| Certamente,
riflettendo su quella parte del corpo, che tanto doveva darmi da pensare,
nella mia adolescenza, col senno del poi, potrei dire che eccedevo nel
preoccuparmi?
Intanto per fare ciò è necessario tornare indietro di qualche anno, ed esattamente, ai tempi della scuola. Sì, fu in quel periodo che nacque in me, e si sviluppò la curiosità per quella parte del corpo, di cui oggi ancora ne parlo. Dirò che, parlarne ora, è molto meno complesso, così come mi viene, dal mio stato d’animo attuale. Allora, e parlo dei tempi della scuola, non ero la sola a focalizzare la mia attenzione su ciò che più mi cambiava nel fisico. Alla mia attenzione mal si celava la curiosità della mie compagne. Sì, furono loro, a dire forse i miei timori, che ignorando i cambiamenti adolescenziali dei corpi, questo perché l’ottusa educazione famigliare, ancora assente e lontana dal liberismo del ‘68, faceva sì che ogni cambiamento del corpo veniva vissuto come inaspettato. Se il liberismo sessuale fosse stato affrontato e sviluppato in famiglia, nel suo insieme, avrebbe certamente facilitato il compito di molte adolescenti. Invece no, allo scuro culturismo, si doveva far tesoro sviluppando e valutando le attenzioni delle mie amiche. Se la curiosità di detto CAMBIAMENTO si sviluppava intorno alla mia persona fu perché il mio corpo prevenne quello delle mie compagne. Così, tra le decine di furtive occhiate ed indiscrete domande (così mi sembravano a quel tempo) fu per me un vero e proprio culto. Ogni giorno osservavo il mio seno e i cambiamenti di queste rotondità, che mutavano di bellezza, come l’acerbità verso la maturazione. Fu intorno ai 16 anni che attraverso una specifica trasmissione televisiva palpai il mio seno in modo diverso! Ed in questa auto-palpazione percepii sotto le mie incerte dita la diversità di un seno rispetto all’altro. Da quel giorno feci mie tutte le trasmissioni specializzate, le riviste, i giornali e qualsiasi altra fonte che trattasse l’argomento. Era la cultura del tabù che mi spingeva a tanto ed il timore di sentirmi dire ciò che non volevo udire. Questi dubbi, timori, spingevano innanzi, seppur nella mia inerzia il tempo non era disposto a fermarsi. Dopo tante indecisioni giunse il giorno in cui mi rivolsi ad una ginecologa. Ero lì dinanzi a quell’uscio tormentata dalla mia indecisione, quando la mia mano tremante e guidata, non so da quale misteriosa forza, si portò all’altezza del campanello ed avanzando nella direzione di questo, finì col pigiarlo… il cuore sembrava una macchina impazzita… In quel mentre la porta si apre ed una sorridente, rassicurante dottoressa mi si presentò in quella luce. "Prego, vieni" mi disse, avendo cura di non spegnere l’acceso sorriso, così come la sua disponibilità al colloquio. Con fare deciso, ammonii la dottoressa di evitare qualsiasi insistenza, per modificare le mie decisioni e dissi: "Non ho nessuna intenzione di farmi visitare". Attesi per qualche attimo la volontà della ginecologa, che, ancora una volta, si seppe fare apprezzare: "Patrizia – disse lei con voce convincente – non voglio assolutamente forzare la tua volontà, quindi mi asterrò dal proporti la visita". Intanto, ci trovammo sedute a parlare con pacatezza, io addolcita da tanta disponibilità, cosa assai rara nella società della fretta. Fretta che pare dica a ciascuno di noi di sbrigarsi, per non tardare più di tanto all’appuntamento di chi sembra essere in ritardo. La serenità acquisita fece svanire ogni timore e mi aprii in tutto e per tutto. Parlai del mio seno, parte del corpo che non avevo mai disdegnato di rimirarmi davanti al mio specchio e che MAI avrei sopportato la modifica dello stesso. Era da anni che sopportavo con grande dignità i dolori mestruali, ma, seppur questi mi arrecavano malessere, era il seno a spegnere i miei stati d’animo positivi. A sentire la dottoressa i problemi non erano disgiunti, ma anzi c’era una netta correlazione. Quando mi sentii proporre l’uso della pillola contraccettiva e che la stessa avrebbe messo fine sia ai dolori mestruali (DISMENORREA), sia