| Si può
riuscire a vincere anche morendo
“Che
cos’è questo nodulino?” mi domandò, tre mesi dopo che ci
eravamo messi insieme, quello che spero sarà per sempre il compagno
della mia vita. Toccai il seno sinistro e sì, in effetti c’era una
minuscola pallina.
Mi ero
sempre tenuta sotto controllo, ho un seno con microcalcificazioni, quindi
a rischio. Avrei comunque fatto una mammografia, ma solo qualche mese più
tardi, se lui, il mio Angelo salvatore, non mi avesse messa in allarme.
E qualche mese e pochi millimetri, quando si parla di tumore, fanno una
notevole differenza.
Andai
in una clinica vicino a casa. Il dottore che mi visitò mi disse
che, se fossi stata sua moglie, mi avrebbe consigliato un esame più
approfondito. Usò un tono garbato, non allarmante, ma assertivo.
La mia
prima reazione fu un larvato tentativo di evitare ulteriori accertamenti.
Mi rivolsi al mio ginecologo, ma anche lui mi spronò a sbrigarmi
e a fare tutti gli esami del caso.
Così
mi ritrovai all’Istituto dei Tumori, per una prima visita durante la quale
mi venne confermata la necessità di effettuare una biopsia. Per
mia fortuna C., la mia ex cognata, era stata da poco operata al seno, e
fu lei la prima a consigliarmi e a infondermi fiducia.
Chiedo
un altro appuntamento, questa volta privatamente, al dottore che ho scelto,
appunto su suggerimento di C. Voglio essere assolutamente visitata ed eventualmente
operata solo da lui. Gli consegno le mammografie e lui, dopo un’occhiata,
dice “sì, certo, faremo la biopsia”. Poi soggiunge qualcosa che
suona come “Ma tanto qui dovrò tagliare”. Io non approfondisco quest’ultima
frase, mentre Angelo, che è seduto accanto a me durante la visita,
intuisce – me lo dirà mesi dopo – che il dottore aveva già
diagnosticato il tumore. Trascorriamo comunque un’estate felice – potenza
dell’amore!- ma la paura della biopsia aleggia su di noi, anche se ne parliamo
poco.
E arriva
il giorno fatidico. La biopsia. Dieci minuti di intervento, e poi il verdetto.
Carcinoma duttale infiltrante.
La terra,
letteralmente, sprofonda sotto i miei piedi, lo stomaco finisce in bocca
e mi pare di svenire. Dato che sono già sdraiata non cado, ad ogni
buon conto alzo le gambe a squadra, so che è quello che si fa in
caso di svenimento: abbassare la testa e alzare le gambe. I dottori mi
guardano con aria perplessa. “Cosa sta facendo?” “Mi sto curando lo svenimento”
rispondo, e loro iniziano a capire che sarò una paziente divertente
ma non facile.
Mi prendo
una settimana di vacanza prima di entrare nuovamente in sala operatoria.
Voglio essere in forma e affrontare come un’atleta il mio nebuloso futuro.
So che mi dovranno asportare tutto il seno sinistro e i linfonodi, nonostante
il tumore sia di modeste dimensioni, poco più di un centimetro.
Mi hanno assicurato che la situazione non è grave, ma io fatico
a crederci.
Devo
infatti aprire una parentesi. Ho perso una grande amica, nonché
compagna di fede – sono buddista dal 1989 e fu proprio lei a farmi conoscere
il buddismo– per un tumore al seno. Le venne diagnosticato troppo tardi,
il primo dottore cui si rivolse le disse che era una pallina di grasso,
quel nodulo che invece sarebbe cresciuto fino a divorarsela. Il rapporto
che mi legava a M. era molto profondo, costituito da una ventennale amicizia
e dalla medesima filosofia di vita. Quando la mia amica si ammalò,
non avendo una famiglia, fummo noi, le amiche, a starle accanto. Io in
particolar modo, avendo più tempo libero delle altre, venni delegata
ad accompagnarla a fare gli esami, e soprattutto a ritirarli, a leggere
gli esiti, e a comunicarglieli. Fui io a parlare con l’oncologa che l’aveva
in cura, all’Istituto, e a sentirmi dire “è in fase terminale”.
Le stesse raggelanti parole che pronunciò mia madre, al telefono,
anni prima, quando la chiamai per sapere come stesse mio padre, anch’egli
malato di cancro. Ero in tournée, il mio mestiere è recitare,
e dovevo entrare in scena dopo pochi minuti. Recitavo, sentivo il pubblico
ridere, poi uscivo di scena e scoppiavo in lacrime. Poi rientravo, ballavo
e ridevo. E poi uscivo nuovamente, piangevo e sentivo che quel “fase terminale”
mi aveva incrinato il cuore.
