Era il 1989. Da sei mesi convivevo con una ghiandolina, proprio lì, sul lato del seno. Ma avevo così paura del medico che non pensavo proprio di farla valutare!
Due anni prima avevo perso una cugina per un cancro e non volevo pensare ancora a simili problemi.
La ghiandola era arrivata dopo l’allattamento e, insieme, era arrivata una paura terrificante.
Un giorno, scherzando con mio marito… l’ha scoperta proprio lui! Da allora non ho più potuto nascondere l’evidenza e così andai dal Dr. S. il quale, dopo la visita, mi confermò che non era necessario mastectomizzarmi, era sufficiente qualcosa di più abbordabile.
Io, però, ero del parere opposto: sapevo che avrei dovuto privarmi del mio seno. Però non me la sentivo di sostenere questa opinione davanti alla sua preparazione: la mia era pur solo e soltanto un’opinione!
Il risultato dell’ago aspirato arrivò dopo una settimana.
Il ricovero fu quasi immediato: dovetti aspettare solo una settimana.
Avevo prenotato alcune visite in altri luoghi, ma non mi presentai, fiduciosa.
Al risveglio, il trauma fu immenso. Mi sentivo fasciata, tutt’intorno, ma non potevo vedere. Io, però, sentivo una spiacevole sensazione.
Al terzo giorno, il morale a terra, ho scacciato tutti, anche la Dr.ssa B. sempre molto disponibile: avevo scoperto ciò che avevo temuto con tanta paura.
Non avevo più voglia di nulla, nemmeno di sopportare altre visite.
Poi affrontai la chemioterapia.
Non ho avuto spiegazioni al riguardo e, non sapendo cosa avrei dovuto affrontare, sono entrata in depressione, sempre più forte, man mano che i problemi aumentavano.
Non sopportavo le cure che mi arrecavano molti disturbi fisici: stavo malissimo; prendevo fino a dieci farmaci al giorno. E così, d’accordo con mio marito ho deciso che non avrei subìto i due ultimi cicli di chemioterapia: mi ha portata a casa con la forza. Stavo lì, sola, al buio, triste, ma meno sofferente.
Mi ricordo di un episodio che mi ha segnata negativamente: eravamo nell’ambulatorio di oncologia; ad un certo punto, la Dr.ssa che ci aveva ricevuti, mi disse che avrei perso i capelli. Mio marito disse che non sarebbe stato un problema e che avrei potuto comprarmi la parrucca. La Dr.ssa aggiunse: "Come tanti!". Quella frase mi colpì, perché se è vero che io ero, in quel momento un paziente come tanti, io non vedevo persone giovani là attorno, ma persone malate, di una certa età; questo per me era difficile, perché non avevo confronti!
Ho davvero pensato di morire quando stavo male, perché non trovavo soluzioni.
A casa la situazione era difficile, perché non riuscivo a lavarmi, perché non mi guardavo il seno. Poi, con molta pazienza, con la scusa di aiutarmi, mio marito mi ha aiutata a superare questo momento.
Ho affrontato la ricostruzione, prima ad Aosta, poi a Milano.
Oggi, sono qui a scrivere e sono contenta; infatti, pensando alla ricostruzione, pensavo di dover spendere molti soldi, invece tutto è stato gratuito.
Ma, soprattutto, ho un seno nuovo che mi piace.
Mi ricordo di aver imparato anche a farmi le iniezioni da sola, poiché non sapevo a chi rivolgermi: oggi, ho vicino a me numerose amiche.
Ora sto bene; mi viene in mente quel brutto periodo solo quando sento alla televisioni trasmissioni che parlano di cancro, se incontro qualche ammalato; sono solo in crisi quando devo svolgere certi lavori: ho dei limiti. Mi rendo anche conto che non mi è più possibile praticare il ciclismo, come un tempo; non posso più fare lunghe camminate, poiché mi manca il fiato; non posso più correre, perché la chemioterapia mi ha lasciato certi segni che non spariscono,
Io mi auguro vivamente che la scienza possa trovare una soluzione per questa malattia.
Non ho ancora incontrato giovani donne come me che hanno affrontato il cancro a 29 anni; è una grande sofferenza, per loro e la loro famiglia.

ROSELLINA

Questo racconto è stato raccolto da: V.I.O.L.A. - Associazione a sostegno della vita dopo il cancro al seno
 

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