Sono consapevole di non aver avuto, ormai da quasi una decina d’anni, la così detta "vita facile", per motivi familiari, che non sto qui a raccontare.
E sono anche convinta che la sofferenza, i dispiaceri, le difficoltà siano un terreno facile in cui il cancro possa mettere radici.
Sono stata operata nella primavera del 1998.
L’ho scoperto io, il cancro, da sola, in un momento di relax, durante qualche giorno di vacanza a casa di mia madre.
Però, essendo stanca, non volendo cominciare ad affrontare un’altra battaglia, ho fatto finta di niente per ben tre lunghi mesi!
Incosciente?... forse, ma inconsapevolmente.
Spaventata?... no, sono abituata a sostenere dure battaglie.
Sicuramente ormai senza forze, senza più voglia di lottare. Volevo lasciare andare le cose così come dovevano andare: non avevo più voglia di far la lotta con la sopravvivenza.
Naturalmente il responso fu quello che immaginavo: un bel carcinoma di tre centimetri.
Sistemata la difficile situazione familiare, dopo che il chirurgo mi aveva detto che non c’era tempo da perdere, non mi restava davvero che affrontare ancora questa prova.
Per tanto tempo era stata una persona positiva, sempre allegra e sorridente, ma queste energie mi avevano lasciata da un po’ di tempo, si erano logorate.
Per cui mi sono detta che l’unica soluzione per affrontare questa prova era quella di chiamare a raccolta tutte le energie che un tempo mi appartenevano, per superare così questo drammatico momento, ma anche il futuro incerto.
Il momento più difficile fu quello precedente l’entrata in sala operatoria: consapevole che avrei anche potuto perdere un seno, mi sentivo smarrita, perché per lungo tempo i problemi mi avevano allontanata dalla preghiera e da Dio e non osavo più chiedere un minimo aiuto.
Fu in quel preciso istante che, raggruppando le poche forze che mi rimanevano, provai a ripensare a quel Signore che speravo, da qualche parte, mi stesse osservando e, proprio allora, sentii una voce dirmi: "Dovunque c’è sofferenza, Gesù è vicino".
Dopo l’intervento, chiesi a mia madre dove fosse quell’immagine sacra che avevo visto prima di entrare, quell’immagine che mi aveva dato tanta forza…
Mia madre, dopo aver inutilmente guardato, mi rispose che non c’era niente di sacro lì intorno.
I giorni seguenti furono difficili:
Il chirurgo s’interessò sulla mia situazione familiare prima, poi mi riferì che i linfonodi erano ingrossati e che bisognava sperare...
Panico!

Ho incontrato anche la psicologa con la quale ho avuto un buon rapporto: le esperienze di altre donne, che ha raccontato, mi sono state di grande aiuto.
Avevo anche sentito parlare dell’Associazione V.I.O.L.A., ma non sapevo bene cosa proponesse.
Finalmente si torna a casa: con il drenaggio, ma sono tra persone e oggetti conosciuti, con i problemi di sempre. Che gioia!
Nel momento in cui ho saputo che i linfonodi non erano stati intaccati, ho affrontato le cure con maggiore disponibilità.
Ora non mi ricordo quasi più di essere stata operata, però ho imparato che dobbiamo farci forza, dobbiamo imparare ad amare anche i momenti difficili, perché anch’essi possono essere positivi.
La mia bambina mi ha aiutata molto: lei, con le sue mille difficoltà ed il suo splendido sorriso mi è stata molto vicina. Guardando lei, io ripeto all’infinito: vincerò – vincerò – vincerò!!!
Ho deciso anche che la mia sofferenza va messa al servizio degli altri, poiché dopo il dolore c’è la gioia, sempre.

Non dimentico di aver trovato tanto conforto nella preghiera. Parlo con LUI come parlo con un’amica. Lo ringrazio e oso, sempre, non sentendomi più smarrita come mi era successo, chiederGLI aiuto per altri bisognosi. La miglior medicina è credere in sé stessi ed avere tanta fede.

R.

Questo racconto è stato raccolto da: V.I.O.L.A. - Associazione a sostegno della vita dopo il cancro al seno
 

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