Torno
a M. Lei non ha mai voluto conoscere la sua situazione, e noi amiche abbiamo
fatto di tutto per rispettare la sua scelta. Ovviamente, quando mi chiedeva
di leggerle i referti, le dicevo pressapoco quello che stava scritto, ma
col tono più leggero e indifferente possibile. In quei momenti ho
benedetto il mio mestiere che mi permetteva di alterare, con qualche parola
in più o in meno e con un tono di voce ben lontano dalle mie reali
emozioni, la tristissima verità.
M. è
sempre stata positiva, ha incoraggiato fino all’ultimo chi le stava vicino,
e ha conservato la sua naturale allegria, che si portava appresso nonostante
la sua breve vita non fosse stata per niente facile, fino al giorno – un
11 settembre – in cui volò lontano.
Tutto
questo lo scrivo perché il mio rapporto col tumore è stato
influenzato sicuramente dall’aver dovuto vivere, in passato, la malattia
dal lato faticosissimo di chi sta accanto ad un malato terminale.
Ammalata
a mia volta, sono stata obbligata a ripercorrere lo stesso sentiero di
M.
L’Istituto
dei Tumori, come lei.
Gli
stessi esami, gli stessi luoghi, gli stessi volti.
Non
facevo altro che trovare assonanze tra la sua situazione e la mia, e non
riuscivo a convincermi che il mio futuro sarebbe potuto essere differente.
Ho pianto
e scongiurato perché dottori, infermieri e parenti mi dicessero
la verità, tendendo trabocchetti a tutti, convinta, nella mia paranoia,
che mi stessero mentendo. Il fatto che, a una precisa domanda del paziente,
il medico sia tenuto a fornire una precisa risposta, non mi rassicurava
affatto. Tutti quanti hanno mostrato una grande pazienza nei miei confronti,
compreso il povero primario al quale domandai, come sempre in lacrime,
se dovessi lasciare il mio compagno, per evitargli una dolorosa e prematura
vedovanza. “Beh, se ti stufi lascialo pure, ma non farlo per la malattia”
mi rispose saggiamente, e con un ironico brillio in fondo allo sguardo.
Ricordo
il mio ricovero come un periodo segnato dalla paura del futuro e dall’invidia
nei confronti di tutto quel mondo di gente sana - e assurdamente inconsapevole
di esserlo- che si aggirava all’esterno delle mura dell’ospedale. Per fortuna
mia e di chi mi stava intorno, sono tuttavia riuscita quasi sempre a vedermi
“dal di fuori”, e a trovare il buon umore necessario per ridere di me stessa
e del mio sviluppatissimo senso del tragico.
Secondo
l’insegnamento buddista è possibile “trasformare il veleno in medicina”.
Stabilii quindi che dalla mia malattia avrei tratto un grande insegnamento
e un’esperienza che potesse essere utile ad altre persone. Penso derivi
da questa risoluzione il fatto che ora, dopo un anno dall’intervento, posso
trarre un bilancio positivo dalla mia malattia.
Naturalmente
sono cosciente di essere stata estremamente fortunata, e della fortuna
non ho alcun merito. I miei linfonodi infatti erano sani, e i recettori
ormonali positivi al tamoxifene mi hanno permesso di evitare la chemioterapia
e di curarmi soltanto con le compresse. Il braccio, che per un certo periodo
è stato debole e dolorante, non si è mai gonfiato e un poco
alla volta è migliorato. Ho ripreso la palestra e tutte le attività
fisiche, escluso il body-building, come facevo prima di ammalarmi. Avevo
assicurato al mio corpo che l’avrei fatto tornare come prima, e sto cercando
di mantenere la promessa.
Il rapporto
col mio nuovo corpo è di serena convivenza. In passato mi ero sottoposta
ad un intervento di mastoplastica riduttiva che mi aveva lasciato lunghe
e brutte cicatrici, e, ora posso dire per fortuna, avevo già dovuto
fare i conti con un seno deturpato. Ho scelto di farmi inserire l’espansore,
al momento dell’intervento demolitivo, per poter poi ricostruire la mammella.
Da poco più di un mese i maghi della chirurgia plastica mi hanno
rifatto il seno, e di una misura in più! Il lavoro non è
ancora finito, manca il capezzolo, ma insomma, è questione di pazientare
ancora un poco!
