fisicamente
che psicologicamente. Con lui mi reco all’ambulatorio per sentire gli esiti
dell’esame: confermano la presenza della malattia. Bisogna operare.
Di fronte
al medico mi controllo, poi crollo. Tutti mi sono molto vicini nel periodo
di attesa tra la diagnosi e l’operazione; temevo molto la reazione di mia
madre all’annuncio della malattia, mi appare ormai così fragile
emotivamente. Invece reagisce, la preoccupazione la sprona a trovare cose
da fare per aiutare. Vedo lo sgomento negli occhi di mio padre, ma fra
noi le parole sono sempre state poche e i gesti parchi. Anche in questa
occasione, come poi molte altre volte, un abbraccio dato con i lucciconi
agli occhi, il mio solito saluto: ”Ciao Pa', fai il bravo, mi raccomando”.
E il suo: “Me racumandi a ti, tusa!”
La zia
mi esorta a rivolgermi a Dio, a pregare, a chiedere il suo aiuto che non
mancherà. Il mio rapporto con Dio è certamente presuntuoso:
sono credente, non praticante, la Chiesa non mi convince con le sue gerarchie
e manifestazioni. Lui ed io conversiamo “in proprio”, ma in questa occasione
mi trovo a pensare: ”Perché dovrebbe donare la guarigione proprio
a me? Cosa faccio io di speciale perché mi preservi, mi sani? Come
osare chiedere questo quando tanti altri soffrono più di me?” E
così la preghiera unica, veramente sentita, è sempre la stessa:
“dammi la forza di affrontare questa cosa, un passo alla volta; non mi
abbandonare, altrimenti non ce la farò mai.”
Arriva
l’operazione, passa e dopo di essa la radioterapia.
Appena
posso torno a scuola: i bambini e il loro affetto, le colleghe e amiche
e il loro calore sono un balsamo. In questo periodo devo ritrovare me stessa,
ma non so quale me stessa voglio ritrovare. Forse quella proiettata in
fuori, disponibile, che si impegna, perché mi darebbe la sicurezza
del ritorno alla normalità. D’altra parte c’è la voce di
V., con la sua esperienza di questa nostra malattia, e il suo suggerimento
a fare ciò che mi piace, a vivere per me e non per gli altri.
Ma io
come sto?
Mi dicono
che “sono guarita”, ma mi vogliono controllare ogni pochi mesi e che ciò
continuerà per anni.
Crolla
e si frantuma un baluardo: non sono immortale.
Fino
a ieri la morte, la malattia erano degli altri. Ora sono miei e il mio
cuore e la mia mente devono fare i conti con l’incertezza e la paura del
domani.
Mi scontro
con le esortazioni alla calma e a controllare la paura, mi mandano in bestia.
Sembrano
accusarmi di essere un’ansiosa.
Beh,
è vero sono ansiosa: ho paura che a mia figlia possa capitare qualcosa
di male e, ora che ho toccato il “pianeta cancro” temo veramente la malattia,
il tradimento del mio corpo, la sofferenza fisica che pure finora non ho
sperimentato e la morte che ha assunto una concretezza assai diversa.
Chi
mi invita alla calma pensa di aiutarmi a razionalizzare, ad arginare il
panico. Eppure sono parole che scatenano in me il rifiuto, la rabbia. Le
ragioni del mio star male sono sacrosante, ma odio pensare che gli altri
mi vedano come una piaga, una che si piange addosso. Però so che
non voglio tacere, nascondermi dietro una corazza data dall’aspetto impeccabile,
dall’efficienza, dal controllato silenzio.
Frequento
il gruppo “PSICOLOGIA AL FEMMINILE” presso la biblioteca di Corsico, un
gruppo aperto di donne con alcune presenze costanti ed altre fluttuanti.
E’ uno dei pochi luoghi in cui riesco ad esprimere le mie tensioni, le
paure, il disagio. Qui non si è mai giudicate e c’è una profonda
empatia che permette di lasciare andare il nodo che chiude la gola, sapendo
che le altre si stringeranno a te, piangeranno con te, ascolteranno e parleranno
a cuore aperto.