a far regredire il nodulo, di cui in quel momento apprendevo il nome scientifico: fibroadenoma, provai un gran sollievo. Sollievo che sarebbe stato ricoperto da dubbi poco dopo. La sicurezza, che la ginecologa aveva saputo infondere, scemava man mano che mi allontanavo dal suo studio e la mia mente ritornava a rimuginare liberamente. Dopo il primo mese, l’effetto del farmaco non tardò a manifestarsi, ma negativamente. Il dolore al seno che prima dell’assunzione di detto farmaco non era stato oggetto di preoccupazioni, non solo divenne tale, ma il mio seno divenne turgido e caldo; problematiche queste che mi procurarono anche l’insonnia. Contattai la ginecologa a mezzo telefono e le comunicai le nuove problematiche. Lei, per nulla scomposta, mi riferì che era tutto normale. Il seno turgido, caldo e dolente mi rendeva sempre più tesa e stanca. Momenti di sollievo, li trovavo con le spugnature d’acqua fredda. Seppure c’erano momenti di sollievo la soluzione mi pareva molto lontana. Continuò così per circa sei mesi, finché consultai il mio medico di famiglia, il quale, sentendo la mia esposizione dei fatti, mi disse, senza esitazione, di sospendere l’uso del contraccettivo. Intanto mi prescrisse degli esami: termografia ed ecografia al seno i quali evidenziarono un principio di focolaio ed un nodulo di dimensioni già considerevoli, tanto che l’ecografista mi disse di non sottovalutare un intervento per l’asportazione del nodulo e di non prendere assolutamente la pillola contraccettiva. Seguì un periodo, più o meno lungo, a nutrirmi d’incertezze: la parola INTERVENTO mi esplodeva dentro con tutta la sua carica distruttiva. "L’intervento?", mi dicevo, "Mai!" Cedere l’integrità di ciò che apprezzavo del mio corpo era cosa inconcepibile. I miei seni non abbondanti, ma di sicuro ben forgiati, non sarebbero stati più gli stessi. Mi ripresentai dalla ginecologa, con i referti degli esami. Per lei tutto era normale, ma anzi, espresse tutta la sua collera quando le comunicai che avevo sospeso l’uso della pillola. Passarono quattro anni (avevo 24 anni) tra controlli trimestrali, con esiti sempre più disastrosi: il fibroadenoma continuava a crescere e mi sentivo dire che ero un’incosciente a non asportarlo. Ma se ero incosciente per un medico non lo ero per la mia ginecologa che continuava a sostenere che piano piano con il tempo il nodulo sarebbe regredito. Finché il dolore non divenne lancinante e dovetti pensare seriamente all’intervento. Partecipai, quindi, ad un incontro con donne già provate da questi problemi e venni a conoscenza del nome di diversi chirurghi. La scelta non era affatto facile, per cui cominciai a consultarli uno dopo l’altro. Seppur proponendo tipi di intervento diversi un solo fattore era comune a tutti: quello di avere atteso a lungo. Tra i consultati trovai sempre più medici disposti a distruggermi, piuttosto che aiutarmi. Ricordo di un tale chirurgo, che alle mie preoccupazioni d’un seno menomato mi rispose: "Vorrà dire, signorina, che non si metterà più in topless". Potete immaginare la rabbia oltre lo sconforto. Un altro mi proponeva l’uso della protesi per entrambi i seni. Quale vile umanità albergava nel cuore di detti dottori? L’umanità è ciò che più manca nei nostri medici o in molti di essi. Come potevo decidermi di farmi operare quando il mio stato d’animo era alla ricerca di comprensione, che fin lì non avevo trovato? Ferma nella mia decisione, non mi arresi nella ricerca di chi sapeva aiutarmi anche con umanità. La ricerca fu lunga ma alla fine fui ricompensata. Venni a conoscenza di un altro chirurgo del quale mi venne evidenziato sia la serietà professionale che il lato umanitario. Dopo che ebbi ottenuto un appuntamento, l’attesa di quel tempo interposto alla visita, mi si presentava sotto molteplice sfaccettature: ora prevaleva una certa tranquillità, ora era il dubbio di un risultato soddisfacente, ora l’una e l’altra cosa a tormentarmi come a darmi sollievo. Arrivò il giorno della visita. La strada che percorrevo mi pareva meno lunga di quanto in altre occasioni