Comunque,
vedermi “dimezzata” non mi ha creato alcun senso di repulsione verso il
mio corpo. Mi sono semmai esaminata con maggior curiosità. Ricordo
che, osservando la mia amica M. durante le visite oncologiche, avevo l’impressione
di avere davanti agli occhi una splendida amazzone, una guerriera armata
di invisibili frecce intinte nel coraggio, e penso che tutte le donne che
hanno subito una mastectomia siano così, coraggiose e nobili guerriere.
La mia
vita sessuale non è cambiata, se non per il fatto che ho deciso
di non spogliarmi completamente davanti al mio compagno finché la
ricostruzione del seno non sarà completata.
Mi sono
sempre sentita desiderata, anche perché Angelo non si è mai
arreso davanti a nessun ostacolo, fossero cerotti o cuciture, o sacche
di drenaggio allegramente ballonzolanti sotto i nostri felici scossoni!
Credo
che aver affrontato bene il percorso della malattia sia stato frutto di
molti fattori: la pratica buddista, le persone, amici, parenti e compagni
di fede che mi sono stati calorosamente vicini. E poi l’amore del mio compagno
- incommensurabile fortuna - e l’attenzione dei dottori dai quali mi sono
sempre sentita protetta come paziente e coccolata come essere umano. Dovrei
ringraziare del mio benessere moltissime persone, mi limito per questioni
di spazio solo ad alcune. L’infermiera che, a fine turno, invece di scapparsene
a casa, veniva a fare a noi malate i massaggi contro il mal di testa, e
che mi ha insegnato a farli a mia volta. E quell’altra che, vedendomi come
al solito annaffiare di lacrime la stanza, mi disse: “presto tutto questo
diventerà solo un ricordo.” Le sue parole mi hanno sempre accompagnata,
e nei momenti bui le richiamavo alla mente, perché mi confortassero.
E ancora: l’infermiere che mi obbligava a pensare alla taglia del seno
nuovo (ho seguito i suoi consigli!) e che con il suo sorriso mi portava
a smitizzare la mia situazione. Insomma, ho trovato un grande aiuto anche
da parte di chi sta “dietro le quinte”, e trovo doveroso scriverlo.
Bilancio
dunque positivo. Ammalarmi mi ha dato il modo di approfondire molti aspetti
della mia vita, e ora mi sento più forte di prima, quando ero sana
e integra. Sto cercando casa per vivere col mio compagno, e trasferirmi
finalmente a Roma, la città in cui ho sempre desiderato vivere.
Ho scritto un romanzo per ragazzi che non so se sarà mai pubblicato,
ma del quale sono molto orgogliosa, e ne sto preparando un altro per adulti.
Il mio lavoro di attrice non è un granché, scarseggia come
sempre, ma in compenso sto iniziando una nuova attività di rappresentanza
di vini (al momento mi sono limitata a berli, sarà per questo che
sono sempre felice….)
Ecco,
non troppo in breve, la mia esperienza. Mi sono rivolta al dipartimento
di psicologia perché mi ero accorta di non aver elaborato il lutto
per la scomparsa della mia amica, e forse anche per la perdita di mio padre.
E poi volevo affrontare il tema che mi sta più a cuore, quello della
morte, per poterla vivere al meglio, quando capiterà, e avevo bisogno
di essere aiutata.
“Per
comprendere la vita bisogna comprendere la morte” insegna il buddismo di
Nichiren Daishonin. Per quel che mi riguarda, questo è uno dei miei
obbiettivi principali. Vorrei riuscire a vivere ogni momento con gioia
e gratitudine, per arrivare all’ultimo ancora con gioia e gratitudine,
come è accaduto a persone di sicuro più illuminate di me.
Ho accettato
con piacere di scrivere la mia esperienza perché so che non è
facile parlare del cancro. Spero che leggere le storie di altri malati
sia uno stimolo ad aprirsi per tutti coloro che non osano ancora farlo.
Siamo in tante ad avere avuto a che fare col tumore. E tutte abbiamo provato
emozioni violente. Parlarne fa bene, condividere i sentimenti fa bene.
Ricordarci a vicenda che siamo comunque tutte fortunate, perché
la maggior parte dell’umanità non riesce neppure a curarsi, e muore
e non si può permettere né chirurgie plastiche né
chemioterapie, anche questo fa bene.
Ma forse
la cosa più importante che ho capito, e l’ho capita profondamente,
è che non tutte le malattie portano alla morte, si può combattere
e vincere, e soprattutto creare un immenso valore dalle esperienze di sofferenza.
E, cosa
ancora più importante, si può riuscire a vincere anche morendo.
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