E’ così
difficile trovare il momento e la persona con cui parlare quando ne hai
così bisogno da sentire le parole spingere contro le labbra.
Ma con
chi farlo?
Con
mio marito? Lo vedo scrutarmi, so che si preoccupa e si sforza di offrirmi
una piacevole quotidianità, di farmi sentire bene e non mi sento
di gravare sulle sue spalle con le mie “paturnie”.
Con
i miei genitori? Sono in quella fase della vita in cui si comincia a sentirsi
genitori dei propri genitori e vorrei poterli preservare dall’ansia per
il mio stato.
Con
mia figlia? Lei ora è una donna, forte, affettuosa, vicina. Ma è
la mia bambina, devo proteggerla dalle brutture e dai dolori del mondo.
E’ il mio compito di madre. Che madre sarei se fossi io ad appoggiarmi
a lei, a scaricarle addosso tutte le tensioni e le paure, ad offuscare
il suo cielo che si sta aprendo ora alla vita.
Con
le amiche? So che sono lì, disponibili, basterebbe alzare la cornetta
e chiamare. Ma anche loro hanno gli affanni della vita quotidiana da affrontare
e troppo spesso mi faccio scrupolo di rivolgermi a loro. Ci sono pomeriggi
in cui vorrei che il telefono squillasse per parlare con qualcuno… ma chiedere
aiuto è così difficile.
Così
spesso taccio, mi sembra di riuscire a darmi un’aria tranquilla e controllata,
poi scopro che i miei tentativi non ingannano chi mi sta vicino e mi vuol
bene, che talvolta sono loro a sopportarmi facendo finta di non vedere
la mia espressione tesa e di non sentire le mie risposte brusche.
Passano
i mesi, passano i controlli, vado sempre accompagnata da mio marito, non
reggo la sala d’attesa. L’infermiera dell’ambulatorio di senologia mi chiama
la signora con il cavalier servente.
Tutte
le volte lui esorta il medico a tranquillizzarmi esplicitamente, sono le
sole occasioni in cui rivela a me e ad altri che non sono per nulla brava
a nascondere le mie emozioni.
E’ morta
V. L’ennesima manifestazione della malattia ce l’ha portata via.
Mi sento
un verme perché non riesco a disgiungere dal dolore per lei il dolore
per me. La mia storia sarà come la sua? Perché? Questa angoscia
accompagna i miei giorni, è sempre lì ben chiusa in una piega
dell’animo, ma pronta a sgusciar fuori alla prima distrazione. Non mi libererò
mai della paura?
Sono
trascorsi tre anni. Comincio quasi a crederci, forse sono davvero in salvo,
forse in fondo al tunnel c’è davvero il sereno. Forse ha ragione
A.M. quando dice che ciò che ci accade è “in questo momento”,
ma dobbiamo procedere pensando che il momento passerà.
Proprio
mentre sto cominciando a crederci arriva la doccia fredda: dalla scintigrafia
ossea: si evidenzia una lesione allo sterno. La malattia allunga ancora
i suoi artigli su di me.
Sono
terrorizzata, mi figuro scenari tremendi, cosa succederà? Quali
terapie? Quali interventi?
Ma soprattutto
quale futuro? Anch’io come V. passerò da una ricaduta all’altra
in una spirale impossibile da forzare?
Troppe
domande che mi spaventano e questa volta non riesco a parlare con nessuno,
le amiche mi dicono che appaio distaccata e lontana. F. cerca di starmi
vicina e io mi ritraggo; S. mi abbraccia, io la stringo poi devio i discorsi,
cambio argomento. Non ho neppure chiamato T. e mi manca il suo viso, il
suo sorriso coraggioso, la sua stretta e anche la sua fede. M. è
una presenza silenziosa che apprezzo particolarmente, che mi aiuta a stare
tra le pareti della scuola, non chiede ma c’è.
