| Vorrei
che non succedesse mai a nessuno quello che è successo a me.
Io la ritengo una grave tragedia. E vi spiego perché. Da trent’anni mi lamentavo di avere male al capezzolo; un dolore continuo. I medici, tutti quelli interpellati, amputavano la causa ai reumatismi, ai postumi dell’allattamento, a delle adenopatie… Chi più ne ha più ne metta! Io, intanto, continuavo a lamentare forti dolori al seno e alla spalla. Poi, circa otto, nove anni fa sono caduta. Penserete: cosa c’entra questo? Aspettate un momento, poi saprete. Quasi successivamente, eseguo una mammografia il cui esito fu negativo. Quest’anno, 1998, ricevo la lettera d’invito per partecipare all’indagine proposta dallo screening. Non avevo molta voglia di andare, anche perché avevo già fatto, nel tempo, troppi esami al seno. Però, su insistenza di mia figlia, mi presento. Ecco la diagnosi: un bel cancro di 11 millimetri! In questo periodo sono in chemioterapia; non è facile, tra esami, nausea e appuntamenti dal medico; però,... come per incanto, non ho più male al seno, né alla spalla!!! All’inizio avrei voluto nascondere la diagnosi alla mia famiglia per non dare loro un problema ulteriore. Poi, ero talmente depressa, piangevo continuamente, non mi è stato possibile non raccontare quanto mi stava succedendo. Il chirurgo, gentilissimo, mi ha aiutato a ridimensionare il problema, anche se, nell’attesa dell’intervento, quasi due mesi, le lacrime scendevano a dirotto, appena parlavo di quanto mi era successo. Passato lo sfogo, mi son detta che era meglio affrontare tutte le cure necessarie per vivere anche solo un mese in più. A volte mi sono anche detta che non mi meritavo questa sofferenza, perché avevo già avuto una vita molto difficile, fin dalla nascita. Infatti, quando la mia mamma è morta, io sono stata messa in un orfanotrofio dove ci sono rimasta nove anni. E da allora, i rapporti con la mia famiglia sono quasi inesistenti: nessuno si ricorda di me. Ho pregato tanto, in questo periodo. Un giorno, circa due mesi dopo l’intervento, ero a letto, sempre triste, depressa, senza energie, quando ho sentito una voce che mi ha detto: – Alzati e fai qualcosa! Non è successo niente di irreparabile. Per me, un tempo, Padre Pio era una figura non molto rilevante. In quel periodo ho pregato anche lui. Dopo aver sentito quella voce che mi incitava, mi sono alzata ed ho preso il tailleur che era rimasto lì, abbandonato in un angolo, da ormai troppo tempo. Ho finito di cucirlo e mi piace molto. Da tutta questa esperienza, ho imparato molto, ma soprattutto mi ricordo ogni giorno di pensare di più a me stessa che agli altri. Mi ricordo spesso della mia mamma, che è morta di cancro all’utero, e dei difficilissimi tempi all’orfanotrofio, dell’assenza di affetto da parte dei miei sei fratelli: a loro non posso dire grazie, perché, nel momento della malattia, non hanno saputo starmi vicina neppure con una telefonata, non hanno saputo sostenere neppure la mia bella famiglia. Dico un grande grazie di cuore, invece, ai miei famigliari e a tutti quegli amici che hanno saputo, con il loro affetto, alleviarmi le sofferenze del momento. A tutte le donne: andate, andate, andate, andate a farvi controllare. Sì allo screening! GIOVANNA Questo racconto è stato raccolto
da: V.I.O.L.A. - Associazione
a sostegno della vita dopo il cancro al seno
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