| Azzalea
era molto ammalata: tumore al seno e poi metastasi diffuse alle ossa.
Alternava giorni in cui stava abbastanza bene, a giorni in cui stava veramente male senza parlare di come stava dopo la chemioterapia. Noi tutti le stavamo vicini con il nostro affetto, ma impotenti contro quella temibile malattia e io pregavo che mai più nessuno della mia famiglia dovesse sopportare tutto quello che stava sopportando Azzalea. Ma un giorno ho accusato dei disturbi, e quando sono andata a ritirare le analisi ho saputo di avere un cancro al seno. Quando ho letto la diagnosi, due parole soltanto, carcinoma mammario, parole che hanno avuto il potere di farmi crollare il mondo addosso, continuavo a guardare quel foglio; non sapevo se piangere, se urlare, per me quelle parole significavano solo una cosa: condanna a morte. Non sapevo come dirlo ai miei familiari, che già stavano così male per Azzalea. Poi ne ho parlato con mio marito: siamo andati insieme dai medici, sono stata operata, ho seguito tutte le terapie del caso imponendomi di stare tranquilla, di essere ottimista (cosa che non fa parte del mio carattere). Mi aiutava un po’ il fatto che tutti mi dicevano che il tumore al seno ha un’alta percentuale di guaribilità che non dovevo paragonarmi ad Azzalea, perché se lei era stata sfortunata, non era certo che per me la malattia avrebbe avuto lo stesso decorso. Ma dopo una scintigrafia arrivò la doccia gelata: metastasi ossee. Se prima ero disperata ma dentro di me nutrivo una piccola speranza, adesso l’angoscia era talmente grande che mi sembrava di scoppiare. Le parole dei medici e delle persone che mi volevano bene e cercavano di confortarmi erano senza suono: io avevo davanti solo il calvario di Azzalea, mi faceva paura la morte, il dover lasciare le persone che amavo, mi faceva paura soffrire, una cosa che non avevo mai ammesso. Soffrire per morire. Ho cominciato a leggere tutto ciò che riguardava i tumori. Più leggevo e più mi angosciavo, sentivo anche i sintomi che non avevo. Dentro di me mi sentivo sprofondare in un pozzo senza fondo: dormivo poco, piangevo tanto. Pensavo sempre alla mia malattia, quella cosa che distruggeva le mie ossa era diventata il mio chiodo fisso. Esteriormente davo l’impressione di essere una persona forte, coraggiosa, che parlava della sua malattia senza drammatizzare, ma era solo apparenza. Non volevo angosciare ulteriormente i miei familiari, mio marito e soprattutto mia figlia, e non volevo la pena delle persone estranee. Poi sono arrivata ad un punto in cui mi sono resa conto di non poter continuare così e che dovevo scegliere: o mi suicidavo, e non era una soluzione molto compatibile con il mio carattere e le mie convinzioni o allora non mi rimaneva altro che combattere e vivere meglio che potevo il tempo che mi restava, soprattutto per le persone che amo, che mi sono state vicine, che mi hanno fatto sentire quanto sono importante per loro. Sono passati due anni da quel brutto giorno e adesso quando penso ad Azzalea che se n’è andata per sempre, non penso solo al suo calvario ma penso alla sua forza, al suo coraggio nelle lotte contro la sua malattia, alla sua enorme voglia di vivere. Adesso cerco di vivere la mia vita più normalmente possibile. Ringrazio Dio, che ho pregato molto e anche questo mi è stato di conforto, perché ora sto abbastanza bene, ho ripreso a lavorare, e voglio avere la forza di sperare. Certo ci sono dei giorni in cui il pensiero che non invecchierò accanto a mio marito che forse non sarò vicina alla mia bambina nei momenti importanti della sua vita, mi angoscia ancora, ma considerato che non spetta a me decidere quando dovrò andarmene cerco di vivere bene oggi e domani sarà quel che Dio vorrà, sono diventata fatalista. ERICA
Questo racconto è stato raccolto
da: V.I.O.L.A. - Associazione
a sostegno della vita dopo il cancro al seno
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