Gli
alunni percepiscono il mio squilibrio, la mia tensione. Chiedo loro di
aver pazienza, accenno a problemi di salute. Capiscono con la saggezza
del cuore che rende così ricchi questi piccoli di otto anni e, a
modo loro, si sforzano di aiutarmi.
Che sollievo
quando le cure si rivelano poco invasive. La terapia ormonale è
tollerabile, non limita la mia vita, il suo quotidiano dipanarsi. I controlli
però sono diventati ancora più frequenti e io li tollero
sempre meno. Vorrei non dover più varcare il portone dell’Istituto,
non vedere più questi corridoi, queste sale, questi volti. Mi diventa
sempre più difficile venirci da sola, la lettura che prima mi bastava
per astrarmi e far passare il tempo dell’attesa ora non è sufficiente.
Chiedo a turno ai miei cari di accompagnarmi, ho paura di guardarmi attorno
nelle sale d’aspetto e di vedere altri malati, sofferenti, colpiti dalle
manifestazioni del male e di riconoscermi in loro, vedere specchiato nel
loro aspetto il mio domani.
Al gruppo
di Corsico A.M. mi suggerisce di non combattere la malattia, di affrontarla.
Non
capisco! Tutti mi dicono che devo combattere il male, vincere il tumore,
sconfiggere questo nemico. Cosa avrà voluto dire?
Mi occorrono
molti mesi per capire: non combattere contro me stessa; accettare le modificazioni,
accettare l’idea della morte per affrontare la vita e le sue richieste
e ricchezze; amarmi e non sentirmi colpevole, tradita dal corpo, punita
per chissà quali colpe o manchevolezze. Non un atteggiamento contro,
ma un atteggiamento per…
Intanto
il tumore che sembrava arginato, dopo un anno trova un’altra via per manifestarsi.
Questa volta il medico è brusco e mi annienta con la sua laconicità.
E’ una malattia cronica – dichiara freddamente.
Al mio
terrore si aggiunge lo spavento di vedere per la prima volta le difese
di mio marito cedere: ha gli occhi lucidi, fatica a trattenere le lacrime.
Allora
sto molto male davvero.
E mi
preoccupo per lui, per la mia ragazza. Chi li aiuterà a far fronte
a questo nuovo periodo di dolore.
E chi
aiuterà me?
Questa
volta mi tocca la chemioterapia, l’ho sempre rifiutata nelle mie fantasie.
Mi terrorizza e il mio terrore si riversa sull’aspetto più vano,
più esteriore: perderò i capelli, nessuno deve vedermi così,
non voglio far compassione. Piango e corro a procurarmi una parrucca che
sia il più possibile uguale a me: stesso taglio, stesso colore.
Per apparire inalterata agli occhi degli altri.
Illusa.
Non immaginavo certo che il mio corpo, la mia pelle, tutto sarebbe stato
modificato dall’urto dei farmaci.
Mio
marito si preoccupa di trovarmi un supporto psicologico presso la struttura
ospedaliera, io vorrei che ne usufruisse anche lui. Pensavo fosse possibile
un supporto alla famiglia, mi rendo conto che le tempeste emotive che attraversano
me, devono per forza scuotere anche loro. Lui è uno che parla sempre
poco delle sue emozioni, insisto più volte perché inizi un
periodo di supporto psicologico, ma scantona. Il nostro rapporto però
si approfondisce, mi accetta anche così malconcia, pelata, brutta,
si sforza di scherzare sui miei denti macchiati dal violetto di genziana,
sulla mia patetica cuffietta e sulla mia zucca liscia, mi porta in vacanza
e se anche talvolta mi chiede prestazioni fisiche che non riesco a reggere
(una passeggiata in montagna che mi estenua, la presenza a riunioni e impegni
che mi pesano molto) non lo fa certo per superficialità, incuria
o distrazione nei miei confronti. E’ il suo modo per dire che ce la posso
fare, per avere fiducia in me, per spronarmi a non abbattermi. La sua presenza
fisica costante, l’abbraccio, la carezza, il desiderio sessuale che manifesta
verso questo corpo che io vedo così poco desiderabile, sono i suoi
modi di esserci ed amare. A volte mi sento in colpa perché non riesco
a rispondere a queste sue offerte di amore, sento che anche lui ha bisogno
di essere rassicurato, di poter placare le ansie di questo periodo così
pesante. Sento anche la sua comprensione, sa che se mi nego è perché
non ho le forze, che non è un rifiuto verso di lui e aspetta silenziosamente.