s’era mostrata. Ed ecco che in un momento "minore" mi trovai, non solo nella località, ma addirittura dietro la porta del suo studio. Non tedierò ancora una volta parlandovi del mio cuore senza pace; non vi dirò che le mie gambe sostenevano il corpo a stento; non vi parlerò dell’unico pensiero che occupava la mia mente, secondo solo a quello che terrorizzava il mio futuro. Era quello della fuga finché ne fossi in facoltà di farlo. Ero presa da questo tormento quando udii risuonare nel corridoio il mio nome. Il panico s’impadronì di quella scaglia di facoltà di senno che mi restava e trattenni il fiato senza rispondere. Risuonò nuovamente il mio nome, e questa volta risposi con un filo di voce: "Sono io". Seppur fossi lì, ad un passo, era stato il panico a farmi tacere. "Si accomodi – mi disse l’infermiera – il Professore la sta aspettando". Il cuore rumoreggiava, come una vecchia locomotiva che sferragliando tra gli scambi d’una stazione, porta all’udito, di chi presta attenzione, suoni di cui la normalità fatica a definirli normali. Timorosa più che mai, mi trovai di fronte al professore che, dopo una breve ma gentile conversazione, mi visitò. Anche lui, dopo avermi minuziosamente spiegato la dinamica dell’intervento mi rassicurò sul positivo esito, anche se avevo atteso a lungo prima di decidermi. La data dell’intervento fu così stabilita. Il giorno prestabilito del mio ricovero, ricordai a mia madre quanto era stato oggetto di colloquio, la sera precedente, che sarei rimasta fuori per una settimana o poco più. La verità era nascosta dietro le problematiche di un’amica a cui dovevo dare conforto. Ah!! Se mia madre avesse saputo che l’amica da confortare ero io e per conforto avevo scelto la solitudine. Le dissi inoltre che ci saremmo sentite per telefono tutti i giorni. Mi presentai in ospedale in tutta solitudine, confortata dal solo pensiero di quanto mi era stato detto dal chirurgo che non ci sarebbe stata menomazione. Seppur con tutte le assicurazioni del caso, non ebbi un risveglio tranquillo. La preanestesia mi aveva colta in agitazione e quindi il risveglio fu pari. Attesi che mi passasse parte dell’effetto anestetico, per correre al telefono. In quel momento di solitudine e di soddisfazione per essere fuori dal tunnel del dubbio e dall’anestesia, il desiderio più grande per me era di parlare, parlare con qualcuno che potesse capirmi. Chi poteva soddisfare quel mio grande desiderio, se non mia madre? Sì, solo lei era capace, seppur avevo voluto la sua assenza, ma in quel momento rappresentava tutto. Le telefonai all’ora convenuta facendomi dapprima forza per farmi sentire serena, ma poi la mia resistenza cessò d’esistere e piansi come non mai. Se le visite del professore furono ricche di chiarimenti mi sembravano insufficienti ai lunghi anni del dubbio, ma tutto mi fu chiaro, quando alla fine della degenza mi fu consentito di rimirare il seno. Che gioia vederlo nella sua interezza! Abbracciai e ringraziai il professore, prima del mio ritorno a casa. Finalmente a casa, la serenità veniva nuovamente a farmi visita e raccontai tutto a mia madre. La commozione, anzi il pianto, ci trovò unite e mai le mie orecchie avevano udito verbi di solidarietà e comprensione come in punto. Uscita da quell’incubo promisi a me stessa che mai avrei più sofferto per gli altrui contrasti, com’erano stati i pareri dei diversi medici, e mai sarei ritornata da quella ginecologa, che tanta parte aveva avuto nella mia sofferenza. Nonostante tutto fosse andato bene per me fu ugualmente uno choc: da allora non volli più sentire parlare di prevenzione, né di controlli in genere e tuttora (33 anni) ho un rifiuto totale. Ho imparato sulla mia pelle quanto difficile e doloroso sia districarsi dalle controversie mediche. Ho apprezzato l’umanità del professore, elemento indispensabile, per alleviare, almeno in parte, il dolore di chi soffre. PATRIZIA Questo racconto è stato raccolto
da: V.I.O.L.A. - Associazione
a sostegno della vita dopo il cancro al seno
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