D’altra
parte anch’io vivo in modo contraddittorio il mio stato di salute: mi rifiuto
di mettermi in malattia, appena posso riprendo il mio posto in classe e
gli incarichi (anche quest’anno molti e pesanti) assunti nella scuola e
fuori, voglio frequentare gli amici, il corso di ballo cui ci siamo iscritti,
continuare l’attività sociale e politica sul territorio, frequentare
il gruppo a Corsico.
Il corpo
mi tradisce, le forze mancano, me la prendo con me stessa se non ce la
faccio, mi guardo e mi faccio pena, repulsione. Sono stanca, vorrei urlare
che adesso basta, non ce la faccio più, che non ne posso più.
BASTA!, BASTA!, BASTA!!!
La zia,
mia figlia, mio marito si fanno carico delle fatiche usuali della casa,
non so come ringraziarli e cerco di incanalare tutte le mie forze all’interno
come se potessi convincere i farmaci a far bene, a far sempre più
effetto, ma anche all’esterno: se non cederò, se non abdicherò
potrò riprendere la vita di prima. Star fuori casa del resto mi
fa solo bene, quando devo stare per forza in casa, quando mi trascino dal
letto al divano e il solo cucinare mi fiacca, la mente galoppa fra nere
paludi di ansie e ossessioni. Non c’è uno scenario sereno che si
presenti alle mie fantasie: i farmaci non faranno effetto, le ricadute
si succederanno, i capelli non ricresceranno più o se ricresceranno
altre terapie provvederanno a farli ricadere, sono orribile, inguardabile,
insopportabile.
E allora
fuori, facciamoci carico di altri problemi, altre realtà, altre
persone.
E’ una
specie di cura scaramantica che pratico su me stessa. Ci credo veramente?
Non so.
In tutto
questo una svolta particolare prende il rapporto con gli alunni.
Non
si spiegano le mie frequenti assenze, vedono il mio aspetto dimesso, percepiscono
i discorsi con le colleghe. Del resto i bambini non capiscono perché
una persona sulla quale sono abituati a far conto, la cui presenza è
una delle sicurezze della loro giornata possa sparire all’improvviso, senza
motivo e senza spiegazione. Ritengo che sia per loro una fonte di ansia
molto più forte del sentirsi spiegare chiaramente la malattia e
anche la morte. La nostra società, l’informazione televisiva, la
famiglia nuclearizzata ci hanno abituato alla morte spettacolo, cruenta
ed estranea, i bambini non vivono più il ciclo della vita dalla
nascita alla morte come un’esperienza familiare, molto viene ospedalizzato,
molto viene taciuto perché noi adulti abbiamo paura di parlare di
certe cose. Così decido di parlare loro della malattia, ci penso
su per tutto il fine settimana che precede il rientro da una assenza prolungata
(due settimane di antibiotici, stomatite, febbre ed altre amenità),
poi affronto il discorso: ricordo loro i miei precedenti problemi di salute,
spiego che la malattia è peggiorata e che le cure richieste hanno
una serie di effetti collaterali. La reazione di Ilaria è pronta:
”Devono cambiarti le medicine, le medicine devono far star bene, non male!!!”
Spiego
come funziona la cura, hanno i visi attenti, assorti, forse un po’ spaventati
ma certo si sforzano di capire. Chiedo il loro aiuto, mi scuso se non potrò
essere efficiente come il solito e loro nel periodo seguente si danno da
fare per consentirmi di stare seduta in cattedra durante le lezioni, si
controllano a vicenda per permettermi di non affaticare la voce, fanno
cordone sanitario per non attaccarmi il raffreddore, mi mandano messaggi
e bigliettini quando devo assentarmi.
Sono
una forza, una passione, un raggio di luce. Vado con loro per tre giorni
in gita, le colleghe cercano di evitarmi le fatiche maggiori. Li vedo così
felici di passare questo tempo insieme, così fiduciosi, così
pieni di vitalità che mi sforzo di esserci il più possibile.
E loro mi ripagano in mille modi, anche con qualche sana arrabbiatura.
E ancora
una volta il sentiero si fa un po’ meno arduo, si rilevano i primi miglioramenti,
si passa a terapie meno pesanti, le forze crescono un poco. A volte mi
sembra di essere un leone e poi un minimo sforzo mi fiacca, allora scatta
l’impazienza, spunta la sfiducia.
Qualcuno
mi dice “Va beh, la malattia è cronica. L’importante è che
lo resti per tanto, tanto tempo.”
Ohibò,
non l’avevo ancora vista sotto questa luce
Un’estate
che non è la solita estate, dentro e fuori dall’Istituto per le
terapie, vacanze soggette al ritmo delle cure, scatti di impazienza e momenti
di dolcezza.
Ho imparato
ad essere più onesta con i miei, a dire più spesso quando
una cosa non mi va o quando non ce la faccio. Anche mio marito rende più
visibili i suoi stati d’animo, più con i gesti che con le parole,
ed il nostro rapporto cresce e si consolida. Mia figlia è sempre
presente, vicina, mi esorta spessissimo a far valere le ragioni del mio
star male, a chiedere, anzi a pretendere attenzione, ad occuparmi di me
stessa prima di tutto, a non vergognarmi dei miei limiti.
Nonostante
tutto riusciamo a trascorrere qualche settimana in giro con il nostro camper
e a divertirci un po’. Poi si torna a casa, lavoro, impegni.
Tutti
mi dicono che mi trovano bene, non so se la cosa mi faccia piacere o paura.
E questi benedetti capelli che crescono così piano. Durante l’estate
ho preso il coraggio a due mani e me ne sono andata in giro senza parrucca.
Ho imposto però la censura preventiva su tutte le foto.
Rientro
a scuola e per due giorni mi arrovello su come presentarmi, alla fine decido
di andarci così. Gli adulti fanno complimenti sul mio aspetto e
sul Taglio che mi dona, i miei ragazzi sono sinceri. Alessandro mi squadra
e domanda perché mai mi sono tagliata i capelli a questo modo, spiego
l’effetto dei farmaci e la ricrescita. Si informano della mia salute, speranzosi
chiedono se ora non dovrò più assentarmi, concludono “Non
ci piaci tanto sai pettinata così, ma se vuol dire che stai meglio,
va bene lo stesso. Ci abitueremo”
La prova
del nove è un piccolo di prima che nel vedermi passare per l’atrio
mi saluta con un sorridente “ciao pelatina”. Riesco a riderci sopra.
Penso
a una collega che sostiene che queste esperienze non ci arricchiscono,
ma si mangiano parte di noi. Per lungo tempo non ho saputo se avesse ragione
o torto.
L’altalena
di ansia e paura, il nuovo rapporto con la fine della vita, la sofferenza,
la consapevolezza, il difficile percorso verso l’accettazione, la scoperta
che la “passione” per qualcuno o verso qualcosa è indispensabile
per andare avanti, mi fanno pensare, oggi, che abbia torto
Sono
più ricca? Sono più grande?
Certo
che ad ogni round perdo e ritrovo un po’ di me. Mi scopro e cresco, mi
spavento e regredisco, mi piaccio e mi detesto.
Come
sarò alla fine?
|